Gabriele Anagni: “Nel mio paradiso c’è Elena Sofia”

Dal prossimo 31 gennaio fino al 12 febbraio lo vedremo con Elena Sofia Ricci al Teatro Quirino di Roma ne “La dolce ala della giovinezza” di Tennessee Williams. Gabriele Anagni, che è anche tra i protagonisti della soap opera di Raiuno Il paradiso delle Signore, si racconta a L’Identità.

 

Gabriele, com’è condividere la scena a teatro con un’artista del calibro di Elena Sofia Ricci?
È una piacevole responsabilità. All’inizio, chiaramente, c’era un po’ di soggezione ma Elena è una donna dolcissima, molto empatica e mi ha sempre fatto sentire a mio agio. Nel tempo il rapporto è diventato sempre più confidenziale e affettuoso, di stima reciproca. Detto questo, essere protagonista insieme a lei è stato e continua a essere molto formativo, perché di fronte non hai solo una grande artista ma soprattutto una grande persona, dal cui vissuto non si può che imparare e rubare. La responsabilità di essere accostato a un nome così importante non può che rappresentare per me una sfida virtuosa di crescita umana e professionale.

 

Come hai costruito il tuo personaggio?
Costruire il personaggio in questo caso è stato una danza funambolica tra ciò che voleva il regista, i consigli di Elena e quello che io mi ero immaginato, eheh. Ho dovuto destreggiarmi tra queste forze per far conciliare il più possibile tutto quanto e cercare di renderlo organico, non è stato semplice. Una cosa che sicuramente era da indagare è che Chance è un personaggio rotto che si dà molto sul piano fisico, il mio lavoro si è incentrato maggiormente su questo aspetto, immaginandomi come una specie di felino marcito interiormente. Mi sono concentrato su ciò che si allontanava di più da me come persona, ossia la spudoratezza.

Grande successo lo hai ottenuto anche con la fiction Il paradiso delle signore dove interpreti il ruolo di Alfredo Pericolo. Che effetto ti fa?
So che il mio lavoro sta piacendo e che quindi avrà un seguito.

Cosa hai in comune con Alfredo?
Con Alfredo non posso che avere in comune ciò che di mio ho messo nel personaggio. Questa sorta di leggerezza e romanticismo, l’atteggiamento da impunito. Tutte cose che io ho messo all’interno di un personaggio che all’inizio era solo accennato, tratteggiato in modo grossolano, diciamo, e che quindi doveva prendere vita.

Generalmente cosa ti spinge ad accettare un progetto?
Se non dicessi l’aspetto economico sarei un ipocrita. Fino a questo momento della mia vita l’obiettivo principale era portare a casa la pagnotta, come si suol dire. Questo non è un lavoro facile, è tanto bello quanto colmo di incertezze, soprattutto se non hai cuscinetti economici alle spalle e sotto i piedi. Quindi diciamo che all’inizio soprattutto non si può farne un discorso prettamente artistico. Dopo ovviamente le cose cambiano, ma te lo devi guadagnare, in qualche modo devi cominciare. Se un attore potesse sempre scegliere i progetti in base ai suoi gusti e al tempo stesso guadagnarsi da vivere, sarebbe un mondo perfetto. Purtroppo non è così.

 

Dì la verità: hai preferenze tra cinema, teatro e televisione?
Trovo che il cinema e il teatro siano forme più artistiche di fare questo lavoro rispetto alla televisione. Che segue più pedissequamente un format e un modus operandi prestabiliti. Nel cinema e nel teatro c’è più tempo e spazio per attuare un interpretazione a tutti gli effetti, che sia di un personaggio o di uno stile. Tra i due comunque non posso che sentirmi più legato al teatro, sia perché è il luogo dove ho lavorato di più, sia perché, come ho già detto, ci sono cresciuto e mi ci sono formato anche e soprattutto come essere umano. Il teatro è un po’ lo specchio di ciò che appare di me alle persone. Quello sguardo esterno i cui occhi restituiscono al mondo il riflesso della tua evoluzione emotiva e di ciò che sei. E che quindi ti determina, ti qualifica. Nel teatro si riflette la consapevolezza del mio io in questo mondo. Un po’ come in tutti luoghi dove siamo cresciuti.

 

Il regista da cui moriresti dalla voglia di essere diretto?
Quentin Tarantino. Tanto per volare bassi.

Dal prossimo 31 gennaio fino al 12 febbraio lo vedremo con Elena Sofia Ricci al Teatro Quirino di Roma ne “La dolce ala della giovinezza” di Tennessee Williams. Gabriele Anagni, che è anche tra i protagonisti della soap opera di Raiuno Il paradiso delle Signore, si racconta a L’Identità.

 

Gabriele, com’è condividere la scena a teatro con un’artista del calibro di Elena Sofia Ricci?
È una piacevole responsabilità. All’inizio, chiaramente, c’era un po’ di soggezione ma Elena è una donna dolcissima, molto empatica e mi ha sempre fatto sentire a mio agio. Nel tempo il rapporto è diventato sempre più confidenziale e affettuoso, di stima reciproca. Detto questo, essere protagonista insieme a lei è stato e continua a essere molto formativo, perché di fronte non hai solo una grande artista ma soprattutto una grande persona, dal cui vissuto non si può che imparare e rubare. La responsabilità di essere accostato a un nome così importante non può che rappresentare per me una sfida virtuosa di crescita umana e professionale.

 

Come hai costruito il tuo personaggio?
Costruire il personaggio in questo caso è stato una danza funambolica tra ciò che voleva il regista, i consigli di Elena e quello che io mi ero immaginato, eheh. Ho dovuto destreggiarmi tra queste forze per far conciliare il più possibile tutto quanto e cercare di renderlo organico, non è stato semplice. Una cosa che sicuramente era da indagare è che Chance è un personaggio rotto che si dà molto sul piano fisico, il mio lavoro si è incentrato maggiormente su questo aspetto, immaginandomi come una specie di felino marcito interiormente. Mi sono concentrato su ciò che si allontanava di più da me come persona, ossia la spudoratezza.

Grande successo lo hai ottenuto anche con la fiction Il paradiso delle signore dove interpreti il ruolo di Alfredo Pericolo. Che effetto ti fa?
So che il mio lavoro sta piacendo e che quindi avrà un seguito.

Cosa hai in comune con Alfredo?
Con Alfredo non posso che avere in comune ciò che di mio ho messo nel personaggio. Questa sorta di leggerezza e romanticismo, l’atteggiamento da impunito. Tutte cose che io ho messo all’interno di un personaggio che all’inizio era solo accennato, tratteggiato in modo grossolano, diciamo, e che quindi doveva prendere vita.

Generalmente cosa ti spinge ad accettare un progetto?
Se non dicessi l’aspetto economico sarei un ipocrita. Fino a questo momento della mia vita l’obiettivo principale era portare a casa la pagnotta, come si suol dire. Questo non è un lavoro facile, è tanto bello quanto colmo di incertezze, soprattutto se non hai cuscinetti economici alle spalle e sotto i piedi. Quindi diciamo che all’inizio soprattutto non si può farne un discorso prettamente artistico. Dopo ovviamente le cose cambiano, ma te lo devi guadagnare, in qualche modo devi cominciare. Se un attore potesse sempre scegliere i progetti in base ai suoi gusti e al tempo stesso guadagnarsi da vivere, sarebbe un mondo perfetto. Purtroppo non è così.

 

Dì la verità: hai preferenze tra cinema, teatro e televisione?
Trovo che il cinema e il teatro siano forme più artistiche di fare questo lavoro rispetto alla televisione. Che segue più pedissequamente un format e un modus operandi prestabiliti. Nel cinema e nel teatro c’è più tempo e spazio per attuare un interpretazione a tutti gli effetti, che sia di un personaggio o di uno stile. Tra i due comunque non posso che sentirmi più legato al teatro, sia perché è il luogo dove ho lavorato di più, sia perché, come ho già detto, ci sono cresciuto e mi ci sono formato anche e soprattutto come essere umano. Il teatro è un po’ lo specchio di ciò che appare di me alle persone. Quello sguardo esterno i cui occhi restituiscono al mondo il riflesso della tua evoluzione emotiva e di ciò che sei. E che quindi ti determina, ti qualifica. Nel teatro si riflette la consapevolezza del mio io in questo mondo. Un po’ come in tutti luoghi dove siamo cresciuti.

 

Il regista da cui moriresti dalla voglia di essere diretto?
Quentin Tarantino. Tanto per volare bassi.

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