GIORNALISTI: LA CATEGORIA IN PIAZZA PER IL LAVORO E LA PREVIDENZA

Giornalisti in piazza per accendere un faro sulla difficile situazione del settore, acuitasi in particolare negli ultimi anni e ancor di piu’ a causa della pandemia da Covid 19. In tanti hanno manifestato in piazza Montecitorio nel corso della mobilitazione organizzata dalla FNSI (la Federazione Nazionale della Stampa Italiana) a cui hanno aderito anche tante sigle e associazioni del settore. Secondo i sindacati di categoria il PNRR, il piano nazionale di ripresa e resilienza, non dedica grande attenzione al mondo dell’informazione, ”attivita’ essenziale e fondamentale – sottolinea invece la FNSI – per la tenuta delle istituzioni democratiche e per far crescere un’opinione pubblica matura”.  Qualcosa, in realta’, si e’ mosso a livello politico. Con la legge di bilancio 2021 sono stati stanziati 200 milioni di sostegno all’editoria, che puo’ anche contare sui contributi previsti dal decreto ristori. Inoltre con la manovra dello scorso anno e’ stato attivato il cosiddetto bonus pubblicita’ che concede un credito di imposta pari al 50% del valore degli investimenti pubblicitari effettuati da imprese, lavoratori autonomi o enti non commerciali sulla stampa quotidiana, periodica ed anche on line.  Ma non basta, i sindacati di categoria sono, infatti, estremamente vigili. A preoccupare e’ soprattutto la situazione dell’Inpgi, l’istituto di previdenza dei giornalisti, che sta vivendo la peggiore crisi in quasi un secolo di vita. Il bilancio 2020 della gestione principale si è chiuso con un disavanzo di 242 milioni di euro. La riserva tecnica può garantire il pagamento delle attuali pensioni solo per altri 2 anni, mentre il 30 giugno scadrà lo scudo al commissariamento dell’Istituto,  concesso a fine 2020 dal Parlamento.   L’attuale Governo, che ha ereditato dal precedente la titolarità di un tavolo politico per risolvere lo squilibrio strutturale fra entrate contributive e uscite per pensioni e ammortizzatori sociali, ha convocato le parti solo una volta. Da parte del Ministro del Lavoro Andrea Orlando non è arrivata alcuna rassicurazione su un intervento strutturale e condiviso, ma la richiesta  – afferma la consigliera di amministrazione dell’Inpgi, Ida Baldi – di rendere  più “pesante” la riforma annunciata dal Cda dell’istituto a inizio anno,  imponendo ai giornalisti una retrodatazione del contributivo.  Una misura inutile, porterebbe  all’Inpgi solo 1 milione l’anno, che penalizzerebbe le future pensioni, già più “leggere” di quelle in essere, per via dell’introduzione del calcolo contributivo e di dinamiche salariali,  segnate da crisi e precarizzazione del lavoro. All’interno della cassa previdenziale, tutti concordano che ulteriori sacrifici imposti ai giornalisti non servirebbero a ripianare un deficit provocato dall’emorragia costante di posizioni attive: meno 855 nel 2020 , meno 865 nel 2019. Oltre 5000 in 10 anni.  Per questo il Consiglio d’amministrazione ha approvato un appello al Presidente del Consiglio Mario Draghi “perché riattivi subito il tavolo politico, unica sede titolata, nella sua pluralità, a trovare una soluzione condivisa e strutturale del sistema previdenziale dei giornalisti italiani”.   Una soluzione che peraltro già esiste, contenuta nel Decreto Crescita del 2019, che prevede il trasferimento dei contributi di figure professionali riconducibili al giornalismo e alla comunicazione, ma solo dal 2023. La richiesta dell’Inpgi  è che tale passaggio venga anticipato al 2022 per consentire un riequilibrio fra entrate ed uscite. Senza rinunciare all’autonomia dell’Istituto, un “unicum” nel panorama delle casse privatizzate, che peraltro solo negli ultimi 10 anni  ha sostenuto una spesa per ammortizzatori sociali pari a 500 milioni di euro.  Un onere che l’Inpgi ha sempre assolto senza attingere a contributi pubblici. Quegli stessi contributi che al contrario sono stati concessi agli editori per mandare in prepensionamento migliaia di giornalisti, la cui uscita di scena – conclude Ida Baldi – ha fatto venire meno risorse per milioni di euro. Senza garantire il ricambio generazionale. 

red/rf

 

Giornalisti in piazza per accendere un faro sulla difficile situazione del settore, acuitasi in particolare negli ultimi anni e ancor di piu’ a causa della pandemia da Covid 19. In tanti hanno manifestato in piazza Montecitorio nel corso della mobilitazione organizzata dalla FNSI (la Federazione Nazionale della Stampa Italiana) a cui hanno aderito anche tante sigle e associazioni del settore. Secondo i sindacati di categoria il PNRR, il piano nazionale di ripresa e resilienza, non dedica grande attenzione al mondo dell’informazione, ”attivita’ essenziale e fondamentale – sottolinea invece la FNSI – per la tenuta delle istituzioni democratiche e per far crescere un’opinione pubblica matura”.  Qualcosa, in realta’, si e’ mosso a livello politico. Con la legge di bilancio 2021 sono stati stanziati 200 milioni di sostegno all’editoria, che puo’ anche contare sui contributi previsti dal decreto ristori. Inoltre con la manovra dello scorso anno e’ stato attivato il cosiddetto bonus pubblicita’ che concede un credito di imposta pari al 50% del valore degli investimenti pubblicitari effettuati da imprese, lavoratori autonomi o enti non commerciali sulla stampa quotidiana, periodica ed anche on line.  Ma non basta, i sindacati di categoria sono, infatti, estremamente vigili. A preoccupare e’ soprattutto la situazione dell’Inpgi, l’istituto di previdenza dei giornalisti, che sta vivendo la peggiore crisi in quasi un secolo di vita. Il bilancio 2020 della gestione principale si è chiuso con un disavanzo di 242 milioni di euro. La riserva tecnica può garantire il pagamento delle attuali pensioni solo per altri 2 anni, mentre il 30 giugno scadrà lo scudo al commissariamento dell’Istituto,  concesso a fine 2020 dal Parlamento.   L’attuale Governo, che ha ereditato dal precedente la titolarità di un tavolo politico per risolvere lo squilibrio strutturale fra entrate contributive e uscite per pensioni e ammortizzatori sociali, ha convocato le parti solo una volta. Da parte del Ministro del Lavoro Andrea Orlando non è arrivata alcuna rassicurazione su un intervento strutturale e condiviso, ma la richiesta  – afferma la consigliera di amministrazione dell’Inpgi, Ida Baldi – di rendere  più “pesante” la riforma annunciata dal Cda dell’istituto a inizio anno,  imponendo ai giornalisti una retrodatazione del contributivo.  Una misura inutile, porterebbe  all’Inpgi solo 1 milione l’anno, che penalizzerebbe le future pensioni, già più “leggere” di quelle in essere, per via dell’introduzione del calcolo contributivo e di dinamiche salariali,  segnate da crisi e precarizzazione del lavoro. All’interno della cassa previdenziale, tutti concordano che ulteriori sacrifici imposti ai giornalisti non servirebbero a ripianare un deficit provocato dall’emorragia costante di posizioni attive: meno 855 nel 2020 , meno 865 nel 2019. Oltre 5000 in 10 anni.  Per questo il Consiglio d’amministrazione ha approvato un appello al Presidente del Consiglio Mario Draghi “perché riattivi subito il tavolo politico, unica sede titolata, nella sua pluralità, a trovare una soluzione condivisa e strutturale del sistema previdenziale dei giornalisti italiani”.   Una soluzione che peraltro già esiste, contenuta nel Decreto Crescita del 2019, che prevede il trasferimento dei contributi di figure professionali riconducibili al giornalismo e alla comunicazione, ma solo dal 2023. La richiesta dell’Inpgi  è che tale passaggio venga anticipato al 2022 per consentire un riequilibrio fra entrate ed uscite. Senza rinunciare all’autonomia dell’Istituto, un “unicum” nel panorama delle casse privatizzate, che peraltro solo negli ultimi 10 anni  ha sostenuto una spesa per ammortizzatori sociali pari a 500 milioni di euro.  Un onere che l’Inpgi ha sempre assolto senza attingere a contributi pubblici. Quegli stessi contributi che al contrario sono stati concessi agli editori per mandare in prepensionamento migliaia di giornalisti, la cui uscita di scena – conclude Ida Baldi – ha fatto venire meno risorse per milioni di euro. Senza garantire il ricambio generazionale. 

red/rf

 

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