Georges Auric: un musicista del ’900

La musica strumentale trova in Francia, all’inizio del Novecento, un rinnovato interesse grazie, in particolare, al compositore Vincent d’Indy (1851 – 1931), tra i fondatori, insegnante e direttore della “Schola Cantorum” di Parigi – una scuola dove trovarono posto sia i fautori del rigore e della tradizione sia quelli del rinnovamento più spinto, sia pure fondato sul ritorno alle fonti della musica francese – e alla straordinaria originalità del compositore Erik Satie (1866 – 1925) la cui eredità musicale,  animata da un gusto provocatorio per il “nonsense” e da ardite intuizioni sull’armonia, il ritmo e il concetto stesso del comporre, venne ereditata dal “Gruppo dei Sei” che ebbe dalla sua parte lo scrittore Jean Cocteau che ne scrisse nel 1918 il manifesto programmatico con il titolo “Il Gallo e l’Arlecchino” che ne esponeva l’ideologia e la trasponeva in estetica musicale. Sorto spontaneamente a Parigi attorno al 1920, il “Gruppo dei Sei” fu un circolo musicale del quale fecero parte i compositori francesi Darius Milhaud, Arthur Honegger, Francis Poulenc, Germaine Tailleferre, Georges Auric e Louis Durey. La musica oggettiva dei “Sei” costituì una reazione alle tendenze dominanti dell’impressionismo di Claude Debussy, alla prolissità wagneriana e all’eccesso di pathos del Romanticismo, aggiungendovi uno spirito nazionalista che tendeva alla rifondazione della musica nazionale francese in nome di ideali moderni di chiarezza, semplicità funzionale, linearità melodica e vivacità ritmica.

Tra i “Sei” si distinse George Auric (Lodève, Hérault, 15 febbraio 1899) per la capacità di esprimersi, con uguale bravura e riscuotendo significativi consensi, in vari generi musicali: dalla lirica, alle sonate per pianoforte e violino, al balletto, al musical, alla canzone. Considerato un bambino prodigio, dopo aver studiato al Conservatorio di Montpellier nel 1913 divenne allievo di Georges Caussade al Conservatorio di Parigi, dove studia contrappunto e fuga, e dall’anno seguente studia composizione con Vincent d’Indy alla Schola Cantorum. Pubblica la sua prima composizione all’età di 15 anni, e prima di compierne 20, ancora studente al conservatorio, era già considerato un musicista di avanguardia manifestando subito caratteri di spregiudicata reazione alle austere premesse scolastiche e scritto e orchestrato diverse musiche di scena e di balletti. In questi suoi primi lavori, contrappuntisticamente complessi e atonali,  si notano le influenze di Berg e Skryabin.

Tra le sue prime opere il balletto “Les Matelots” e l’opera intitolata “La reine de coeur” (la regina di cuori), del 1919, andata perduta, opere concise e propense ad ironiche bizzarrie, come le Sonatine per Pianoforte del 1922, che esprimevano la reazione all’eredità tardo-romantica e impressionista che caratterizzava la sua attività artistica.

Il suo primo successo fu l’opera “Les facheux” (1921), tratta da una commedia di Molière, nata come musica di scena e trasformata nel 1924 in balletto (con coreografia di  Bronislava Nijinska e scene e costumi di Georges Braque) su proposta di Sergej Diaghilev, il coreografo che nel 1911 aveva fondato a Parigi i “Ballets Russes”, l’evento teatrale più importante del primo quarto del ‘900. Di quest’opera sono rimasti piccoli pezzi, conosciuti da un pubblico ridotto, caratterizzati da un anticonformismo di cui  però la grande arte in quel periodo non aveva bisogno, in quanto molto imperniata sul wagnerismo e su una concezione di musica che la Prima Guerra Mondiale non aveva potuto eliminare completamente. Alcuni critici considerarono il lavoro interessante, altri invece non trovarono il contenuto dell’opera particolarmente divertente, come si sarebbero aspettati: in realtà la musica si rivelava dissonante a sorpresa, senza alcuna allusione al folklore parigino. Inoltre non vi si trovava alcuna fresca melodia e si ritenne che  l’opera, nell’insieme, esprimeva una triste malinconia che ricordava quella del circo. “Diaghilev, dichiarò Auric, mi apriva una strada su cui io mi incamminai volentieri. Amo il movimento, lo slancio. Amo anche ciò che è visuale. Il balletto mi ha offerto delle meravigliose occasioni. Il teatro mi dà più gioia che la forma sinfonica. E’ una debolezza aver scelto questo genere? Io non credo: io ero sincero…. Ciò che è importante in un’opera, secondo me, è il lirismo”.

Nel 1927 scrisse un’opera di un solo atto: “Sous la masque” (sotto la maschera) e  apportò il suo contributo in “Rondeau”,  per il balletto per bambini “L’eventail de Jeanne”, una collaborazione tra dieci compositori francesi. Quando Jean Cocteau, al quale era legato da una profonda amicizia e con il quale aveva collaborato  nella scrittura di poesie e canzoni, iniziò la propria carriera cinematografica, Auric intraprende l’attività di autore di musiche per film e, nel 1930, scrive la sua prima colonna sonora per “Le sang d’un poète” di Cocteau: il successo del film gli aprì poi le porte di Hollywood. Numerose le colonne sonore di film alle quali Auric contribuì tra le quali “La bella e la bestia” (1946) di Cocteau, “Passaporto per Pimlico” (1949) di Henry Cornelius, “L’incredibile avventura di Mr. Holland” (1951) di Charles Crichton, “Vacanze romane” (1953) di William Wyler, “Vite vendute” (1953) di Henri-Georges Clouzot, “Il gobbo di Notre Dame” (1956) di Jean Delannoy, “Rififi (1956) di Jules Dassin, “Buongiorno tristezza” (1958) di Otto Preminger, “Tre uomini in fuga” (1966) di Gérard Oury e “Thérèse e Isabelle” (1968) di Radley Metzger. Numerosi brani da lui composti per il cinema entrarono nella hit parade di vendita discografica, come la canzone “Where Is Your Heart” del film Moulin Rouge (1952) di John Huston. La sua musica, incisiva, robusta e ben ritmata, il suo humour più sarcastico che gaio, e la leggerezza che caratterizzano le sue composizioni conquistano il pubblico perché non sono affatto indice di un’arte superficiale. A musiche da commedia, più leggere di quelle di J.Strauss o di Offenbach, affianca musiche dal carattere più cupo e complesso, forse più vicine allo stile di R. Strauss  o di I. Stravinsky, come quelle composte per il film horror inglese “Dead of  night” (1945) di Basil Dearden, distribuito in Italia con il titolo “Incubi notturni”. Auric non ha mai voluto sopprimere il lirismo e l’emozione, anzi, ha voluto ritrovarli in tutta la loro purezza ed autenticità, senza esagerazioni, in uno stile classico. Ha schematizzato il sentimento, ma senza sacrificare l’emozione a favore dell’eleganza. Rifiutava le armonie di tipo orchestrale e lo stile romantico, che considerava troppo artificioso. Sapeva distribuire l’intera ampiezza di un’orchestra sinfonica su pochi strumenti, usandone due o tre per volta. Diversamente dallo storico della musica Emile Vuillermoz, che non apprezzava Georges Auric, Antoine Golea e Claude Rostand  hanno espresso nei suoi confronti dei giudizi più precisi e più obiettivi. In particolare Rostand ritiene Auric  “il più intelligente e colto degli uomini che si possono incontrare oggi nel mondo della musica. C’è in lui l’umanista, e l’umanesimo è raro. Auric ha pudore ed obiettività tanto come uomo quanto come artista. Ma è certamente più passionale di quanto possa mostrare”. L’apparente ritegno di Auric era la maschera che gli consentiva di dire a viso coperto ciò che egli aveva da dire: la sua musica non era mai inespressiva. Presidente della Société des auteurs, compositeurs et éditeurs de musique (SACEM) dal 1954 al 1978, nel 1962 Auric divenne direttore dell’Opéra di Parigi, città dove muore il 23 luglio 1983 e dove è sepolto nel Cimitero di Montparnasse.

Iolanda Dolce

La musica strumentale trova in Francia, all’inizio del Novecento, un rinnovato interesse grazie, in particolare, al compositore Vincent d’Indy (1851 – 1931), tra i fondatori, insegnante e direttore della “Schola Cantorum” di Parigi – una scuola dove trovarono posto sia i fautori del rigore e della tradizione sia quelli del rinnovamento più spinto, sia pure fondato sul ritorno alle fonti della musica francese – e alla straordinaria originalità del compositore Erik Satie (1866 – 1925) la cui eredità musicale,  animata da un gusto provocatorio per il “nonsense” e da ardite intuizioni sull’armonia, il ritmo e il concetto stesso del comporre, venne ereditata dal “Gruppo dei Sei” che ebbe dalla sua parte lo scrittore Jean Cocteau che ne scrisse nel 1918 il manifesto programmatico con il titolo “Il Gallo e l’Arlecchino” che ne esponeva l’ideologia e la trasponeva in estetica musicale. Sorto spontaneamente a Parigi attorno al 1920, il “Gruppo dei Sei” fu un circolo musicale del quale fecero parte i compositori francesi Darius Milhaud, Arthur Honegger, Francis Poulenc, Germaine Tailleferre, Georges Auric e Louis Durey. La musica oggettiva dei “Sei” costituì una reazione alle tendenze dominanti dell’impressionismo di Claude Debussy, alla prolissità wagneriana e all’eccesso di pathos del Romanticismo, aggiungendovi uno spirito nazionalista che tendeva alla rifondazione della musica nazionale francese in nome di ideali moderni di chiarezza, semplicità funzionale, linearità melodica e vivacità ritmica.

Tra i “Sei” si distinse George Auric (Lodève, Hérault, 15 febbraio 1899) per la capacità di esprimersi, con uguale bravura e riscuotendo significativi consensi, in vari generi musicali: dalla lirica, alle sonate per pianoforte e violino, al balletto, al musical, alla canzone. Considerato un bambino prodigio, dopo aver studiato al Conservatorio di Montpellier nel 1913 divenne allievo di Georges Caussade al Conservatorio di Parigi, dove studia contrappunto e fuga, e dall’anno seguente studia composizione con Vincent d’Indy alla Schola Cantorum. Pubblica la sua prima composizione all’età di 15 anni, e prima di compierne 20, ancora studente al conservatorio, era già considerato un musicista di avanguardia manifestando subito caratteri di spregiudicata reazione alle austere premesse scolastiche e scritto e orchestrato diverse musiche di scena e di balletti. In questi suoi primi lavori, contrappuntisticamente complessi e atonali,  si notano le influenze di Berg e Skryabin.

Tra le sue prime opere il balletto “Les Matelots” e l’opera intitolata “La reine de coeur” (la regina di cuori), del 1919, andata perduta, opere concise e propense ad ironiche bizzarrie, come le Sonatine per Pianoforte del 1922, che esprimevano la reazione all’eredità tardo-romantica e impressionista che caratterizzava la sua attività artistica.

Il suo primo successo fu l’opera “Les facheux” (1921), tratta da una commedia di Molière, nata come musica di scena e trasformata nel 1924 in balletto (con coreografia di  Bronislava Nijinska e scene e costumi di Georges Braque) su proposta di Sergej Diaghilev, il coreografo che nel 1911 aveva fondato a Parigi i “Ballets Russes”, l’evento teatrale più importante del primo quarto del ‘900. Di quest’opera sono rimasti piccoli pezzi, conosciuti da un pubblico ridotto, caratterizzati da un anticonformismo di cui  però la grande arte in quel periodo non aveva bisogno, in quanto molto imperniata sul wagnerismo e su una concezione di musica che la Prima Guerra Mondiale non aveva potuto eliminare completamente. Alcuni critici considerarono il lavoro interessante, altri invece non trovarono il contenuto dell’opera particolarmente divertente, come si sarebbero aspettati: in realtà la musica si rivelava dissonante a sorpresa, senza alcuna allusione al folklore parigino. Inoltre non vi si trovava alcuna fresca melodia e si ritenne che  l’opera, nell’insieme, esprimeva una triste malinconia che ricordava quella del circo. “Diaghilev, dichiarò Auric, mi apriva una strada su cui io mi incamminai volentieri. Amo il movimento, lo slancio. Amo anche ciò che è visuale. Il balletto mi ha offerto delle meravigliose occasioni. Il teatro mi dà più gioia che la forma sinfonica. E’ una debolezza aver scelto questo genere? Io non credo: io ero sincero…. Ciò che è importante in un’opera, secondo me, è il lirismo”.

Nel 1927 scrisse un’opera di un solo atto: “Sous la masque” (sotto la maschera) e  apportò il suo contributo in “Rondeau”,  per il balletto per bambini “L’eventail de Jeanne”, una collaborazione tra dieci compositori francesi. Quando Jean Cocteau, al quale era legato da una profonda amicizia e con il quale aveva collaborato  nella scrittura di poesie e canzoni, iniziò la propria carriera cinematografica, Auric intraprende l’attività di autore di musiche per film e, nel 1930, scrive la sua prima colonna sonora per “Le sang d’un poète” di Cocteau: il successo del film gli aprì poi le porte di Hollywood. Numerose le colonne sonore di film alle quali Auric contribuì tra le quali “La bella e la bestia” (1946) di Cocteau, “Passaporto per Pimlico” (1949) di Henry Cornelius, “L’incredibile avventura di Mr. Holland” (1951) di Charles Crichton, “Vacanze romane” (1953) di William Wyler, “Vite vendute” (1953) di Henri-Georges Clouzot, “Il gobbo di Notre Dame” (1956) di Jean Delannoy, “Rififi (1956) di Jules Dassin, “Buongiorno tristezza” (1958) di Otto Preminger, “Tre uomini in fuga” (1966) di Gérard Oury e “Thérèse e Isabelle” (1968) di Radley Metzger. Numerosi brani da lui composti per il cinema entrarono nella hit parade di vendita discografica, come la canzone “Where Is Your Heart” del film Moulin Rouge (1952) di John Huston. La sua musica, incisiva, robusta e ben ritmata, il suo humour più sarcastico che gaio, e la leggerezza che caratterizzano le sue composizioni conquistano il pubblico perché non sono affatto indice di un’arte superficiale. A musiche da commedia, più leggere di quelle di J.Strauss o di Offenbach, affianca musiche dal carattere più cupo e complesso, forse più vicine allo stile di R. Strauss  o di I. Stravinsky, come quelle composte per il film horror inglese “Dead of  night” (1945) di Basil Dearden, distribuito in Italia con il titolo “Incubi notturni”. Auric non ha mai voluto sopprimere il lirismo e l’emozione, anzi, ha voluto ritrovarli in tutta la loro purezza ed autenticità, senza esagerazioni, in uno stile classico. Ha schematizzato il sentimento, ma senza sacrificare l’emozione a favore dell’eleganza. Rifiutava le armonie di tipo orchestrale e lo stile romantico, che considerava troppo artificioso. Sapeva distribuire l’intera ampiezza di un’orchestra sinfonica su pochi strumenti, usandone due o tre per volta. Diversamente dallo storico della musica Emile Vuillermoz, che non apprezzava Georges Auric, Antoine Golea e Claude Rostand  hanno espresso nei suoi confronti dei giudizi più precisi e più obiettivi. In particolare Rostand ritiene Auric  “il più intelligente e colto degli uomini che si possono incontrare oggi nel mondo della musica. C’è in lui l’umanista, e l’umanesimo è raro. Auric ha pudore ed obiettività tanto come uomo quanto come artista. Ma è certamente più passionale di quanto possa mostrare”. L’apparente ritegno di Auric era la maschera che gli consentiva di dire a viso coperto ciò che egli aveva da dire: la sua musica non era mai inespressiva. Presidente della Société des auteurs, compositeurs et éditeurs de musique (SACEM) dal 1954 al 1978, nel 1962 Auric divenne direttore dell’Opéra di Parigi, città dove muore il 23 luglio 1983 e dove è sepolto nel Cimitero di Montparnasse.

Iolanda Dolce

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