Giuseppe Marco Albano: “Noi ce la siamo cavata”

 

“Che fine hanno fatto i bambini di Io speriamo che me la cavo?”. A questa, e a tante altre curiosità, risponde il documentario “Noi ce la siamo cavata” di Giuseppe Marco Albano che dopo aver partecipato al Torino Film Festival è sbarcato nei cinema di tutta Italia.
“Io speriamo che me la cavo” – film ‘cult’ del 1992 diretto da Lina Wertmüller e con protagonista Paolo Villaggio – ha segnato la storia di più generazioni, con la sua amara leggerezza e la sua malinconica ironia.
Tra interviste, backstage e scene mai montate, il docufilm “Noi ce la siamo cavata” – che celebra il trentennale del film nato dal romanzo di Marcello D’Orta – sboccia dall’incontro del regista con Adriano Pantaleo, l’indimenticato Vincenzino nel film, che in “Noi ce la siamo cavata” è anche co-autore e co-produttore del progetto. Giuseppe Marco Albano si racconta a L’Identità.
“Noi ce la siamo cavata” è il titolo del tuo nuovo progetto: come nasce?
Questo progetto era un’idea che portavo dentro di me da tanto tempo. “Io speriamo che me la cavo” è sempre stato uno dei miei film preferiti sin da quando ero molto piccolo. E poi c’è un altro legame molto forte: non tutti sanno che gran parte delle scene di quel film non sono state girate in Campania ma in Puglia, soprattutto a Taranto. Io sono nato lì vicino, a Bernalda in provincia di Matera, e ricordo ancora quando mio zio, all’epoca, mi disse che stavano girando un film di Lina Wertmüller tratto dal libro di Marcello D’Orta, Io speriamo che me la cavo. In un certo senso quel film entrò nel mio cassetto dei ricordi già prima dell’uscita e quando lo vidi al cinema me ne innamorai subito, anche perché molti dei protagonisti erano quasi miei coetanei. Nell’anno della scomparsa di Paolo Villaggio, ho incontrato Adriano Pantaleo, uno degli attori di quel film ospite della kermesse Marateale – Premio internazionale Basilicata e con l’occasione ho avuto modo di poter parlare con lui, chiedendogli tanti aneddoti su quell’esperienza. Da lì è nata l’idea di girare questo documentario.
Non dev’essere stato semplice chiamare a raccolta Adriano Pantaleo e tutti gli altri ragazzi…
Sì, esatto. Gran parte dei ragazzi, negli anni in cui è stato girato il film, venivano da quartieri abbastanza difficili. Molti di loro non hanno i social o non erano molto propensi a rispondere. Adriano è stato di grande aiuto a fare da intermediario. Siamo riusciti a contattarli quasi tutti, solo due non hanno voluto partecipare.
Quanto c’è di Lina Wertmüller e di Paolo Villaggio in quest’opera?
Penso tanto. Soprattutto per quanto riguarda Lina Wertmüller, a distanza di trent’anni Io speriamo che me la cavo ancora oggi regge benissimo la struttura, il montaggio, le dinamiche dei personaggi, la sceneggiatura: un film che rappresenta in pieno la grandezza di una regista immensa. Col documentario abbiamo cercato di rispettare l’eleganza di quel film che vedeva per la prima volta un attore grandissimo come Paolo Villaggio cimentarsi in un ruolo drammatico. Certo, alcune storie facevano sorridere ma si raccontavano storie molto forti con vite molto spesso al limite. Abbiamo cercato di rapportarci in maniera intima a due grandi icone del nostro cinema come Lina Wertmüller e Paolo Villaggio: lo abbiamo fatto con un grande rispetto per quel film, per la loro professionalità ma anche per le storie dei ragazzi di ieri e di oggi.
Qual è il messaggio che ti piacerebbe arrivasse al pubblico dopo aver visto Noi ce la siamo cavata?
Inizialmente ero particolarmente incuriosito nel voler raccontare questa storia. La domanda che mi ponevo era: “Quanto può essere stravolta la vita di un bambino che partecipa ad un film destinato a diventare un cult del cinema italiano?”. Personalmente, lavorare da bambino nel cinema mi appassionava, sentivo dentro di me il fuoco della recitazione: ero innamorato di quei bambini che consideravo più fortunati di me, nonostante la loro sfortuna che era quella di vivere in quel contesto raccontato nel film.
La domanda successiva è stata quella di capire se quei bambini se l’erano cavata, come me l’ero cavata io. Ho cercato di raccontare delle storie nuove, quelle dei protagonisti di quel film diventati adulti. Alcuni sono rimasti in quel mondo, altri si sono ritrovati in altre vite che si scopriranno guardando il documentario.

 

“Che fine hanno fatto i bambini di Io speriamo che me la cavo?”. A questa, e a tante altre curiosità, risponde il documentario “Noi ce la siamo cavata” di Giuseppe Marco Albano che dopo aver partecipato al Torino Film Festival è sbarcato nei cinema di tutta Italia.
“Io speriamo che me la cavo” – film ‘cult’ del 1992 diretto da Lina Wertmüller e con protagonista Paolo Villaggio – ha segnato la storia di più generazioni, con la sua amara leggerezza e la sua malinconica ironia.
Tra interviste, backstage e scene mai montate, il docufilm “Noi ce la siamo cavata” – che celebra il trentennale del film nato dal romanzo di Marcello D’Orta – sboccia dall’incontro del regista con Adriano Pantaleo, l’indimenticato Vincenzino nel film, che in “Noi ce la siamo cavata” è anche co-autore e co-produttore del progetto. Giuseppe Marco Albano si racconta a L’Identità.
“Noi ce la siamo cavata” è il titolo del tuo nuovo progetto: come nasce?
Questo progetto era un’idea che portavo dentro di me da tanto tempo. “Io speriamo che me la cavo” è sempre stato uno dei miei film preferiti sin da quando ero molto piccolo. E poi c’è un altro legame molto forte: non tutti sanno che gran parte delle scene di quel film non sono state girate in Campania ma in Puglia, soprattutto a Taranto. Io sono nato lì vicino, a Bernalda in provincia di Matera, e ricordo ancora quando mio zio, all’epoca, mi disse che stavano girando un film di Lina Wertmüller tratto dal libro di Marcello D’Orta, Io speriamo che me la cavo. In un certo senso quel film entrò nel mio cassetto dei ricordi già prima dell’uscita e quando lo vidi al cinema me ne innamorai subito, anche perché molti dei protagonisti erano quasi miei coetanei. Nell’anno della scomparsa di Paolo Villaggio, ho incontrato Adriano Pantaleo, uno degli attori di quel film ospite della kermesse Marateale – Premio internazionale Basilicata e con l’occasione ho avuto modo di poter parlare con lui, chiedendogli tanti aneddoti su quell’esperienza. Da lì è nata l’idea di girare questo documentario.
Non dev’essere stato semplice chiamare a raccolta Adriano Pantaleo e tutti gli altri ragazzi…
Sì, esatto. Gran parte dei ragazzi, negli anni in cui è stato girato il film, venivano da quartieri abbastanza difficili. Molti di loro non hanno i social o non erano molto propensi a rispondere. Adriano è stato di grande aiuto a fare da intermediario. Siamo riusciti a contattarli quasi tutti, solo due non hanno voluto partecipare.
Quanto c’è di Lina Wertmüller e di Paolo Villaggio in quest’opera?
Penso tanto. Soprattutto per quanto riguarda Lina Wertmüller, a distanza di trent’anni Io speriamo che me la cavo ancora oggi regge benissimo la struttura, il montaggio, le dinamiche dei personaggi, la sceneggiatura: un film che rappresenta in pieno la grandezza di una regista immensa. Col documentario abbiamo cercato di rispettare l’eleganza di quel film che vedeva per la prima volta un attore grandissimo come Paolo Villaggio cimentarsi in un ruolo drammatico. Certo, alcune storie facevano sorridere ma si raccontavano storie molto forti con vite molto spesso al limite. Abbiamo cercato di rapportarci in maniera intima a due grandi icone del nostro cinema come Lina Wertmüller e Paolo Villaggio: lo abbiamo fatto con un grande rispetto per quel film, per la loro professionalità ma anche per le storie dei ragazzi di ieri e di oggi.
Qual è il messaggio che ti piacerebbe arrivasse al pubblico dopo aver visto Noi ce la siamo cavata?
Inizialmente ero particolarmente incuriosito nel voler raccontare questa storia. La domanda che mi ponevo era: “Quanto può essere stravolta la vita di un bambino che partecipa ad un film destinato a diventare un cult del cinema italiano?”. Personalmente, lavorare da bambino nel cinema mi appassionava, sentivo dentro di me il fuoco della recitazione: ero innamorato di quei bambini che consideravo più fortunati di me, nonostante la loro sfortuna che era quella di vivere in quel contesto raccontato nel film.
La domanda successiva è stata quella di capire se quei bambini se l’erano cavata, come me l’ero cavata io. Ho cercato di raccontare delle storie nuove, quelle dei protagonisti di quel film diventati adulti. Alcuni sono rimasti in quel mondo, altri si sono ritrovati in altre vite che si scopriranno guardando il documentario.
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