Futura arriva sulle pagine del New York Times: il cinema d’autore racconta l’Italia dei giovani

Il cinema italiano d’autore arriva sulle pagine del New York Times. Proprio oggi Arthur Oliver Scott scrive di Futura, il docufilm realizzato da tre registi italiani (Pietro Marcello, Francesco Munzi e Alice Rohrwacher) che racconta l’Italia attraverso gli occhi dei giovani.

Il film, già presentato in anteprima mondiale alla Quinzaine des Réalisateurs di Cannes e poi uscito nella sale alla fine dello scorso ottobre con la distribuzione dell’Istituo Luce, è visto da New York Times come uno strumento che domani racconterà la pandemia a tutti. La premessa di Futura non potrebbe essere più semplice, scrive Scott. Alla fine del 2019, tre registi hanno deciso di intervistare gruppi di italiani in età liceale e universitaria in varie parti del Paese.

Un metodo che ha ricordato a molti il grande mestiere di tanti cineasti italiani che, durante il secolo scorso, attraversarono l’Italia, specie nel dopoguerra, per toccare con mano la vita degli italiani. Le loro domande, a volte udibili da dietro la telecamera, avevano principalmente a che fare con i sogni, le ansie e le ambizioni che fanno parte del paesaggio della giovinezza in ogni luogo e tempo.

Alcune delle risposte che senti nel film finito – rileva il quotidiano – sono concrete e personali: una carriera in agricoltura o in altri settori della vita sociale, viaggi o bambini. Altri sono astratti e collettivi, e coinvolgono il destino dell’Italia e la natura della felicità. Ci sono, nel film, sentori di emozioni complesse e la traccia di un sentimento anche politico.

Nella vita del Paese irrompe la pandemia – scrive il NYT – e le intenzioni di ciascuno sono complicate dagli sviluppi del presente. Non molto tempo dopo l’inizio delle riprese, l’emergenza blocca l’Italia, l’Europa, il mondo. Un’occasione per rideterminare anche le professioni del cinema, ridiscu terle, valorizzarle nella trasformazione del quotidiano.

Futura – ecco il ruolo attribuito dal NYT al film – è un documento della pandemia, un film che verrà esaminato in futuro per trovare indizi su ciò che sta accadendo ora. Ma non è esattamente un documentario sul covid – nota -.Come il ciclo Up di Michael Apted, che rivisitò la stessa manciata di scolari britannici ogni sette anni dal 1964 al 2019, Futura mette in scena la caratterizzazione sociale del quotidiano, aprendosi nel contempo all’universo.

Ne esce un affresco dell’Italia contemporanea, cioè anche delle divisioni di classe, tra regioni, di sesso, razza e ideologi che attraversano il Paese. E il NYT vede possibili due letture del docufilm. Uno spettatore incline alla sociologia raccoglierà molte informazioni riguardanti l’agricoltura, l’istruzione professionale, i ruoli di genere, il ruolo dello Stato e delle condizioni del Mezzogiorno. A un appassionato del cinema italiano, invece, potrebbero venire in mente le preziose storie di conflitti familiari e amicizia adolescenziale, di lavoro nei campi e in fabbrica che sono state la cifra stilistica di registi come Pasolini, Olmi, Fellini e De Sica. Chiunque abbia un cuore, alla fine, sarà però commosso dallo spirito generoso, critico e pieno di umanità condiviso dai ragazzi davanti alla telecamera e dagli adulti dall’altra parte dello schermo.

Il cinema italiano d’autore arriva sulle pagine del New York Times. Proprio oggi Arthur Oliver Scott scrive di Futura, il docufilm realizzato da tre registi italiani (Pietro Marcello, Francesco Munzi e Alice Rohrwacher) che racconta l’Italia attraverso gli occhi dei giovani.

Il film, già presentato in anteprima mondiale alla Quinzaine des Réalisateurs di Cannes e poi uscito nella sale alla fine dello scorso ottobre con la distribuzione dell’Istituo Luce, è visto da New York Times come uno strumento che domani racconterà la pandemia a tutti. La premessa di Futura non potrebbe essere più semplice, scrive Scott. Alla fine del 2019, tre registi hanno deciso di intervistare gruppi di italiani in età liceale e universitaria in varie parti del Paese.

Un metodo che ha ricordato a molti il grande mestiere di tanti cineasti italiani che, durante il secolo scorso, attraversarono l’Italia, specie nel dopoguerra, per toccare con mano la vita degli italiani. Le loro domande, a volte udibili da dietro la telecamera, avevano principalmente a che fare con i sogni, le ansie e le ambizioni che fanno parte del paesaggio della giovinezza in ogni luogo e tempo.

Alcune delle risposte che senti nel film finito – rileva il quotidiano – sono concrete e personali: una carriera in agricoltura o in altri settori della vita sociale, viaggi o bambini. Altri sono astratti e collettivi, e coinvolgono il destino dell’Italia e la natura della felicità. Ci sono, nel film, sentori di emozioni complesse e la traccia di un sentimento anche politico.

Nella vita del Paese irrompe la pandemia – scrive il NYT – e le intenzioni di ciascuno sono complicate dagli sviluppi del presente. Non molto tempo dopo l’inizio delle riprese, l’emergenza blocca l’Italia, l’Europa, il mondo. Un’occasione per rideterminare anche le professioni del cinema, ridiscu terle, valorizzarle nella trasformazione del quotidiano.

Futura – ecco il ruolo attribuito dal NYT al film – è un documento della pandemia, un film che verrà esaminato in futuro per trovare indizi su ciò che sta accadendo ora. Ma non è esattamente un documentario sul covid – nota -.Come il ciclo Up di Michael Apted, che rivisitò la stessa manciata di scolari britannici ogni sette anni dal 1964 al 2019, Futura mette in scena la caratterizzazione sociale del quotidiano, aprendosi nel contempo all’universo.

Ne esce un affresco dell’Italia contemporanea, cioè anche delle divisioni di classe, tra regioni, di sesso, razza e ideologi che attraversano il Paese. E il NYT vede possibili due letture del docufilm. Uno spettatore incline alla sociologia raccoglierà molte informazioni riguardanti l’agricoltura, l’istruzione professionale, i ruoli di genere, il ruolo dello Stato e delle condizioni del Mezzogiorno. A un appassionato del cinema italiano, invece, potrebbero venire in mente le preziose storie di conflitti familiari e amicizia adolescenziale, di lavoro nei campi e in fabbrica che sono state la cifra stilistica di registi come Pasolini, Olmi, Fellini e De Sica. Chiunque abbia un cuore, alla fine, sarà però commosso dallo spirito generoso, critico e pieno di umanità condiviso dai ragazzi davanti alla telecamera e dagli adulti dall’altra parte dello schermo.

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