FRA LA VIA EMILIA E IL PD

C’era una volta. Non è una favola, ma il sogno di Walter Veltroni. Stiamo parlando di quel partito inclusivo, con le porte ancora aperte, di un soggetto che voleva confrontarsi con la società civile, con i lavoratori, con il sociale e con tutti coloro che dall’esterno intendevano dare un contributo. Si trattava, infatti, di un mondo plurale, caratterizzato da entusiasmo e soprattutto partecipazione.
Il patto dell’Appennino
Il Pd attuale è proprio l’esatto contrario di quello immaginato dal fondatore. Ormai il quadro sembra essere chiuso e soprattutto limitato al centro Italia. Il patto dell’Appennino, ufficializzato quest’oggi al Teatro del Sale è la prova di una partita chiusa tra quelle che una volta venivano chiamate le “Regioni rosse”. Stefano Bonaccini, il designato successore, è il governatore dell’Emilia, mentre Dario Nardella, sindaco di Firenze, al quale sarà dato il compito di organizzare il nuovo partito rappresenta la Toscana.
Neanche quella che sarà l’opposizione esce fuori dal perimetro del Centro Italia. Non basta a Elly Schlein ufficializzare la sua discesa in campo nella location capitolina in cui la Cgil presentava gli eventi per attestarsi come fenomeno nazionale. Stiamo parlando di una donna nata in Svizzera, ma vissuta e cresciuta a Bologna. Trattasi, d’altronde, di una partita tra un presidente della Regione e la sua vice.
Lo stesso nome alternativo della sinistra, ovvero il sindaco di Pesaro Matteo Ricci, non proviene certamente dalla Sicilia.
Il Sud, a parte i proclami dei big, tirerà ancora una volta solo l’acqua al mulino. Il campano Vincenzo De Luca si ritaglierà il solito posto per il figlio Piero, da buon padre di famiglia, mentre Michele Emiliano sarà il medesimo cane, che abbaia e non morde. Il Nord, invece, viene lasciato al Terzo Polo. Non si può certamente ricostruire un partito con la Serracchiani di turno.
Il tesserificio
A parte la scarsa partecipazione dei territori, questa volta saremo di fronte a un vero e proprio scambio di tessere, a un match a porte chiuse. Il duello Renzi-Bersani, dove dicevano la loro anche le destre, gli ambientalisti e via dicendo, è solo un lontano ricordo. I padroni dei circoli sono e saranno gli unici padroni.
La stessa Schlein che doveva essere l’anima libera, nei fatti, ha consegnato il proprio destino nelle mani del Franceschini di turno.
L’apparato che sostiene Letta non si smuoverà e lo stesso segretario, alla fine, non è detto che rientrerà in Francia. Avrà un ruolo secondario, ma certamente non gli sarà negata una poltrona. Dall’altra parte, la finta di opposizione di Orlando custodirà gelosamente il proprio orticello, mentre il Lazio, alla romana maniera, darà un colpo al cerchio e uno alla botte. Zingaretti prometterà, alla fine, i suoi consensi alla Schlein, mentre Bettini farà la parte del dissidente disposto a dialogare con i 5 Stelle.
L’implosione
Non è detto, però, che la macchina alla fine non resti senza benzina. Fino a quando i giovani, quelli veri, non i Benifei di turno, che prima parlano di rinnovamento e poi si vanno a vendere alla catto-comunista di turno sponsorizzata dai soliti volponi ex Dc, resteranno a casa. A maggior ragione, in un contesto, dove tutti parlano di centro e di sinistra, ma nessuno più delle due cose insieme. Questo è il declino di quella che doveva essere la prima forza del mondo progressista. Nulla di eccezionale, considerando che si è riusciti a trasformare l’anticonformista per eccellenza, la Schlein, in una perfetta dirigente. La sardina che andava col megafono nelle piazze è passato. La vera Elly è ormai quella che va dalla Gruber e recita il copione, dettatogli nelle chat dei parlamentari. Non c’è da meravigliarsi, quindi, se un ex Ds, come il sindaco di Bergamo Giorgio Gori, dica “se vince la Schlein vado via”.
Quel furbone di Orlando, d’altronde, ha già messo in piedi il piano b, ovvero il Partito Democratico del Lavoro. Il sindaco di Bologna Matteo Lepore, l’unico emiliano fuori dagli schemi, sono giorni che parla di modello labour alla Tony Blair. La stessa carta dei lavori potrebbe essere messa in discussione da una sinistra, che essendosi vista rubare la piazza, adesso vuole solo ritagliarsi uno spazio vitale.
Non è detto, però, che di fronte a tutto ciò non siano le stesse persone, che credevano nel sogno di Veltroni, a metterlo nel cassetto e ad abbandonare un progetto che in Italia, almeno secondo quanto accaduto negli ultimi mesi, forse non ha più ragione di esistere. Un peccato perché il Partito Democratico vero, quello delle origini, sarebbe stato l’unico argine alle destre, che considerando gli avversari odierni, a parte qualche sfuriata di Conte e i soliti riposizionamenti centristi, saranno libere di fare ciò che vogliono.

C’era una volta. Non è una favola, ma il sogno di Walter Veltroni. Stiamo parlando di quel partito inclusivo, con le porte ancora aperte, di un soggetto che voleva confrontarsi con la società civile, con i lavoratori, con il sociale e con tutti coloro che dall’esterno intendevano dare un contributo. Si trattava, infatti, di un mondo plurale, caratterizzato da entusiasmo e soprattutto partecipazione.
Il patto dell’Appennino
Il Pd attuale è proprio l’esatto contrario di quello immaginato dal fondatore. Ormai il quadro sembra essere chiuso e soprattutto limitato al centro Italia. Il patto dell’Appennino, ufficializzato quest’oggi al Teatro del Sale è la prova di una partita chiusa tra quelle che una volta venivano chiamate le “Regioni rosse”. Stefano Bonaccini, il designato successore, è il governatore dell’Emilia, mentre Dario Nardella, sindaco di Firenze, al quale sarà dato il compito di organizzare il nuovo partito rappresenta la Toscana.
Neanche quella che sarà l’opposizione esce fuori dal perimetro del Centro Italia. Non basta a Elly Schlein ufficializzare la sua discesa in campo nella location capitolina in cui la Cgil presentava gli eventi per attestarsi come fenomeno nazionale. Stiamo parlando di una donna nata in Svizzera, ma vissuta e cresciuta a Bologna. Trattasi, d’altronde, di una partita tra un presidente della Regione e la sua vice.
Lo stesso nome alternativo della sinistra, ovvero il sindaco di Pesaro Matteo Ricci, non proviene certamente dalla Sicilia.
Il Sud, a parte i proclami dei big, tirerà ancora una volta solo l’acqua al mulino. Il campano Vincenzo De Luca si ritaglierà il solito posto per il figlio Piero, da buon padre di famiglia, mentre Michele Emiliano sarà il medesimo cane, che abbaia e non morde. Il Nord, invece, viene lasciato al Terzo Polo. Non si può certamente ricostruire un partito con la Serracchiani di turno.
Il tesserificio
A parte la scarsa partecipazione dei territori, questa volta saremo di fronte a un vero e proprio scambio di tessere, a un match a porte chiuse. Il duello Renzi-Bersani, dove dicevano la loro anche le destre, gli ambientalisti e via dicendo, è solo un lontano ricordo. I padroni dei circoli sono e saranno gli unici padroni.
La stessa Schlein che doveva essere l’anima libera, nei fatti, ha consegnato il proprio destino nelle mani del Franceschini di turno.
L’apparato che sostiene Letta non si smuoverà e lo stesso segretario, alla fine, non è detto che rientrerà in Francia. Avrà un ruolo secondario, ma certamente non gli sarà negata una poltrona. Dall’altra parte, la finta di opposizione di Orlando custodirà gelosamente il proprio orticello, mentre il Lazio, alla romana maniera, darà un colpo al cerchio e uno alla botte. Zingaretti prometterà, alla fine, i suoi consensi alla Schlein, mentre Bettini farà la parte del dissidente disposto a dialogare con i 5 Stelle.
L’implosione
Non è detto, però, che la macchina alla fine non resti senza benzina. Fino a quando i giovani, quelli veri, non i Benifei di turno, che prima parlano di rinnovamento e poi si vanno a vendere alla catto-comunista di turno sponsorizzata dai soliti volponi ex Dc, resteranno a casa. A maggior ragione, in un contesto, dove tutti parlano di centro e di sinistra, ma nessuno più delle due cose insieme. Questo è il declino di quella che doveva essere la prima forza del mondo progressista. Nulla di eccezionale, considerando che si è riusciti a trasformare l’anticonformista per eccellenza, la Schlein, in una perfetta dirigente. La sardina che andava col megafono nelle piazze è passato. La vera Elly è ormai quella che va dalla Gruber e recita il copione, dettatogli nelle chat dei parlamentari. Non c’è da meravigliarsi, quindi, se un ex Ds, come il sindaco di Bergamo Giorgio Gori, dica “se vince la Schlein vado via”.
Quel furbone di Orlando, d’altronde, ha già messo in piedi il piano b, ovvero il Partito Democratico del Lavoro. Il sindaco di Bologna Matteo Lepore, l’unico emiliano fuori dagli schemi, sono giorni che parla di modello labour alla Tony Blair. La stessa carta dei lavori potrebbe essere messa in discussione da una sinistra, che essendosi vista rubare la piazza, adesso vuole solo ritagliarsi uno spazio vitale.
Non è detto, però, che di fronte a tutto ciò non siano le stesse persone, che credevano nel sogno di Veltroni, a metterlo nel cassetto e ad abbandonare un progetto che in Italia, almeno secondo quanto accaduto negli ultimi mesi, forse non ha più ragione di esistere. Un peccato perché il Partito Democratico vero, quello delle origini, sarebbe stato l’unico argine alle destre, che considerando gli avversari odierni, a parte qualche sfuriata di Conte e i soliti riposizionamenti centristi, saranno libere di fare ciò che vogliono.

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