Governo bifronte

“In questo governo ci metto la faccia”: parola di Giorgia Meloni, che sta lavorando per trovare la quadra e formare la squadra, necessariamente a due facce. Un esecutivo bifronte: che convinca Ue, Usa, Nato e i partner internazionali da un lato e che piaccia agli elettori dall’altro. È in ragione di questo equilibrio delicato epperò necessario che la leader di FdI, premier in pectore, deve comporre il suo governo. Non c’entrano il bilancino per accontentare gli alleati di centrodestra o i ministri tecnici per accontentare i mercati e Bruxelles. Tutto dipende dagli incastri giusti e da chi va dove. Un esempio su tutti per rendere appieno l’idea: Fabio Panetta, “corteggiato” dalla Meloni per il ministero dell’Economia, non accetterebbe mai se Salvini tornasse al Viminale. Il punto, per avere il banchiere nella squadra non è la casella vuota nel board Bce ma avere i ministri giusti negli altri dicasteri. Questo, anche se nessuno lo dice, è il vero nodo. Così come è altrettanto dirimente scegliere i volti giusti del cambiamento, della discontinuità con i governi a guida Pd o cosiddetti tecnici. La questione infatti non è se ci saranno o meno tecnici (e se ci saranno faranno parte di un governo politico a guida politica, che rispetti dunque la volontà degli elettori). La questione è da un lato scegliere i volti giusti, nel senso di graditi e stimati all’estero, e dall’altro individuare quali ministri assegnare ai politici in quanto espressione degli elettori più che dei partiti di appartenenza. Altro esempio: Daniela Santanchè ministro del Sud non avrebbe lo stesso impatto di un Raffaele Fitto.
Certo è che la premier in pectore dovrà tenere conto anche degli equilibri interni al centrodestra ma ciò non significa cedere al pressing. Perché la ratio è che il governo deve essere di alto profilo e dei migliori, come ha detto la stessa Meloni. Pertanto i “duelli” per caselle come la Giustizia, con Carlo Nordio e Giulia Bongiorno, non sono una gara tra FdI e Lega (anche se la Bongiorno viene da An), ma un “vinca il migliore”. Lo stesso vale per chi andrà alla Difesa: se toccherà a Adolfo Urso, attualmente presidente del Copasir, non significa che l’esponente di FdI non andrebbe bene pure per il Viminale.

Insomma, i big dei partiti dovranno in ogni caso piegarsi alla ragione di Stato, che è la bussola della Meloni. Perché lei vuole governare cinque anni, vuole avere la piena approvazione del Presidente Sergio Mattarella, vuole dimostrare con i fatti che la fiducia che le riconoscono anche all’estero sia ben riposta. Per riuscire a fare questo dovrà prima convincere gli alleati che tra ministri e sottosegretari avranno ciò che gli spetta in una cornice di merito e di efficienza più che in virtù di una spartizione da manuale Cencelli. Se alla fine, insomma, nonostante le richieste del Cav, Licia Ronzulli non sarà ministro oppure non andrà alla Sanità, FI avrà modo di essere comunque soddisfatta. Per esempio con Antonio Tajani, già presidente dell’Europarlamento agli Esteri. Un incarico ultra delicato in questa fase di crisi mondiale, con una guerra in casa e una prossima possibile ben più terribile guerra nel Pacifico. Allo stesso modo, se la Lega dovesse incassare il dicastero-chiave per le Autonomie regionali (Erika Stefani sarebbe perfetta) non dovrebbe lamentarsi di non aver avuto il Viminale.
Ma tutto è nelle mani delle Meloni, che per certi versi è nelle mani di Mario Draghi.

“In questo governo ci metto la faccia”: parola di Giorgia Meloni, che sta lavorando per trovare la quadra e formare la squadra, necessariamente a due facce. Un esecutivo bifronte: che convinca Ue, Usa, Nato e i partner internazionali da un lato e che piaccia agli elettori dall’altro. È in ragione di questo equilibrio delicato epperò necessario che la leader di FdI, premier in pectore, deve comporre il suo governo. Non c’entrano il bilancino per accontentare gli alleati di centrodestra o i ministri tecnici per accontentare i mercati e Bruxelles. Tutto dipende dagli incastri giusti e da chi va dove. Un esempio su tutti per rendere appieno l’idea: Fabio Panetta, “corteggiato” dalla Meloni per il ministero dell’Economia, non accetterebbe mai se Salvini tornasse al Viminale. Il punto, per avere il banchiere nella squadra non è la casella vuota nel board Bce ma avere i ministri giusti negli altri dicasteri. Questo, anche se nessuno lo dice, è il vero nodo. Così come è altrettanto dirimente scegliere i volti giusti del cambiamento, della discontinuità con i governi a guida Pd o cosiddetti tecnici. La questione infatti non è se ci saranno o meno tecnici (e se ci saranno faranno parte di un governo politico a guida politica, che rispetti dunque la volontà degli elettori). La questione è da un lato scegliere i volti giusti, nel senso di graditi e stimati all’estero, e dall’altro individuare quali ministri assegnare ai politici in quanto espressione degli elettori più che dei partiti di appartenenza. Altro esempio: Daniela Santanchè ministro del Sud non avrebbe lo stesso impatto di un Raffaele Fitto.
Certo è che la premier in pectore dovrà tenere conto anche degli equilibri interni al centrodestra ma ciò non significa cedere al pressing. Perché la ratio è che il governo deve essere di alto profilo e dei migliori, come ha detto la stessa Meloni. Pertanto i “duelli” per caselle come la Giustizia, con Carlo Nordio e Giulia Bongiorno, non sono una gara tra FdI e Lega (anche se la Bongiorno viene da An), ma un “vinca il migliore”. Lo stesso vale per chi andrà alla Difesa: se toccherà a Adolfo Urso, attualmente presidente del Copasir, non significa che l’esponente di FdI non andrebbe bene pure per il Viminale.

Insomma, i big dei partiti dovranno in ogni caso piegarsi alla ragione di Stato, che è la bussola della Meloni. Perché lei vuole governare cinque anni, vuole avere la piena approvazione del Presidente Sergio Mattarella, vuole dimostrare con i fatti che la fiducia che le riconoscono anche all’estero sia ben riposta. Per riuscire a fare questo dovrà prima convincere gli alleati che tra ministri e sottosegretari avranno ciò che gli spetta in una cornice di merito e di efficienza più che in virtù di una spartizione da manuale Cencelli. Se alla fine, insomma, nonostante le richieste del Cav, Licia Ronzulli non sarà ministro oppure non andrà alla Sanità, FI avrà modo di essere comunque soddisfatta. Per esempio con Antonio Tajani, già presidente dell’Europarlamento agli Esteri. Un incarico ultra delicato in questa fase di crisi mondiale, con una guerra in casa e una prossima possibile ben più terribile guerra nel Pacifico. Allo stesso modo, se la Lega dovesse incassare il dicastero-chiave per le Autonomie regionali (Erika Stefani sarebbe perfetta) non dovrebbe lamentarsi di non aver avuto il Viminale.
Ma tutto è nelle mani delle Meloni, che per certi versi è nelle mani di Mario Draghi.

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