Giorgia, la pax con Mario e il cammino verso il Colle 

“Se non vince la Meloni l’unica alternativa è Draghi”: Renzi, che si fregia di leggere la politica in prospettiva sebbene tale dote non gli venga riconosciuta in termini di consensi, pensa già al dopo elezioni, tagliando fuori dalla corsa l’ammucchiata in salsa dem di Enrico Letta. D’altronde da terzopolista, insieme all’altro ex Pd Calenda, Renzi va ripetendo da un secondo dopo la sfiducia al premier che Draghi deve tornare a Palazzo Chigi. Come ci ricorda tutti i giorni la Carfagna, vera giannizzera draghiana, l’ex SuperMario deve tornare super. Noi vogliamo aggiungere un tassello a questo scenario, sempre in prospettiva: anche in caso di vittoria della Meloni e di un suo incarico a Palazzo Chigi, sentiremo ancora parlare di Draghi. In questi giorni si fa un gran parlare dell’ex numero uno della Bce nei panni di “lord protettore” di un governo Meloni nei confronti di Ue, Usa e mercati internazionali. La leader di FdI dal canto suo di certo non vuole finire come Berlusconi e il suo quarto governo, caduti a colpi di spread e di ingerenze estere in combutta con il solito Pd e un inquilino al Colle ancor più vicino ai dem dell’attuale.

Draghi, il sedicente “nonno al servizio delle istituzioni”, non aiuterebbe la Meloni per puro spirito di servizio, appunto. Ma in cambio di qualcosa. Il patto potrebbe essere che lei resta a Palazzo Chigi senza scossoni mentre lui si prepara ad andare al Quirinale, magari grazie alla riforma in chiave semipresidenziale. Eletto direttamente dai cittadini. Oppure semplicemente prendendo il posto di Mattarella. Il quale dal canto suo come è noto preferirebbe non dover conferire l’incarico alla Meloni. O magari Draghi aspira a un incarico nella Ue, o alla Nato e conta sul sostegno del govrrno. In ogni caso il premier uscente e la sempre più probabile prima presidente del Consiglio donna hanno bisogno l’uno dell’altra.

Quello che è sicuro è il rapporto istituzionale tra l’attuale premier e la leader dell’opposizione: nei mesi di governo si sono sempre sentiti e non v’è ragione di ritenere che tale filo diretto si sia interrotto proprio adesso. Ci sono anche alcuni dossier – Ita, il rigassificatore di Piombino, i balneari – che il governo Draghi potrebbe affrontare proprio per facilitare il lavoro del prossimo esecutivo. In tale ottica, il colpo di scena sulla trattativa di Ita, con il governo che ha preferito la cordata del fondo Usa Certares, Delta Airlines e Air France-Klm. L’offerta in questione garantisce allo Stato una maggiore governance, due posti nel prossimo consiglio di amministrazione e la possibilità di nominare il presidente. Proprio come chiedeva la Meloni.

Lo stesso si può dire sul rigassificatore di Piombino, che per Draghi va fatto. Così come per la Meloni, la quale poi sul caro prezzi energia propone, proprio come il premier in carica, di disaccoppiare il prezzo del gas da quello dell’elettricità. La leader di FdI inoltre è favorevole al cosiddetto price cap, il tetto al prezzo del gas, altro cavallo di battaglia dell’ex Bce.

La crisi del gas con la guerra tra Ue e Russia e l’emergenza che ne consegue è un altro fil rouge tra Meloni e Draghi, che potrebbe materializzarsi in una conferma di Cingolani – che per ora si limita a proporre di abbassare i termosifoni – come ministro della Transizione ecologica. Con la nuova legislatura magari Cingolani potrebbe presentare un piano più corposo, a vantaggio di chi sarà a Palazzo Chigi. Anche in termini di gradimento dei cittadini, stremati dalla crisi economica scatenata dalla pandemia e ora acuita dalla crisi del gas e i lockdown energetici che ne conseguiranno.

Dal canto suo, la Meloni ha tutte le carte in regola: è favorevole al sostegno all’Ucraina nella guerra con la Russia, ha promesso all’Ue che non farà scostamenti di bilancio. Due temi carissimi a Draghi, il quale nel celebre discorso a Rimini ha affermato che “chiunque sarà in grado di governare e di fare bene”. Un “chiunque”, quello del premier, rivolto proprio alla Meloni, visto che era l’unica fuori dalla maggioranza del suo esecutivo.

Certo è che in questo scenario, il capo dello Stato non resterà a guardare. Tutto dipende dall’esito del voto. Se dalle urne del 25 settembre uscirà una netta vittoria del centrodestra, con un altrettanto netto vantaggio della Meloni su Salvini e Berlusconi, Mattarella non solo dovrà obtorto collo conferire l’incarico alla leader di FdI ma magari anche concordare un cambio della guardia per dare a Draghi quel ruolo istituzionale in grado di garantire al governo Meloni di non subire ingerenze esterne. Al contrario, se Salvini e Berlusconi recupereranno e avranno maggior voce in capitolo, per la leader di FdI non sarà facilissimo smarcarsi dagli alleati per proseguire nel suo asse con Draghi. Il quale peraltro sarà di certo consultato anche per i nomi dei ministri da proporre al Colle, allo scopo di evitare un altro incidente come quello con Savona, non gradito a Mattarella. In tal senso non è da escludersi neanche che oltre a concordare con il Quirinale i nomi dei ministri chiave – Economia, Esteri, Interno, Giustizia – lo stesso Draghi non sia proposto proprio come super ministro del Mef. Sempre in attesa sia chiaro di prendere posto sul Colle. Non è da escludersi infatti che in uno scenario di “strana coppia” Draghi-Meloni, Mattarella si dimetta prima della scadenza del secondo mandato.

“Se non vince la Meloni l’unica alternativa è Draghi”: Renzi, che si fregia di leggere la politica in prospettiva sebbene tale dote non gli venga riconosciuta in termini di consensi, pensa già al dopo elezioni, tagliando fuori dalla corsa l’ammucchiata in salsa dem di Enrico Letta. D’altronde da terzopolista, insieme all’altro ex Pd Calenda, Renzi va ripetendo da un secondo dopo la sfiducia al premier che Draghi deve tornare a Palazzo Chigi. Come ci ricorda tutti i giorni la Carfagna, vera giannizzera draghiana, l’ex SuperMario deve tornare super. Noi vogliamo aggiungere un tassello a questo scenario, sempre in prospettiva: anche in caso di vittoria della Meloni e di un suo incarico a Palazzo Chigi, sentiremo ancora parlare di Draghi. In questi giorni si fa un gran parlare dell’ex numero uno della Bce nei panni di “lord protettore” di un governo Meloni nei confronti di Ue, Usa e mercati internazionali. La leader di FdI dal canto suo di certo non vuole finire come Berlusconi e il suo quarto governo, caduti a colpi di spread e di ingerenze estere in combutta con il solito Pd e un inquilino al Colle ancor più vicino ai dem dell’attuale.

Draghi, il sedicente “nonno al servizio delle istituzioni”, non aiuterebbe la Meloni per puro spirito di servizio, appunto. Ma in cambio di qualcosa. Il patto potrebbe essere che lei resta a Palazzo Chigi senza scossoni mentre lui si prepara ad andare al Quirinale, magari grazie alla riforma in chiave semipresidenziale. Eletto direttamente dai cittadini. Oppure semplicemente prendendo il posto di Mattarella. Il quale dal canto suo come è noto preferirebbe non dover conferire l’incarico alla Meloni. O magari Draghi aspira a un incarico nella Ue, o alla Nato e conta sul sostegno del govrrno. In ogni caso il premier uscente e la sempre più probabile prima presidente del Consiglio donna hanno bisogno l’uno dell’altra.

Quello che è sicuro è il rapporto istituzionale tra l’attuale premier e la leader dell’opposizione: nei mesi di governo si sono sempre sentiti e non v’è ragione di ritenere che tale filo diretto si sia interrotto proprio adesso. Ci sono anche alcuni dossier – Ita, il rigassificatore di Piombino, i balneari – che il governo Draghi potrebbe affrontare proprio per facilitare il lavoro del prossimo esecutivo. In tale ottica, il colpo di scena sulla trattativa di Ita, con il governo che ha preferito la cordata del fondo Usa Certares, Delta Airlines e Air France-Klm. L’offerta in questione garantisce allo Stato una maggiore governance, due posti nel prossimo consiglio di amministrazione e la possibilità di nominare il presidente. Proprio come chiedeva la Meloni.

Lo stesso si può dire sul rigassificatore di Piombino, che per Draghi va fatto. Così come per la Meloni, la quale poi sul caro prezzi energia propone, proprio come il premier in carica, di disaccoppiare il prezzo del gas da quello dell’elettricità. La leader di FdI inoltre è favorevole al cosiddetto price cap, il tetto al prezzo del gas, altro cavallo di battaglia dell’ex Bce.

La crisi del gas con la guerra tra Ue e Russia e l’emergenza che ne consegue è un altro fil rouge tra Meloni e Draghi, che potrebbe materializzarsi in una conferma di Cingolani – che per ora si limita a proporre di abbassare i termosifoni – come ministro della Transizione ecologica. Con la nuova legislatura magari Cingolani potrebbe presentare un piano più corposo, a vantaggio di chi sarà a Palazzo Chigi. Anche in termini di gradimento dei cittadini, stremati dalla crisi economica scatenata dalla pandemia e ora acuita dalla crisi del gas e i lockdown energetici che ne conseguiranno.

Dal canto suo, la Meloni ha tutte le carte in regola: è favorevole al sostegno all’Ucraina nella guerra con la Russia, ha promesso all’Ue che non farà scostamenti di bilancio. Due temi carissimi a Draghi, il quale nel celebre discorso a Rimini ha affermato che “chiunque sarà in grado di governare e di fare bene”. Un “chiunque”, quello del premier, rivolto proprio alla Meloni, visto che era l’unica fuori dalla maggioranza del suo esecutivo.

Certo è che in questo scenario, il capo dello Stato non resterà a guardare. Tutto dipende dall’esito del voto. Se dalle urne del 25 settembre uscirà una netta vittoria del centrodestra, con un altrettanto netto vantaggio della Meloni su Salvini e Berlusconi, Mattarella non solo dovrà obtorto collo conferire l’incarico alla leader di FdI ma magari anche concordare un cambio della guardia per dare a Draghi quel ruolo istituzionale in grado di garantire al governo Meloni di non subire ingerenze esterne. Al contrario, se Salvini e Berlusconi recupereranno e avranno maggior voce in capitolo, per la leader di FdI non sarà facilissimo smarcarsi dagli alleati per proseguire nel suo asse con Draghi. Il quale peraltro sarà di certo consultato anche per i nomi dei ministri da proporre al Colle, allo scopo di evitare un altro incidente come quello con Savona, non gradito a Mattarella. In tal senso non è da escludersi neanche che oltre a concordare con il Quirinale i nomi dei ministri chiave – Economia, Esteri, Interno, Giustizia – lo stesso Draghi non sia proposto proprio come super ministro del Mef. Sempre in attesa sia chiaro di prendere posto sul Colle. Non è da escludersi infatti che in uno scenario di “strana coppia” Draghi-Meloni, Mattarella si dimetta prima della scadenza del secondo mandato.

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