GOVERNO ALLA PROVA DEL COVID La seconda ondata dell’epidemia ha trovato il Paese impreparato

Era stata preannunciata già nella scorsa primavera. Una seconda ondata del Covid 19 era prevista per questo autunno e quindi eravamo stati tutti invitati a prepararci ad affrontare il ritorno del coronavirus. E così è stato.  Anzi. Già ad agosto, in piena stagione vacanziera, l’epidemia ha cominciato a diffondersi nel nostro Paese e nell’intera Europa (nelle Americhe il virus non ha mai smesso di imperversare con furore). Eravamo dunque stati avvertiti ma non abbiamo fatto molto per farci trovare pronti di fronte a questa nuova emergenza sanitaria. Governo, forze politiche e sociali, regioni, enti locali e comuni cittadini, superata la prima dolorosa fase epidemiologica, abbiamo tutti insieme gettato alle spalle il problema  quasi che il sole ed il caldo estivi avessero debellato il virus ed abbiamo cominciato a dividerci sull’uso della mascherina, sugli assembramenti, sulla necessità di mantenere una guardia vigile nei confronti dell’epidemia che sembrava dover essere solo una questione degli americani. Il virus invece era lì, in mezzo a noi, e aspettava solo il momento propizio per tornare a diffondersi ed a colpirci. Ora, con i contagiati, i ricoverati ed i morti che crescono in misura esponenziale, il governo ha annunciato, tra le varie misure, un “lockdown” (veramente una brutta parola) abbastanza morbido che ha comunque sollevato un coro di proteste e manifestazioni di piazza un po’ in tutta Italia e, in particolare, a Napoli e Roma. Il fatto è che i cittadini non erano stati preparati a questa evenienza e la prospettiva di dover limitare la vita di tutti i giorni per mesi (pochi credono che il 24 novembre, data di scadenza delle misure contenute del Dpcm, queste vengano revocate) sta facendo scoppiare la rabbia. Per ora presso i più danneggiati dal provvedimento (ristoratori, gestori e lavoratori di palestre, piscine, sale da ballo), ma c’è il forte rischio che le proteste possano allargarsi e coinvolgere più ampie masse di persone e che estremisti di destra e di sinistra, nonché la criminalità organizzata, possano soffiare sul fuoco (qualche tentativo in tal senso si è già verificato).

Come detto, siamo tutti un po’ colpevoli di disattenzione nei confronti dell’epidemia, ma certamente le maggiori responsabilità ricadono su chi ha il compito ed il dovere di guidare il nostro Paese, ovvero governo, regioni e comuni. In particolare, sotto tiro di molti è l’esecutivo giallo-rosso guidato da Giuseppe Conte che, accusano, ha perso mesi preziosi, quelli estivi, per tentare di mettere in sicurezza l’Italia. Si è perso tempo – e si sta perdendo – nella discussione Mes si’ e Mes no mentre non si è fatto quasi nulla per affrontare il problema dei trasporti (pendolari) e della scuola (soprattutto nella differenziazione degli orari di ingresso e di uscita per evitare la commistione pendolari-studenti sui mezzi di trasporto. In effetti, ha destato stupore e sgomento vedere nei telegiornali che, mentre venivano vietati assembramenti e riunioni con più di sei persone,  sui treni e sugli autobus si viaggia incollati l’uno all’altro. Si dirà, è una competenza, quella dei trasporti locali di regioni e comuni. Ed è vero. Ma il governo non può stare inerte ad osservare l’inerzia a livello locale e regionale. Esiste anche una politica di indirizzo che sembra essere mancata. E che dire della vaccinazione antinfluenzale che doveva prendere le mosse agli inizi di ottobre per far sì che larga parte della popolazione fosse messa al riparo dalla febbre, così da evitare una pericolosa corsa ai pronto soccorso degli ospedali  degli influenzati per la paura di aver contratto il covid (i sintomi delle due malattie sono molto simili), evitando così di intasarli. L’operazione è partita a rilento e sono tantissimi, a fine ottobre, coloro che aspettano la chiamata del medico per sottoporsi alla vaccinazione stessa. Adesso la popolazione italiana è chiamata a nuovi sacrifici ed a nuove limitazioni della sua libertà. Ma se, all’insorgere dell’epidemia nel nostro Paese, si era registrata una forte convergenza tra istituzioni e cittadini, ora questa mostra numerose crepe. In molti la fiducia sta scemando e a nulla valgono le sottolineature che nel resto d’Europa stanno spesso peggio di noi. A Conte ed alla sua maggioranza tanti italiani avevano firmato una cambiale in bianco perché volevano una guida sicura per uscire dall’emergenza. Le mosse tardive e frutto di compromessi tra le varie anime delle forze che sostengono l’esecutivo giallo-rosso, stanno minando la fiducia di tante persone nei confronti del governo che ora è chiamato ad una dura prova: quella di contenere il più possibile il virus in attesa del vaccino che dovrebbe sconfiggerlo. Se non ci riuscirà, avrà fallito e le ripercussioni su Palazzo Chigi saranno inevitabili.

Giuseppe Leone

Era stata preannunciata già nella scorsa primavera. Una seconda ondata del Covid 19 era prevista per questo autunno e quindi eravamo stati tutti invitati a prepararci ad affrontare il ritorno del coronavirus. E così è stato.  Anzi. Già ad agosto, in piena stagione vacanziera, l’epidemia ha cominciato a diffondersi nel nostro Paese e nell’intera Europa (nelle Americhe il virus non ha mai smesso di imperversare con furore). Eravamo dunque stati avvertiti ma non abbiamo fatto molto per farci trovare pronti di fronte a questa nuova emergenza sanitaria. Governo, forze politiche e sociali, regioni, enti locali e comuni cittadini, superata la prima dolorosa fase epidemiologica, abbiamo tutti insieme gettato alle spalle il problema  quasi che il sole ed il caldo estivi avessero debellato il virus ed abbiamo cominciato a dividerci sull’uso della mascherina, sugli assembramenti, sulla necessità di mantenere una guardia vigile nei confronti dell’epidemia che sembrava dover essere solo una questione degli americani. Il virus invece era lì, in mezzo a noi, e aspettava solo il momento propizio per tornare a diffondersi ed a colpirci. Ora, con i contagiati, i ricoverati ed i morti che crescono in misura esponenziale, il governo ha annunciato, tra le varie misure, un “lockdown” (veramente una brutta parola) abbastanza morbido che ha comunque sollevato un coro di proteste e manifestazioni di piazza un po’ in tutta Italia e, in particolare, a Napoli e Roma. Il fatto è che i cittadini non erano stati preparati a questa evenienza e la prospettiva di dover limitare la vita di tutti i giorni per mesi (pochi credono che il 24 novembre, data di scadenza delle misure contenute del Dpcm, queste vengano revocate) sta facendo scoppiare la rabbia. Per ora presso i più danneggiati dal provvedimento (ristoratori, gestori e lavoratori di palestre, piscine, sale da ballo), ma c’è il forte rischio che le proteste possano allargarsi e coinvolgere più ampie masse di persone e che estremisti di destra e di sinistra, nonché la criminalità organizzata, possano soffiare sul fuoco (qualche tentativo in tal senso si è già verificato).

Come detto, siamo tutti un po’ colpevoli di disattenzione nei confronti dell’epidemia, ma certamente le maggiori responsabilità ricadono su chi ha il compito ed il dovere di guidare il nostro Paese, ovvero governo, regioni e comuni. In particolare, sotto tiro di molti è l’esecutivo giallo-rosso guidato da Giuseppe Conte che, accusano, ha perso mesi preziosi, quelli estivi, per tentare di mettere in sicurezza l’Italia. Si è perso tempo – e si sta perdendo – nella discussione Mes si’ e Mes no mentre non si è fatto quasi nulla per affrontare il problema dei trasporti (pendolari) e della scuola (soprattutto nella differenziazione degli orari di ingresso e di uscita per evitare la commistione pendolari-studenti sui mezzi di trasporto. In effetti, ha destato stupore e sgomento vedere nei telegiornali che, mentre venivano vietati assembramenti e riunioni con più di sei persone,  sui treni e sugli autobus si viaggia incollati l’uno all’altro. Si dirà, è una competenza, quella dei trasporti locali di regioni e comuni. Ed è vero. Ma il governo non può stare inerte ad osservare l’inerzia a livello locale e regionale. Esiste anche una politica di indirizzo che sembra essere mancata. E che dire della vaccinazione antinfluenzale che doveva prendere le mosse agli inizi di ottobre per far sì che larga parte della popolazione fosse messa al riparo dalla febbre, così da evitare una pericolosa corsa ai pronto soccorso degli ospedali  degli influenzati per la paura di aver contratto il covid (i sintomi delle due malattie sono molto simili), evitando così di intasarli. L’operazione è partita a rilento e sono tantissimi, a fine ottobre, coloro che aspettano la chiamata del medico per sottoporsi alla vaccinazione stessa. Adesso la popolazione italiana è chiamata a nuovi sacrifici ed a nuove limitazioni della sua libertà. Ma se, all’insorgere dell’epidemia nel nostro Paese, si era registrata una forte convergenza tra istituzioni e cittadini, ora questa mostra numerose crepe. In molti la fiducia sta scemando e a nulla valgono le sottolineature che nel resto d’Europa stanno spesso peggio di noi. A Conte ed alla sua maggioranza tanti italiani avevano firmato una cambiale in bianco perché volevano una guida sicura per uscire dall’emergenza. Le mosse tardive e frutto di compromessi tra le varie anime delle forze che sostengono l’esecutivo giallo-rosso, stanno minando la fiducia di tante persone nei confronti del governo che ora è chiamato ad una dura prova: quella di contenere il più possibile il virus in attesa del vaccino che dovrebbe sconfiggerlo. Se non ci riuscirà, avrà fallito e le ripercussioni su Palazzo Chigi saranno inevitabili.

Giuseppe Leone

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