Fuorigioco Juve

C’è una data per comprendere la genesi del cataclisma che travolge i vertici della Juventus, dal comandante in capo Andrea Agnelli ai fidati scudieri Pavel Nedved e Maurizio Arrivabene, costretti alle dimissioni con tutto il Cda. Le danno sotto l’incalzare delle pressioni della Consob, perché la Juve è quotata, e della Procura di Torino, che quando chiude le indagini per le ipotesi di false comunicazioni sociali e al mercato, ostacolo agli organi di vigilanza e false fatture per operazioni inesistenti, si scopre che avrebbe voluto arrestare Agnelli. Il pressing finale è però di John Elkann, l’azionista di maggioranza stanco di uno spettacolo culminato in questi anni anche nella grottesca vicenda della Superlega o del fallito tentativo di ingaggiare Suarez: l’oriundo italiano (sic!). Cosi il nipote più amato dall’Avvocato in un solo colpo decapita non solo la Juve, ma anche la scuderia Ferrari, licenziando il team principal Mattia Binotto. Nel suo caso per demeriti sportivi. Solo una coincidenza? Tornando a Consob e Procura i due organi deputati al controllo del mercato finanziario e al vaglio di legalità penale reclamano la svolta ai piani alti di uno dei più blasonati club calcistici del mondo perché si sospetta che i bilanci da un biennio sarebbero in fuorigioco. La data che fa da spartiacque tra l’Andrea Agnelli illuminato condottiero, il più vincente della centenaria storia juventina, e quello che presume della propria potenza con presunzione è il 16 luglio 2018. Il giorno della presentazione di Cristiano Ronaldo. A fianco di CR7 ci sono Agnelli e il ds Fabio Paratici. L’ad Beppe Marotta siede vicino ai giornalisti. Il suo sorriso di circostanza tradisce la rottura che si materializza di lì a due mesi. Marotta era contrario all’acquisto di Ronaldo perché avrebbe terremotato i conti con il suo contratto da 31 milioni di euro netti a stagione. Lo dice masticando amarezza ad Agnelli: “Lei mi conosce bene, presidente, sa quanto la stimi, quanto tenga alla Juve, ma per questo le dico ciò che penso perché sono un collaboratore fedele”. Anche Allegri non voleva il piantagrane di Ronaldo. Il tempo darà ragione ad entrambi: nella contabilità e in campo. A fine stagione anche l’allenatore se ne sarebbe andato. Per tornare quando il cinque volte pallone d’oro toglie il disturbo. Certo, Marotta non poteva prevedere che il Covid sarebbe stato suo alleato consigliando la prudenza sul modello Bayern. Fatto sta che la Juve che aveva chiuso il bilancio il 30 giugno 2017 con un utile di 43 milioni e ricavi per 422 milioni, lo scorso settembre ha presentato un’ipotesi di rendiconto al 30 giugno scorso con 254 milioni di perdite. Che duplicavano i 210 milioni persi l’anno precedente e i 90 del 2019-20. I bianconeri hanno polverizzato due aumenti di capitale da 700 milioni di euro per ritrovarsi con le casse dissestate, quando fino al 2018 era un club ben gestito. Con un capo azienda riconosciuto, Marotta, e un management che era conscio di lavorare per un “ristorante” che non competeva quanto a ricavi con i top club europei, ma era pur sempre in grado di sfornare pietanze calcistiche capaci di conquistare due finali di Champions e scudetti uno dietro l’altro. Invece, se adesso alle spalle della Juve non ci fosse la cassaforte Exor, che nel 2021 ha dichiarato utili per 3,45 miliardi di euro, dovrebbe portare i libri in tribunale o essere ceduta.
Ecco che in assenza di un management all’altezza di un club difficile da gestire – alla Juve pesano non solo le casacche dei giocatori -, quando si sono seguite le facili illusioni dei budget per far quadrare ipotesi irrealistiche, scoppia anche la grana degli stipendi dei calciatori nel biennio 2019-2020 che non sarebbero stati iscritti a bilancio e delle plusvalenze in tesi d’accusa farlocche per poste prive si verosimiglianza. Succede che la finanza creativa al potere si sgonfia sotto l’incalzare dell’inchiesta Prisma e della società di revisione Deloitte. E il Cda dopo un duro confronto comunica al mercato “la decisione di modificare il progetto di bilancio di esercizio e il bilancio consolidato al 30 giugno 2022”. Come dire, ai 254 milioni di perdite già acquisiti, con le nuove rettifiche si aggiungeranno altre voragini finanziarie. Anche per questo Elkann ha tranquillizzato i tifosi, ha spiegato che Allegri resta punto di riferimento dell’area tecnica ed ha issato alla presidenza il commercialista Gianluca Ferrero, suo uomo di fiducia dei conti della holding Exor. Inoltre, ha nominato dg Maurizio Scanavino, altro manager stimato che mantiene anche la carica di ad del Gruppo Editoriale Gedi (la Repubblica, la Stampa, Il Secolo XIX e un articolato network radiotelevisivo) in un palese conflitto di interessi professionali. Tra l’altro Scanavino è conosciuto nella sede di Largo Fochetti per la fede granata. Ma non è il tempo di sottilizzare per Elkann sulla passione calcistica dei suoi top manager per raddrizzare la barca cui guardano con trepidazione milioni di tifosi. I quali da un lato sono riconoscenti ad Andrea Agnelli per i nove scudetti di fila e i tanti trofei, anche grazie all’iniziale scelta di Antonio Conte che ha fatto svoltare una squadra che non era certo talentuosa come quella poi allenata da Allegri, ma dall’altro gli imputano anche di avere adottato scelte scriteriate. Come Pirlo alla guida della squadra senza mai avere allenato per sposare una filosofia di gioco che avrebbe dovuto proseguire quella abortita con Sarri, prima di ripartire da Allegri con risultati fallimentari, testimoniati dalla eliminazione dalla Champions e i vuoti allo Stadium dopo che per anni c’era sempre stato l’esaurito. Per non parlare dei soldi spesi per presunti campioni. E che sono costati ad Agnelli il regno. In una eterna successione.

C’è una data per comprendere la genesi del cataclisma che travolge i vertici della Juventus, dal comandante in capo Andrea Agnelli ai fidati scudieri Pavel Nedved e Maurizio Arrivabene, costretti alle dimissioni con tutto il Cda. Le danno sotto l’incalzare delle pressioni della Consob, perché la Juve è quotata, e della Procura di Torino, che quando chiude le indagini per le ipotesi di false comunicazioni sociali e al mercato, ostacolo agli organi di vigilanza e false fatture per operazioni inesistenti, si scopre che avrebbe voluto arrestare Agnelli. Il pressing finale è però di John Elkann, l’azionista di maggioranza stanco di uno spettacolo culminato in questi anni anche nella grottesca vicenda della Superlega o del fallito tentativo di ingaggiare Suarez: l’oriundo italiano (sic!). Cosi il nipote più amato dall’Avvocato in un solo colpo decapita non solo la Juve, ma anche la scuderia Ferrari, licenziando il team principal Mattia Binotto. Nel suo caso per demeriti sportivi. Solo una coincidenza? Tornando a Consob e Procura i due organi deputati al controllo del mercato finanziario e al vaglio di legalità penale reclamano la svolta ai piani alti di uno dei più blasonati club calcistici del mondo perché si sospetta che i bilanci da un biennio sarebbero in fuorigioco. La data che fa da spartiacque tra l’Andrea Agnelli illuminato condottiero, il più vincente della centenaria storia juventina, e quello che presume della propria potenza con presunzione è il 16 luglio 2018. Il giorno della presentazione di Cristiano Ronaldo. A fianco di CR7 ci sono Agnelli e il ds Fabio Paratici. L’ad Beppe Marotta siede vicino ai giornalisti. Il suo sorriso di circostanza tradisce la rottura che si materializza di lì a due mesi. Marotta era contrario all’acquisto di Ronaldo perché avrebbe terremotato i conti con il suo contratto da 31 milioni di euro netti a stagione. Lo dice masticando amarezza ad Agnelli: “Lei mi conosce bene, presidente, sa quanto la stimi, quanto tenga alla Juve, ma per questo le dico ciò che penso perché sono un collaboratore fedele”. Anche Allegri non voleva il piantagrane di Ronaldo. Il tempo darà ragione ad entrambi: nella contabilità e in campo. A fine stagione anche l’allenatore se ne sarebbe andato. Per tornare quando il cinque volte pallone d’oro toglie il disturbo. Certo, Marotta non poteva prevedere che il Covid sarebbe stato suo alleato consigliando la prudenza sul modello Bayern. Fatto sta che la Juve che aveva chiuso il bilancio il 30 giugno 2017 con un utile di 43 milioni e ricavi per 422 milioni, lo scorso settembre ha presentato un’ipotesi di rendiconto al 30 giugno scorso con 254 milioni di perdite. Che duplicavano i 210 milioni persi l’anno precedente e i 90 del 2019-20. I bianconeri hanno polverizzato due aumenti di capitale da 700 milioni di euro per ritrovarsi con le casse dissestate, quando fino al 2018 era un club ben gestito. Con un capo azienda riconosciuto, Marotta, e un management che era conscio di lavorare per un “ristorante” che non competeva quanto a ricavi con i top club europei, ma era pur sempre in grado di sfornare pietanze calcistiche capaci di conquistare due finali di Champions e scudetti uno dietro l’altro. Invece, se adesso alle spalle della Juve non ci fosse la cassaforte Exor, che nel 2021 ha dichiarato utili per 3,45 miliardi di euro, dovrebbe portare i libri in tribunale o essere ceduta.
Ecco che in assenza di un management all’altezza di un club difficile da gestire – alla Juve pesano non solo le casacche dei giocatori -, quando si sono seguite le facili illusioni dei budget per far quadrare ipotesi irrealistiche, scoppia anche la grana degli stipendi dei calciatori nel biennio 2019-2020 che non sarebbero stati iscritti a bilancio e delle plusvalenze in tesi d’accusa farlocche per poste prive si verosimiglianza. Succede che la finanza creativa al potere si sgonfia sotto l’incalzare dell’inchiesta Prisma e della società di revisione Deloitte. E il Cda dopo un duro confronto comunica al mercato “la decisione di modificare il progetto di bilancio di esercizio e il bilancio consolidato al 30 giugno 2022”. Come dire, ai 254 milioni di perdite già acquisiti, con le nuove rettifiche si aggiungeranno altre voragini finanziarie. Anche per questo Elkann ha tranquillizzato i tifosi, ha spiegato che Allegri resta punto di riferimento dell’area tecnica ed ha issato alla presidenza il commercialista Gianluca Ferrero, suo uomo di fiducia dei conti della holding Exor. Inoltre, ha nominato dg Maurizio Scanavino, altro manager stimato che mantiene anche la carica di ad del Gruppo Editoriale Gedi (la Repubblica, la Stampa, Il Secolo XIX e un articolato network radiotelevisivo) in un palese conflitto di interessi professionali. Tra l’altro Scanavino è conosciuto nella sede di Largo Fochetti per la fede granata. Ma non è il tempo di sottilizzare per Elkann sulla passione calcistica dei suoi top manager per raddrizzare la barca cui guardano con trepidazione milioni di tifosi. I quali da un lato sono riconoscenti ad Andrea Agnelli per i nove scudetti di fila e i tanti trofei, anche grazie all’iniziale scelta di Antonio Conte che ha fatto svoltare una squadra che non era certo talentuosa come quella poi allenata da Allegri, ma dall’altro gli imputano anche di avere adottato scelte scriteriate. Come Pirlo alla guida della squadra senza mai avere allenato per sposare una filosofia di gioco che avrebbe dovuto proseguire quella abortita con Sarri, prima di ripartire da Allegri con risultati fallimentari, testimoniati dalla eliminazione dalla Champions e i vuoti allo Stadium dopo che per anni c’era sempre stato l’esaurito. Per non parlare dei soldi spesi per presunti campioni. E che sono costati ad Agnelli il regno. In una eterna successione.

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