Fuorigioco

Achille Occhetto, è stato lapidario nel descrivere quel 14 ottobre del 2007 come la data della nascita di un partito, il Pd, figlio di una fusione a freddo tra apparati. Sono trascorsi 15 anni e il Pd rimane ancora vittima di se stesso, di lotte intestine, di una visione centralista del partito che ha partorito un incredibile avvicendamento di timonieri accomunati dalla stessa sconfitta, non avere spiegato cosa il Pd vuole fare da grande e con chi, con buona pace della base, i cosiddetti circoli, accomunata da due frustrazioni: il calo degli iscritti e il senso di impotenza. Letta, nella lettera inviata a tutti gli iscritti dice che il prossimo dovrà essere un congresso costituente.

Quattro le fasi per arrivare alla nomina del nuovo segretario dopo la disamina sulla sconfitta e sulla necessità di una proposta che vada oltre “evidenti limiti” per dare vita a “un Pd espansivo e largo”, La prima è la “chiamata” di tutti gli iscritti, seguirà quella dei “nodi” per un confronto a tutto tondo dentro i circoli, quella del “confronto” sulle candidature regionali e nazionali per arrivare a due candidati e l’ultima fase, quella delle “primarie” che sceglierà la nuova leadership.

Scommessa non facile quella di Letta anche perché partorita da un segretario che assieme agli altri tre principali capi corrente, Franceschini, Orlando e Guerini, è correo nell’avere favorito che nel nuovo Parlamento possano sedere persone che non sono state votate perché blindate nelle liste bloccate. Ma non sono soltanto i circoli a diffidare di questo ennesimo tentativo di restyling di un partito senza bussola. Anzi.

La prima risposta è arrivata quasi in concomitanza all’appello di Letta ed è stata sottoscritta da Rosy Bindi – fondatrice ed ex presidente del Pd, che auspica lo scioglimento del partito per evitare l’inutile ritualità dell’ennesimo congresso – e da un gruppo di intellettuali che chiedono la nascita del campo largo, un “campo plurale e inclusivo”, evitando una conta interna perché non è “cambiando segretario che il Pd può rigenerarsi e ricuperare la perduta rappresentanza dei bisogni e deghi interessi popolari”. Già, il campo largo. Come dire che il percorso congressuale indicato da Letta parte già in salita.

Malumori e segnali di affrancamento dai vertici del Pd arrivano non soltanto da una base sempre più determinata a fare sentire la propria voce, ma anche da alcune regioni, in primis quelle che andranno al voto nella prossima primavera e che quindi non possono permettersi il lusso di occuparsi dei congressi a scapito di una campagna elettorale che si preannuncia difficilissima. Nel Lazio, dove il presidente uscente e non più candidabile Zingaretti, il Pd è consapevole che potrà giocarsi la sfida con il centrodestra solo se riuscirà a trovare l’accordo con i 5 Stelle e con i centristi di Calenda. Quella stessa strategia contenuta nel documento di Rosy Bindi e gli altri intellettuali.

E altri segnali su questo fronte arrivano dal Friuli Venezia Giulia, pure chiamata alle urne nella prossima primavera. “Non possiamo perdere tempo in dispute congressuali che hanno il sapore della solita conta interna – sostiene l’ex parlamentare del Pd, Francesco Russo – perché, nonostante le tante smentite di Fedriga, i rumors romani insistono nel vederlo futuro ministro e in questo caso significherebbe che le regionali verrebbero anticipate al mese di gennaio, proprio in concomitanza con i congressi regionali e nazionali”.

In Fvg i rapporti in Regione tra Pd e 5 Stelle sono più che buoni. Assieme all’opposizione, sono concordi su diversi punti come la centralità del ruolo dei sindaci contro “il centralismo regionale della Lega”, il rilancio della Sanità pubblica rispetto alla volontà di imporre il modello lombardo, priorità all’ambiente e alla ricerca. Già, ma Calenda? “Sono ottimista”, replica Russo. E se davvero nei piani alti del Pd si vuole ragionare in termini di congresso costituente, forse farebbero bene ad analizzare quanto accaduto a Verona, dove l’ex calciatore Damiano Tommasi, ha fatto capire cosa significa fare squadra per vincere. E ha indicato che le soluzioni del centrosinistra possono e dovrebbero essere le più disinvolte e “anarchiche” possibili. Per Russo, Verona rappresenta un “modello interessante in grado di dimostrare che sui territori esiste un tasso di creatività che il Pd nazionale neppure immagina”.

Achille Occhetto, è stato lapidario nel descrivere quel 14 ottobre del 2007 come la data della nascita di un partito, il Pd, figlio di una fusione a freddo tra apparati. Sono trascorsi 15 anni e il Pd rimane ancora vittima di se stesso, di lotte intestine, di una visione centralista del partito che ha partorito un incredibile avvicendamento di timonieri accomunati dalla stessa sconfitta, non avere spiegato cosa il Pd vuole fare da grande e con chi, con buona pace della base, i cosiddetti circoli, accomunata da due frustrazioni: il calo degli iscritti e il senso di impotenza. Letta, nella lettera inviata a tutti gli iscritti dice che il prossimo dovrà essere un congresso costituente.

Quattro le fasi per arrivare alla nomina del nuovo segretario dopo la disamina sulla sconfitta e sulla necessità di una proposta che vada oltre “evidenti limiti” per dare vita a “un Pd espansivo e largo”, La prima è la “chiamata” di tutti gli iscritti, seguirà quella dei “nodi” per un confronto a tutto tondo dentro i circoli, quella del “confronto” sulle candidature regionali e nazionali per arrivare a due candidati e l’ultima fase, quella delle “primarie” che sceglierà la nuova leadership.

Scommessa non facile quella di Letta anche perché partorita da un segretario che assieme agli altri tre principali capi corrente, Franceschini, Orlando e Guerini, è correo nell’avere favorito che nel nuovo Parlamento possano sedere persone che non sono state votate perché blindate nelle liste bloccate. Ma non sono soltanto i circoli a diffidare di questo ennesimo tentativo di restyling di un partito senza bussola. Anzi.

La prima risposta è arrivata quasi in concomitanza all’appello di Letta ed è stata sottoscritta da Rosy Bindi – fondatrice ed ex presidente del Pd, che auspica lo scioglimento del partito per evitare l’inutile ritualità dell’ennesimo congresso – e da un gruppo di intellettuali che chiedono la nascita del campo largo, un “campo plurale e inclusivo”, evitando una conta interna perché non è “cambiando segretario che il Pd può rigenerarsi e ricuperare la perduta rappresentanza dei bisogni e deghi interessi popolari”. Già, il campo largo. Come dire che il percorso congressuale indicato da Letta parte già in salita.

Malumori e segnali di affrancamento dai vertici del Pd arrivano non soltanto da una base sempre più determinata a fare sentire la propria voce, ma anche da alcune regioni, in primis quelle che andranno al voto nella prossima primavera e che quindi non possono permettersi il lusso di occuparsi dei congressi a scapito di una campagna elettorale che si preannuncia difficilissima. Nel Lazio, dove il presidente uscente e non più candidabile Zingaretti, il Pd è consapevole che potrà giocarsi la sfida con il centrodestra solo se riuscirà a trovare l’accordo con i 5 Stelle e con i centristi di Calenda. Quella stessa strategia contenuta nel documento di Rosy Bindi e gli altri intellettuali.

E altri segnali su questo fronte arrivano dal Friuli Venezia Giulia, pure chiamata alle urne nella prossima primavera. “Non possiamo perdere tempo in dispute congressuali che hanno il sapore della solita conta interna – sostiene l’ex parlamentare del Pd, Francesco Russo – perché, nonostante le tante smentite di Fedriga, i rumors romani insistono nel vederlo futuro ministro e in questo caso significherebbe che le regionali verrebbero anticipate al mese di gennaio, proprio in concomitanza con i congressi regionali e nazionali”.

In Fvg i rapporti in Regione tra Pd e 5 Stelle sono più che buoni. Assieme all’opposizione, sono concordi su diversi punti come la centralità del ruolo dei sindaci contro “il centralismo regionale della Lega”, il rilancio della Sanità pubblica rispetto alla volontà di imporre il modello lombardo, priorità all’ambiente e alla ricerca. Già, ma Calenda? “Sono ottimista”, replica Russo. E se davvero nei piani alti del Pd si vuole ragionare in termini di congresso costituente, forse farebbero bene ad analizzare quanto accaduto a Verona, dove l’ex calciatore Damiano Tommasi, ha fatto capire cosa significa fare squadra per vincere. E ha indicato che le soluzioni del centrosinistra possono e dovrebbero essere le più disinvolte e “anarchiche” possibili. Per Russo, Verona rappresenta un “modello interessante in grado di dimostrare che sui territori esiste un tasso di creatività che il Pd nazionale neppure immagina”.

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