GIRO DI VITE SULLE ONG

Alla fine li ha convinti tutti: dal ministro degli Interni, Piantedosi, a quello delle Infrastrutture Salvini. Entrambi avrebbero voluto un decreto complessivo sulla sicurezza, dalle baby gang ai femminicidi passando per il traffico dei clandestini. Il premier Meloni ha nuovamente sposato concretezza e realismo, chiedendo a tutti di evitare pastrocchi, soprattutto sul fronte della comunicazione. “Non possiamo – ha rimarcato – mescolare la sicurezza con l’immigrazione, diversamente la gente non capirebbe”. E dunque disco verde soltanto al giro di vite sulle Ong, mentre tutto il resto concernente il nodo sicurezza (per altro uno dei cavalli di battaglia della campagna elettorale del centro destra) potrà essere rivisto e ridiscusso all’inizio del prossimo anno. La stretta contenuta nel decreto prevede che le Ong possano effettuare soltanto un’operazione di salvataggio, comunicando posizione e persone a bordo. Dopo avere adempiuto all’assistenza, le imbarcazioni delle Ong non potranno effettuare altre soste fino all’approdo nel porto che sarà loro indicato preventivamente. Il decreto prevede inoltre il divieto del trasbordo da una nave all’altra e i migranti dovranno e potranno comunicare se chiedere la protezione internazionale. Se queste regole non venissero rispettate, sarà compito delle autorità competenti comminare al comandante della nave una sanzione compresa tra i 2mila e i 10mila euro. Insomma, per la Meloni si è trattato di approvare “una norma che riguarda il rispetto del diritto internazionale da parte delle organizzazioni non governative”. Immediata la replica delle opposizioni e delle associazioni umanitarie che hanno bocciato il decreto. Per i senatori del Pd, Graziano Delrio e Antonio Nicita, “il decreto lascia sconcertati: violazione dei trattati internazionali assenza di motivi per una decretazione di urgenza, ostacoli all’obbligo di salvare vite, criminalizzazione delle Ong che salvano vite e che chiedono un posto sicuro in Italia”. Secondo i senatori dem, inoltre, il decreto è in aperta violazione dei trattati internazionali e va anche contro i principi dell’Action Plan della Commissione europea. Soccorrere chi si trovi in mare in condizione di pericolo è un obbligo sancito dai trattati internazionali e dalla Law of the Sea. Questo obbligo non può essere subordinato in alcun modio né al numero di salvataggi, né ad altre condizioni imposte da uno Stato chiamato ad offrire un porto sicuro”. Durissimo anche il commento del capogruppo dell’Alleanza Verdi e Sinistra, Peppe De Cristofaro, presidente del Gruppo misto in senato secondi cui “quello approvato dal Consiglio dei ministri non è un decreto contro le Ong, ma contro l’umanità. Chi salva vite in mare, va lodato, aiutato, non multato. E invece, sanzioni amministrative, multe fermo dell’imbarcazione. Tutto questo senza tenere minimamente conto che le persone salvate si lasciano alle spalle guerra, fame e carestie, soprusi e sofferenze”. Da parte sua, Veronica Alfonsi, portavoce di Open Arms Italia parla di “ennesimo decreto immaginato per fermare il soccorso in mare. Ci hanno provato con tutti i mezzi e metodi differenti, ma l’obiettivo è sempre lo stesso: fermare le navi umanitarie”. Se l’obiettivo è fermare la flotta civile – insiste Alfonsi – la domanda vera che tutti dobbiamo porsi è: perché? Sappiamo che le persone arrivano prevalentemente con mezzi autonomi; questa guerra scatenata contro la società civile europea che soccorre in mare non dipende da questo. Il punto è che probabilmente la flotta civile rappresenta un problema che va ben oltre le operazioni di soccorso. Dunque, “noi non ci fermeremo, come del resto non abbiamo mai fatto per difendere i diritti e la vita di ogni essere umano”. Indignazione e ferma condanna del decreto anche da parte di Medici senza Frontiere. Marco Bertotto annuncia che “saremo costretti a lasciare sguarnite le zone di soccorso con inevitabile aumento di morti”. Il punto è – aggiunge – l’assenza di un sistema di soccorso statale, un vuoto che abbiamo cercato di colmare. Ma se ci rendono il compito più difficile se non impossibile chi andrà a salvare vite umane? Credo che d’ora avanti lavorare sarà quasi impraticabile”.
Alla fine li ha convinti tutti: dal ministro degli Interni, Piantedosi, a quello delle Infrastrutture Salvini. Entrambi avrebbero voluto un decreto complessivo sulla sicurezza, dalle baby gang ai femminicidi passando per il traffico dei clandestini. Il premier Meloni ha nuovamente sposato concretezza e realismo, chiedendo a tutti di evitare pastrocchi, soprattutto sul fronte della comunicazione. “Non possiamo – ha rimarcato – mescolare la sicurezza con l’immigrazione, diversamente la gente non capirebbe”. E dunque disco verde soltanto al giro di vite sulle Ong, mentre tutto il resto concernente il nodo sicurezza (per altro uno dei cavalli di battaglia della campagna elettorale del centro destra) potrà essere rivisto e ridiscusso all’inizio del prossimo anno. La stretta contenuta nel decreto prevede che le Ong possano effettuare soltanto un’operazione di salvataggio, comunicando posizione e persone a bordo. Dopo avere adempiuto all’assistenza, le imbarcazioni delle Ong non potranno effettuare altre soste fino all’approdo nel porto che sarà loro indicato preventivamente. Il decreto prevede inoltre il divieto del trasbordo da una nave all’altra e i migranti dovranno e potranno comunicare se chiedere la protezione internazionale. Se queste regole non venissero rispettate, sarà compito delle autorità competenti comminare al comandante della nave una sanzione compresa tra i 2mila e i 10mila euro. Insomma, per la Meloni si è trattato di approvare “una norma che riguarda il rispetto del diritto internazionale da parte delle organizzazioni non governative”. Immediata la replica delle opposizioni e delle associazioni umanitarie che hanno bocciato il decreto. Per i senatori del Pd, Graziano Delrio e Antonio Nicita, “il decreto lascia sconcertati: violazione dei trattati internazionali assenza di motivi per una decretazione di urgenza, ostacoli all’obbligo di salvare vite, criminalizzazione delle Ong che salvano vite e che chiedono un posto sicuro in Italia”. Secondo i senatori dem, inoltre, il decreto è in aperta violazione dei trattati internazionali e va anche contro i principi dell’Action Plan della Commissione europea. Soccorrere chi si trovi in mare in condizione di pericolo è un obbligo sancito dai trattati internazionali e dalla Law of the Sea. Questo obbligo non può essere subordinato in alcun modio né al numero di salvataggi, né ad altre condizioni imposte da uno Stato chiamato ad offrire un porto sicuro”. Durissimo anche il commento del capogruppo dell’Alleanza Verdi e Sinistra, Peppe De Cristofaro, presidente del Gruppo misto in senato secondi cui “quello approvato dal Consiglio dei ministri non è un decreto contro le Ong, ma contro l’umanità. Chi salva vite in mare, va lodato, aiutato, non multato. E invece, sanzioni amministrative, multe fermo dell’imbarcazione. Tutto questo senza tenere minimamente conto che le persone salvate si lasciano alle spalle guerra, fame e carestie, soprusi e sofferenze”. Da parte sua, Veronica Alfonsi, portavoce di Open Arms Italia parla di “ennesimo decreto immaginato per fermare il soccorso in mare. Ci hanno provato con tutti i mezzi e metodi differenti, ma l’obiettivo è sempre lo stesso: fermare le navi umanitarie”. Se l’obiettivo è fermare la flotta civile – insiste Alfonsi – la domanda vera che tutti dobbiamo porsi è: perché? Sappiamo che le persone arrivano prevalentemente con mezzi autonomi; questa guerra scatenata contro la società civile europea che soccorre in mare non dipende da questo. Il punto è che probabilmente la flotta civile rappresenta un problema che va ben oltre le operazioni di soccorso. Dunque, “noi non ci fermeremo, come del resto non abbiamo mai fatto per difendere i diritti e la vita di ogni essere umano”. Indignazione e ferma condanna del decreto anche da parte di Medici senza Frontiere. Marco Bertotto annuncia che “saremo costretti a lasciare sguarnite le zone di soccorso con inevitabile aumento di morti”. Il punto è – aggiunge – l’assenza di un sistema di soccorso statale, un vuoto che abbiamo cercato di colmare. Ma se ci rendono il compito più difficile se non impossibile chi andrà a salvare vite umane? Credo che d’ora avanti lavorare sarà quasi impraticabile”.
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