GOVERNO ANNO NUOVO, BEGHE VECCHIE

Il 2020 è appena iniziato e per il governo giallo-rosso prosegue il calvario che ha caratterizzato i suoi primi mesi di vita. Il fatto è che i quattro alleati della composita maggioranza – M5S, Pd, Iv e LeU, ai quali potrebbe presto aggiungersi un quinto componente, ovvero la formazione che potrebbe nascere ad opera dei fuoriusciti dal Movimento 5 Stelle – sembrano stare uniti più per impedire un ricorso anticipato alle urne, con una prevedibile vittoria del centrodestra a guida salviniana, che per portare avanti un  programma condiviso. Tale e tanta è infatti la confusione sotto il cielo del Conte-bis che il presidente del Consiglio ha preferito rinviare la verifica di governo, già prevista per il 7 gennaio, a fine mese o ai primi di febbraio, ovvero dopo il voto che interesserà le regioni Emilia-Romagna e Calabria. Le divergenze tra gli alleati, al momento, sembrano insanabili e quindi ha pensato “saggiamente” il premier di evitare di tenere un tavolo di confronto per evitare l’insorgere di divergenze insanabili. Primo argomento di dissidio è la prescrizione. La misura voluta fortemente dal ministro della Giustizia, il grillino Alfonso Bonafede, non piace né al Pd né a a Italia Viva. Quindi è necessario trovare una “quadra” se si vogliono evitare guai in Parlamento, ma l’intransigenza tra i due fronti non promette nulla di buono. “Meglio tergiversare” – deve aver pensato Giuseppe Conte – e così ha fatto. Anche il decreto “milleproroghe” contiene la sua croce, ovvero la questione Autostrade. I grillini vogliono fortemente la revoca della concessione ai Benetton dopo il crollo, a Genova, del Ponte Morandi e di altri casi di scarsa manutenzione che, fortunatamente, non hanno provocato altre vittime. Più cauti, se non contrari, i “democratici” ed i renziani. Anche qui bisognerà trovare un’intesa, che al momento appare difficile, prima del voto delle due Camere. Queste sono le due grane più imminenti, ma il governo deve prendere decisioni anche sull’Alitalia e l’ex Ilva, in campo economico, sulla nuova legge elettorale (l’ipotesi di un ritorno al proporzionale con sbarramento al 5% ha irritato fortemente LeU), sul reddito di cittadinanza e Quota 100 (Italia Viva ha rimesso in discussione le due misure del governo giallo-verde). Pesano inoltre sulla testa del governo i “maldipancia” di tanti senatori e deputati pentastellati. Il movimento fondato da Beppe Grillo ed eteroguidato da Luigi Di Maio sta vivendo momenti difficili, evidenziati in particolare dall’espulsione del senatore Luigi Paragone e la fuoriuscita dell’ex ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti. Alessandro Di Battista, uno dei leader carismatici dei cinquestelle, si è schierato apertamente al fianco dell’espulso prendendo posizione contro il suo “dioscuro” Di Maio, aprendo di fatto un nuovo fronte nel confronto interno ai grillini, Fioramonti, dal canto suo, può fungere da punto di raccolta per i dissenzienti M5S e formare un nuovo gruppo (ci sarebbe già il nome “Eco” per la formazione) che ha già annunciato il suo sostegno al governo, ma senza dubbio avrà delle sue proposte da portare al tavolo delle trattative e quindi potrebbe complicare non poco la prossima verifica. Intanto, mentre il premier è impegnato a disinnescare tutte le mine che ostacolano il percorso governativo, si avvicina l’appuntamento elettorale di domenica 26 gennaio, Come detto, si voterà per i presidenti ed i consigli regionali di Emilia-Romagna e Calabria. 

E’ soprattutto il voto a Bologna e dintorni che preoccupa tutta l’area governativa. Un’eventuale affermazione del centrodestra con la conquista della regione ininterrottamente governata dalla sinistra dal 1970, anno di insediamento dell’ordinamento regionale,  avrebbe sicuramente conseguenze sull’esecutivo. E non mancherebbero le polemiche sulla mancata alleanza Pd-M5S che avrebbe favorito l’ennesima vittoria di Matteo Salvini, per giunta in una regione che, insieme con la Toscana, è “rossa” per definizione.

Giuseppe Leone

 

Il 2020 è appena iniziato e per il governo giallo-rosso prosegue il calvario che ha caratterizzato i suoi primi mesi di vita. Il fatto è che i quattro alleati della composita maggioranza – M5S, Pd, Iv e LeU, ai quali potrebbe presto aggiungersi un quinto componente, ovvero la formazione che potrebbe nascere ad opera dei fuoriusciti dal Movimento 5 Stelle – sembrano stare uniti più per impedire un ricorso anticipato alle urne, con una prevedibile vittoria del centrodestra a guida salviniana, che per portare avanti un  programma condiviso. Tale e tanta è infatti la confusione sotto il cielo del Conte-bis che il presidente del Consiglio ha preferito rinviare la verifica di governo, già prevista per il 7 gennaio, a fine mese o ai primi di febbraio, ovvero dopo il voto che interesserà le regioni Emilia-Romagna e Calabria. Le divergenze tra gli alleati, al momento, sembrano insanabili e quindi ha pensato “saggiamente” il premier di evitare di tenere un tavolo di confronto per evitare l’insorgere di divergenze insanabili. Primo argomento di dissidio è la prescrizione. La misura voluta fortemente dal ministro della Giustizia, il grillino Alfonso Bonafede, non piace né al Pd né a a Italia Viva. Quindi è necessario trovare una “quadra” se si vogliono evitare guai in Parlamento, ma l’intransigenza tra i due fronti non promette nulla di buono. “Meglio tergiversare” – deve aver pensato Giuseppe Conte – e così ha fatto. Anche il decreto “milleproroghe” contiene la sua croce, ovvero la questione Autostrade. I grillini vogliono fortemente la revoca della concessione ai Benetton dopo il crollo, a Genova, del Ponte Morandi e di altri casi di scarsa manutenzione che, fortunatamente, non hanno provocato altre vittime. Più cauti, se non contrari, i “democratici” ed i renziani. Anche qui bisognerà trovare un’intesa, che al momento appare difficile, prima del voto delle due Camere. Queste sono le due grane più imminenti, ma il governo deve prendere decisioni anche sull’Alitalia e l’ex Ilva, in campo economico, sulla nuova legge elettorale (l’ipotesi di un ritorno al proporzionale con sbarramento al 5% ha irritato fortemente LeU), sul reddito di cittadinanza e Quota 100 (Italia Viva ha rimesso in discussione le due misure del governo giallo-verde). Pesano inoltre sulla testa del governo i “maldipancia” di tanti senatori e deputati pentastellati. Il movimento fondato da Beppe Grillo ed eteroguidato da Luigi Di Maio sta vivendo momenti difficili, evidenziati in particolare dall’espulsione del senatore Luigi Paragone e la fuoriuscita dell’ex ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti. Alessandro Di Battista, uno dei leader carismatici dei cinquestelle, si è schierato apertamente al fianco dell’espulso prendendo posizione contro il suo “dioscuro” Di Maio, aprendo di fatto un nuovo fronte nel confronto interno ai grillini, Fioramonti, dal canto suo, può fungere da punto di raccolta per i dissenzienti M5S e formare un nuovo gruppo (ci sarebbe già il nome “Eco” per la formazione) che ha già annunciato il suo sostegno al governo, ma senza dubbio avrà delle sue proposte da portare al tavolo delle trattative e quindi potrebbe complicare non poco la prossima verifica. Intanto, mentre il premier è impegnato a disinnescare tutte le mine che ostacolano il percorso governativo, si avvicina l’appuntamento elettorale di domenica 26 gennaio, Come detto, si voterà per i presidenti ed i consigli regionali di Emilia-Romagna e Calabria. 

E’ soprattutto il voto a Bologna e dintorni che preoccupa tutta l’area governativa. Un’eventuale affermazione del centrodestra con la conquista della regione ininterrottamente governata dalla sinistra dal 1970, anno di insediamento dell’ordinamento regionale,  avrebbe sicuramente conseguenze sull’esecutivo. E non mancherebbero le polemiche sulla mancata alleanza Pd-M5S che avrebbe favorito l’ennesima vittoria di Matteo Salvini, per giunta in una regione che, insieme con la Toscana, è “rossa” per definizione.

Giuseppe Leone

 

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