Una generazione che non ha mai visto l’Italia ai Mondiali
Ho vent’anni. Il che significa che appartengo, senza averlo scelto, alla generazione senza Mondiali.
Per me e per chi ha la mia età il calcio ha un sapore diverso. È un calcio vissuto per metà di riflesso, attraverso i racconti di chi c’era. Mio padre me li fa spesso, quei racconti. Parla del 2006 con un tono che non usa per quasi nient’altro: qualcosa tra la nostalgia e il possesso, come di una cosa che appartiene solo a chi l’ha vissuta. E ha ragione. Quella cosa non è mia.
Quando guardo una partita della Nazionale mi capita di immaginare cosa si possa provare a essere dall’altra parte: a vincere davvero qualcosa, a piangere per una gioia che viene da quel tipo di appartenenza collettiva e irrazionale che solo lo sport sa costruire. Me lo immagino, appunto. Non lo so.
L’unica volta che ho sfiorato qualcosa di simile è stata l’estate del 2021. L’Italia che batte l’Inghilterra a Wembley, la finale degli Europei, le piazze piene. Lì, per una notte, ho capito di cosa parlava mio padre. Ma gli Europei restano un’altra cosa. Sono una festa, una tappa, non la destinazione. Il Mondiale è il Mondiale: non esiste equivalente, non esiste consolazione.
Il Tricolore ha portato per decenni un’idea precisa con sé: sportività, vittoria, lacrime di gioia condivise con chiunque stesse guardando. Quel senso di appartenenza ogni tanto torna, con Sinner che vince uno Slam, o Antonelli che cresce in Formula 1, ma è intermittente, frammentato. Non è la stessa cosa di un’estate intera con la Nazionale in campo, con un paese che si ferma e tifa insieme.
Poi arriva una serata come quella di Zenica. E ci si ritrova a guardare le macerie: la federazione che si sgretola, Abodi che chiede le dimissioni di Gravina, i giocatori sotto accusa, il commissario tecnico sul banco degli imputati. Il solito rituale del dopo-disastro, con le solite facce e le solite parole.
E io, che quel Mondiale non l’ho mai visto, che lo conosco solo come mito familiare, mi trovo a fare l’unica domanda che ha senso fare, alla fine di tutto: cosa è andato storto.
Non è una domanda tecnica. Non è una questione di moduli o di mercato. È una domanda più grande, che riguarda un sistema intero e una generazione intera. Siamo cresciuti sentendoci dire che il calcio italiano è una cosa seria, una tradizione, un’identità. Vorremmo partecipare da semplici tifosi a un mondiale, per gioire e soffrire con la nazionale azzurra. Proprio come hanno sempre potuto fare le generazioni precedenti alla nostra.
Leggi anche: Figc, Gravina dimesso: chi sono i possibili successori
Torna alle notizie in home