Game over Super Mario

L’ultimo atto di Mario Draghi presidente del Consiglio si consuma all’estero, dove lui è quasi più di casa che da noi: il Consiglio Ue sulla crisi del gas. Mentre la premier in pectore Giorgia Meloni deve ancora ricevere l’incarico dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il capo del governo uscente è con gli altri leader dei Paesi Ue al tavolo della trattativa sul price cap dinamico e sulle altre misure per arginare il carobollette e tamponare i danni causati all’economia dell’eurozona. Ma Super Mario, come tanti chiamano l’ex presidente della Banca centrale europea, è anche il signor Draghi, per l’appunto. Un signore che ha mostrato – persino lui, Mr. Whatever It Takes – limiti e debolezze.

Si congeda dalla politica (per adesso o forse definitivamente, dipende da dove andrà e se l’incarico sarà di suo gradimento) tra alti e bassi, dopo aver guidato un governo effettivamente in emergenza continua. Sostenuto dalla più ampia maggioranza possibile, con il compito di provare a salvare l’Italia dai danni causati da restrizioni, chiusure e lockdown anti-Covid. Il tutto però nel pedissequo rispetto dei vincoli Ue sul bilancio. Con un occhio sempre rivolto ai conti pubblici, attento a non fare debito. Anche se servivano (e servono) decine di miliardi per proteggere famiglie e imprese dalla crisi (di cui ancora abbiamo visto soltanto i prodromi).

Celebrato come una sorta di uomo della Provvidenza, investito dell’onore-onere di salvare l’Italia da una politica inconcludente dopo aver salvato l’euro (e quindi l’Italia) da banchiere centrale, Draghi è stato l’uomo del deus ex machina Mattarella che doveva da super tecnico rimediare agli errori dei governi-pastrocchio Conte e Conte bis. Sappiamo come è andata. Sappiamo che ha fatto tutto bene, ma niente fuori dai paletti di Bruxelles. Non ha rischiato, non ha osato. E appena la più ampia maggioranza possibile ha vacillato non ha esitato ad abbandonare l’Italia al suo destino. Che poi è stato un bene per la democrazia: siamo tornati al voto e dopo oltre 10 anni gli italiani hanno espresso una chiara indicazione elettorale, facendo vincere la Meloni, primo premier donna della storia repubblicana.

Da banchiere ed economista Super Mario è al top da decenni, non ha quasi eguali. Ha un curriculum pazzesco e competenze a livelli siderali. Stimato e ascoltato per la sua autorità ed autorevolezza a livello globale, è tuttavia anche un uomo come tutti, con limiti e difetti. Un limite su tutti, quello di aver sottovalutato la politica parlamentare, i meccanismi dell’Aula, dando per scontato che la sua missione fosse più importante degli equilibri tra i partiti. Primo grave errore. Secondo errore, quasi fatale, è stato quello di voler andare a tutti i costi al Quirinale. Oggi possiamo dire che dopo la mancata elezione, Draghi si è indurito, mostrando sempre più palesemente un’insofferenza verso il Parlamento e la maggioranza che lo sosteneva.

Fino all’ultimo errore, che ha mostrato il limite più grande di tutti. Quando ha parlato a nome degli italiani, affermando in Aula che lui era premier anche e soprattutto perché sostenuto dai cittadini e che il suo compito era difendere il bene del Paese e che quindi il Parlamento doveva adeguarsi e continuare a sostenerlo senza se e senza ma. A quel punto la sua maggioranza ha staccato la spina al governo e ha ridimensionato il ruolo del “nonno al servizio delle istituzioni”. I toni duri, quasi arroganti, dell’ultimo discorso prima della mancata fiducia sembravano quelli del banchiere che impartisce ordini. Ma il Super Mario ome numero uno della Bce, in Parlamento era “soltanto” il premier. Il signor Draghi.

L’ultimo atto di Mario Draghi presidente del Consiglio si consuma all’estero, dove lui è quasi più di casa che da noi: il Consiglio Ue sulla crisi del gas. Mentre la premier in pectore Giorgia Meloni deve ancora ricevere l’incarico dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il capo del governo uscente è con gli altri leader dei Paesi Ue al tavolo della trattativa sul price cap dinamico e sulle altre misure per arginare il carobollette e tamponare i danni causati all’economia dell’eurozona. Ma Super Mario, come tanti chiamano l’ex presidente della Banca centrale europea, è anche il signor Draghi, per l’appunto. Un signore che ha mostrato – persino lui, Mr. Whatever It Takes – limiti e debolezze.

Si congeda dalla politica (per adesso o forse definitivamente, dipende da dove andrà e se l’incarico sarà di suo gradimento) tra alti e bassi, dopo aver guidato un governo effettivamente in emergenza continua. Sostenuto dalla più ampia maggioranza possibile, con il compito di provare a salvare l’Italia dai danni causati da restrizioni, chiusure e lockdown anti-Covid. Il tutto però nel pedissequo rispetto dei vincoli Ue sul bilancio. Con un occhio sempre rivolto ai conti pubblici, attento a non fare debito. Anche se servivano (e servono) decine di miliardi per proteggere famiglie e imprese dalla crisi (di cui ancora abbiamo visto soltanto i prodromi).

Celebrato come una sorta di uomo della Provvidenza, investito dell’onore-onere di salvare l’Italia da una politica inconcludente dopo aver salvato l’euro (e quindi l’Italia) da banchiere centrale, Draghi è stato l’uomo del deus ex machina Mattarella che doveva da super tecnico rimediare agli errori dei governi-pastrocchio Conte e Conte bis. Sappiamo come è andata. Sappiamo che ha fatto tutto bene, ma niente fuori dai paletti di Bruxelles. Non ha rischiato, non ha osato. E appena la più ampia maggioranza possibile ha vacillato non ha esitato ad abbandonare l’Italia al suo destino. Che poi è stato un bene per la democrazia: siamo tornati al voto e dopo oltre 10 anni gli italiani hanno espresso una chiara indicazione elettorale, facendo vincere la Meloni, primo premier donna della storia repubblicana.

Da banchiere ed economista Super Mario è al top da decenni, non ha quasi eguali. Ha un curriculum pazzesco e competenze a livelli siderali. Stimato e ascoltato per la sua autorità ed autorevolezza a livello globale, è tuttavia anche un uomo come tutti, con limiti e difetti. Un limite su tutti, quello di aver sottovalutato la politica parlamentare, i meccanismi dell’Aula, dando per scontato che la sua missione fosse più importante degli equilibri tra i partiti. Primo grave errore. Secondo errore, quasi fatale, è stato quello di voler andare a tutti i costi al Quirinale. Oggi possiamo dire che dopo la mancata elezione, Draghi si è indurito, mostrando sempre più palesemente un’insofferenza verso il Parlamento e la maggioranza che lo sosteneva.

Fino all’ultimo errore, che ha mostrato il limite più grande di tutti. Quando ha parlato a nome degli italiani, affermando in Aula che lui era premier anche e soprattutto perché sostenuto dai cittadini e che il suo compito era difendere il bene del Paese e che quindi il Parlamento doveva adeguarsi e continuare a sostenerlo senza se e senza ma. A quel punto la sua maggioranza ha staccato la spina al governo e ha ridimensionato il ruolo del “nonno al servizio delle istituzioni”. I toni duri, quasi arroganti, dell’ultimo discorso prima della mancata fiducia sembravano quelli del banchiere che impartisce ordini. Ma il Super Mario ome numero uno della Bce, in Parlamento era “soltanto” il premier. Il signor Draghi.

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