Gas, incubo razionamenti ma nessuno ha un piano B

Gara di proposte tra i partiti sul tema dell’energia ma nessuno osa evocare il rischio di tagli alle forniture dalla Russia, un pericolo sempre più concreto.

La campagna elettorale sembra già un’immensa operazione nostalgia o, se preferite, una sorta di danza macabra. Mentre l’Europa già batte i denti per l’inverno gelido che le si prospetta, in Italia si parla poco e forse male della grandissima emergenza che già adesso azzanna le famiglie e le imprese: quella dell’energia. C’è una parola che nessuno nomina mai, manco fosse il tabù di tutti i tabù. È un termine, però, che in Europa ormai circola da settimane e col quale, presto o tardi, dovremo fare i conti anche noi: razionamento.

Il presidente Nomisma Davide Tabarelli ha lanciato, nei giorni scorsi, un appello a non prendere sottogamba questa situazione. In un intervento pubblicato da La Stampa, Tabarelli ha scritto che c’è da attendersi di tutto poiché “le imprese stanno leggendo le fatture di luglio, quintuplicate in alcuni casi, a livelli che impongono a settembre la chiusura”. Il quadro è inquietante: “Occorre subito fare ipotesi di razionamento, come si sta facendo in Germania. È fare un po’ terrorismo ma non parlarne è fare gli struzzi che forse è peggio”.

Nei programmi, nelle dichiarazioni dei leader e dei peones, nessuno osa evocarne lo spettro. Eppure in Germania, dove le cose accadono (poco) prima che da noi perché là si vive la stessa situazione di dipendenza dalle materie prime energetiche russe, si tratta di una realtà con la quale i cittadini devono fare i conti. Insomma, c’è una (brutta) situazione di fatto. Non si deve esasperarla ma nemmeno si può far finta di nulla. Che l’energia sia un tema centrale nel futuro (e anche nel presente) è questione ben chiara alle coalizioni maggiori che tutte, tranne il M5s che spezzetta il tema diluendolo tra gli altri, dedicano spazio, più o meno ampio, alle strategie per garantire al nostro Paese l’approvvigionamento necessario. Il centrodestra dedica l’undicesimo punto del programma alla “sfida per l’autosufficienza energetica”. Un obiettivo prestigioso che Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e alleati intendono perseguire puntando su una transizione energetica sostenibile basata sull’aumento della produzione dell’energia rinnovabile, diversificazione degli approvvigionamenti energetici e realizzazione di un piano per l’autosufficienza energetica e sul pieno utilizzo delle risorse nazionali, “anche attraverso la riattivazione e nuova realizzazione di pozzi di gas naturale in un’ottica di utilizzo sostenibile delle fonti”. Infine il centrodestra promette la “promozione dell’efficientamento energetico, il sostegno alle politiche di price-cap a livello europeo e il ricorso alla produzione energetica attraverso la creazione di impianti di ultima generazione senza veti e preconcetti, valutando anche il ricorso al nucleare pulito e sicuro”. Si tratta di proposte sulle quali, più o meno, tutti sembrano d’accordo. Il Partito democratico, seppur con un giro di parole inevitabile, evoca lo spettro della riduzione dei consumi ma promette soluzioni che, se non immediate, quanto meno puntano a risolvere il gap energetico: “Vogliamo intervenire sulla riduzione dei costi energetici di famiglie e imprese attraverso proposte concrete, capaci di dare una spinta decisiva alle fonti pulite e rinnovabili”. C’è poco spazio, almeno in teoria, all’ambientalismo dei “no”. Addirittura, il Pd ha l’idea di varare un piano anti-Nimby, per far sì che i territori non si sentano danneggiati dai nuovi impianti e, anzi, partecipino attivamente al percorso da intraprendere, con l’istituzione di un fondo apposito a cui dovranno contribuire le imprese che lavorano ai progetti ritenuti necessari. Da casa dem, che approccia all’argomento attingendo alle agende climatiche internazionali, arriva la proposta di un “piano nazionale per il risparmio energetico e interventi finalizzati ad aumentare drasticamente la quota di rinnovabili prodotte in Italia, anche attraverso lo sviluppo delle Comunità energetiche, con l’obiettivo di installare 85 Gw di rinnovabili in più entro il 2030”. Secondo i dem si tratta di “un obiettivo ambizioso ma realistico che porterà, secondo alcune stime, alla creazione di circa 500mila nuovi posti di lavoro”. Un’altra ipotesi programmatica riguarda il contratto luce sociale aperto alle famiglie con redditi mediobassi. “Si tratta di un contratto di fornitura energetica prodotta totalmente da fonti rinnovabili e acquistata direttamente dalla società pubblica Acquirente Unico. Il contratto di acquisto avrà durata decennale e ciò permetterà di ottenere prezzi dell’energia elettrica molto bassi a vantaggio delle famiglie: fino ad un massimo di 1.350 KWh/anno per famiglia (pari al 50% del consumo medio), l’energia elettrica verrà fornita a costo zero, mentre sulla parte di consumo eccedente i prezzi saranno comunque calmierati”.

I pentastellati, che in fondo al decalogo delle promesse relegano la proposta di un Energy Recovery Fund, una sorta di Pnrr “per contrastare la pandemia energetica, aiutare famiglie e imprese e investire più massicciamente in fonti rinnovabili”, propugnano la “revisione del sistema di formazione del prezzo del gas favorendone lo sganciamento dal mercato TTF caratterizzato da fenomeni speculativi” e contestualmente propongono lo stop, assoluto e irrevocabile, a “nuove trivellazioni”. Tra gli obiettivi c’è la sburocratizzazione degli impianti di energia alternativa e un superbonus energetico destinato alle imprese.

Il problema dell’energia è, invece, in cima all’agenda programmatica dell’asse centrista Italia Viva- Azione. Calenda e Renzi hanno stilato un piano a breve, medio e lungo termine per sottrarre il Paese all’attuale stato di dipendenza dalle risorse provenienti dalla Russia. Tra i primi obiettivi immediati per giungere al traguardo delle “emissioni zero” entro il 2050 ci sono il ricorso ai rigassificatori, la riattivazione delle trivelle sul suolo nazionale, il price cap europeo e la necessità di trasferire gli extra profitti alle imprese energivore e alle famiglie deboli. Poi c’è la necessità di edifici più performanti sotto il profilo energetico e la necessità di arrivare al 2030 con il 50% di emissioni in meno, sostituite da fonti alternative. Su tutte, ovviamente, anche il nucleare. Che torna, così, di gran moda anche nel nostro Paese. Tante proposte, dunque, spesso diluite nel macrotema della transizione ecologica. Ma di razionamenti non parla nessuno,e non certo per scaramanzia.

Gara di proposte tra i partiti sul tema dell’energia ma nessuno osa evocare il rischio di tagli alle forniture dalla Russia, un pericolo sempre più concreto.

La campagna elettorale sembra già un’immensa operazione nostalgia o, se preferite, una sorta di danza macabra. Mentre l’Europa già batte i denti per l’inverno gelido che le si prospetta, in Italia si parla poco e forse male della grandissima emergenza che già adesso azzanna le famiglie e le imprese: quella dell’energia. C’è una parola che nessuno nomina mai, manco fosse il tabù di tutti i tabù. È un termine, però, che in Europa ormai circola da settimane e col quale, presto o tardi, dovremo fare i conti anche noi: razionamento.

Il presidente Nomisma Davide Tabarelli ha lanciato, nei giorni scorsi, un appello a non prendere sottogamba questa situazione. In un intervento pubblicato da La Stampa, Tabarelli ha scritto che c’è da attendersi di tutto poiché “le imprese stanno leggendo le fatture di luglio, quintuplicate in alcuni casi, a livelli che impongono a settembre la chiusura”. Il quadro è inquietante: “Occorre subito fare ipotesi di razionamento, come si sta facendo in Germania. È fare un po’ terrorismo ma non parlarne è fare gli struzzi che forse è peggio”.

Nei programmi, nelle dichiarazioni dei leader e dei peones, nessuno osa evocarne lo spettro. Eppure in Germania, dove le cose accadono (poco) prima che da noi perché là si vive la stessa situazione di dipendenza dalle materie prime energetiche russe, si tratta di una realtà con la quale i cittadini devono fare i conti. Insomma, c’è una (brutta) situazione di fatto. Non si deve esasperarla ma nemmeno si può far finta di nulla. Che l’energia sia un tema centrale nel futuro (e anche nel presente) è questione ben chiara alle coalizioni maggiori che tutte, tranne il M5s che spezzetta il tema diluendolo tra gli altri, dedicano spazio, più o meno ampio, alle strategie per garantire al nostro Paese l’approvvigionamento necessario. Il centrodestra dedica l’undicesimo punto del programma alla “sfida per l’autosufficienza energetica”. Un obiettivo prestigioso che Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e alleati intendono perseguire puntando su una transizione energetica sostenibile basata sull’aumento della produzione dell’energia rinnovabile, diversificazione degli approvvigionamenti energetici e realizzazione di un piano per l’autosufficienza energetica e sul pieno utilizzo delle risorse nazionali, “anche attraverso la riattivazione e nuova realizzazione di pozzi di gas naturale in un’ottica di utilizzo sostenibile delle fonti”. Infine il centrodestra promette la “promozione dell’efficientamento energetico, il sostegno alle politiche di price-cap a livello europeo e il ricorso alla produzione energetica attraverso la creazione di impianti di ultima generazione senza veti e preconcetti, valutando anche il ricorso al nucleare pulito e sicuro”. Si tratta di proposte sulle quali, più o meno, tutti sembrano d’accordo. Il Partito democratico, seppur con un giro di parole inevitabile, evoca lo spettro della riduzione dei consumi ma promette soluzioni che, se non immediate, quanto meno puntano a risolvere il gap energetico: “Vogliamo intervenire sulla riduzione dei costi energetici di famiglie e imprese attraverso proposte concrete, capaci di dare una spinta decisiva alle fonti pulite e rinnovabili”. C’è poco spazio, almeno in teoria, all’ambientalismo dei “no”. Addirittura, il Pd ha l’idea di varare un piano anti-Nimby, per far sì che i territori non si sentano danneggiati dai nuovi impianti e, anzi, partecipino attivamente al percorso da intraprendere, con l’istituzione di un fondo apposito a cui dovranno contribuire le imprese che lavorano ai progetti ritenuti necessari. Da casa dem, che approccia all’argomento attingendo alle agende climatiche internazionali, arriva la proposta di un “piano nazionale per il risparmio energetico e interventi finalizzati ad aumentare drasticamente la quota di rinnovabili prodotte in Italia, anche attraverso lo sviluppo delle Comunità energetiche, con l’obiettivo di installare 85 Gw di rinnovabili in più entro il 2030”. Secondo i dem si tratta di “un obiettivo ambizioso ma realistico che porterà, secondo alcune stime, alla creazione di circa 500mila nuovi posti di lavoro”. Un’altra ipotesi programmatica riguarda il contratto luce sociale aperto alle famiglie con redditi mediobassi. “Si tratta di un contratto di fornitura energetica prodotta totalmente da fonti rinnovabili e acquistata direttamente dalla società pubblica Acquirente Unico. Il contratto di acquisto avrà durata decennale e ciò permetterà di ottenere prezzi dell’energia elettrica molto bassi a vantaggio delle famiglie: fino ad un massimo di 1.350 KWh/anno per famiglia (pari al 50% del consumo medio), l’energia elettrica verrà fornita a costo zero, mentre sulla parte di consumo eccedente i prezzi saranno comunque calmierati”.

I pentastellati, che in fondo al decalogo delle promesse relegano la proposta di un Energy Recovery Fund, una sorta di Pnrr “per contrastare la pandemia energetica, aiutare famiglie e imprese e investire più massicciamente in fonti rinnovabili”, propugnano la “revisione del sistema di formazione del prezzo del gas favorendone lo sganciamento dal mercato TTF caratterizzato da fenomeni speculativi” e contestualmente propongono lo stop, assoluto e irrevocabile, a “nuove trivellazioni”. Tra gli obiettivi c’è la sburocratizzazione degli impianti di energia alternativa e un superbonus energetico destinato alle imprese.

Il problema dell’energia è, invece, in cima all’agenda programmatica dell’asse centrista Italia Viva- Azione. Calenda e Renzi hanno stilato un piano a breve, medio e lungo termine per sottrarre il Paese all’attuale stato di dipendenza dalle risorse provenienti dalla Russia. Tra i primi obiettivi immediati per giungere al traguardo delle “emissioni zero” entro il 2050 ci sono il ricorso ai rigassificatori, la riattivazione delle trivelle sul suolo nazionale, il price cap europeo e la necessità di trasferire gli extra profitti alle imprese energivore e alle famiglie deboli. Poi c’è la necessità di edifici più performanti sotto il profilo energetico e la necessità di arrivare al 2030 con il 50% di emissioni in meno, sostituite da fonti alternative. Su tutte, ovviamente, anche il nucleare. Che torna, così, di gran moda anche nel nostro Paese. Tante proposte, dunque, spesso diluite nel macrotema della transizione ecologica. Ma di razionamenti non parla nessuno,e non certo per scaramanzia.

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