GOVERNO: Fallisce la spallata di Salvini ma per Conte ancora problemi

 Matteo Salvini non è riuscito a conquistare l’Emilia-Romagna, regione “rossa” per antonomasia, e di conseguenza non è andato in porto il suo intendimento di dare una spallata al governo giallo-rosso. A Palazzo Chigi, come al Nazareno, si è quindi tirato un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo (anche se il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, aveva da subito messo in chiaro che, per lui, la consultazione regionale di domenica 26 gennaio, interessata anche la Calabria dove ha stravinto il centrodestra, non aveva nessuna valenza politica e pertanto, anche di fronte ad un risultato negativo, non ci sarebbero state conseguenze per l’esecutivo da lui guidato). Ma se il leader della Lega ha fallito nel suo intento di conquistare la regione Emilia-Romagna (errore da parte sua la debole candidatura alla presidenza di Lucia Borgonzoni e l’aver trasformato il voto a Bologna e dintorni in un quasi referendum sulla sua persona), non si può affermare che il governo possa cantare allo scampato pericolo. Il fatto è che, se da un canto il voto emiliano ha dato più ampio respiro all’esecutivo, dall’altro ha forse aggravato la situazione, già in  stato di fibrillazione. Infatti, alla vittoria del Pd, grazie anche all’aiuto delle “Sardine” che hanno mobilitato l’intero elettorato di sinistra contro l'”invasore” leghista e promosso una “nuova resistenza” contro il fascismo rappresentato dal Carroccio, ha fatto di controcanto la cocente sconfitta del  M5S, sceso al di sotto del 5 per cento, dimezzando il già deludente risultato delle Europee della primavera scorsa, il che può rappresentare per Conte un pericolo ancora più grande della sventata spallata. Perché scriviamo questo? Perché alla luce dei risultati ottenuti dalle due forze politiche, il governo si trova esposto a due diverse esigenze. La prima è stata già rappresentata da alcuni esponenti del Pd, ovvero la richiesta di un cambio di passo e di direzione dell’esecutivo, ovvero un ridimensionamento del ruolo governativo dei cinquestelle con la revisione, se non cancellazione, di alcuni provvedimenti in vigore o in fieri dei pentastellati. Il M5S, invece, dopo la debacle elettorale in Emilia-Romagna e Calabria  ed in vista degli Stati Generali del movimento convocati per il prossimo mese di marzo, potrebbe essere tentato di tornare al programma delle origini e di essere quindi intransigente su quelli che sono i suoi “cavalli di battaglia”. E certo non contribuiscono a svelenare il clima teso che si respira nel movimento le dimissioni da capo politico di Luigi Di Maio a pochi giorni dal voto regionale. C’è il rischio forte – staremo a vedere che cosa accadrà nei prossimi giorni – che le due anime del M5S, entrambe anti sistema ma una con il cuore che batte a sinistra (Roberto Fico, presidente della Camera) e l’altra che non vuole avere niente a che fare con il partito di Nicola Zingaretti  (per lei vale ciò che diceva fino a poco tempo fa il fondatore Beppe Grillo, ovvero che “il Pd è come il Pdl senza la elle”) possano giungere ad una divaricazione che potrebbe avere effetti deflagranti nella maggioranza di governo. Certo, a favore della stabilità, sia pure vacillante, del Contebis giocano due fattori: la stagione delle nomine, che si è appena aperta, e la necessità di evitare un voto politico anticipato che per tantissimi parlamentari (soprattutto pentastellati) significherebbe “tutti a casa” per sempre, ma tra le varie forze della maggioranza è già cominciato, direi fin quasi dall’inizio della sua navigazione, il “gioco del cerino” sui vari problemi che l’esecutivo deve affrontare e risolvere: ci riferiamo in particolare alla prescrizione (Pd e Italia Viva hanno messo il discussione il provvedimento fortemente voluto dal ministro della Giustizia, il grillino Alfonso Bonafede), alla revoca delle concessioni autostradali ai Benetton (richiesta a gran voce dal M5S, mentre Zingaretti e Renzi sono molto prudenti sull’argomento), all’ex Ilva e all’Alitalia (sono in gioco migliaia di posti di lavoro), a quota 100 ed al reddito di cittadinanza (sotto attacco dei renziani). Ci sono poi la legge elettorale in senso proporzionale (LeU contraria allo sbarramento al 5%) ed il provvedimento sulle autonomie che stenta a decollare. Senza dimenticare l’impegno a ridurre le tasse, argomento molto sensibile agli italiani, ed a rilanciare l’economia. Come si vede, di carne al fuoco ce n’è tantissima e tra le forze che sostengono il governo non c’è unità d’intenti. Conte avrà quindi bisogno di tutta la sua capacità di equilibrismo (già dimostrata con la disinvoltura con la quale è passato dalla guida del governo gialloverde a quella del suo contrario, ovvero l’esecutivo giallo-rosso) per tenere insieme i pezzi ed evitare una crisi che porterebbe, quasi ineluttabilmente, allo scioglimento delle Camere ed a una consultazione politica anticipata.

 

Giuseppe Leone

 Matteo Salvini non è riuscito a conquistare l’Emilia-Romagna, regione “rossa” per antonomasia, e di conseguenza non è andato in porto il suo intendimento di dare una spallata al governo giallo-rosso. A Palazzo Chigi, come al Nazareno, si è quindi tirato un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo (anche se il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, aveva da subito messo in chiaro che, per lui, la consultazione regionale di domenica 26 gennaio, interessata anche la Calabria dove ha stravinto il centrodestra, non aveva nessuna valenza politica e pertanto, anche di fronte ad un risultato negativo, non ci sarebbero state conseguenze per l’esecutivo da lui guidato). Ma se il leader della Lega ha fallito nel suo intento di conquistare la regione Emilia-Romagna (errore da parte sua la debole candidatura alla presidenza di Lucia Borgonzoni e l’aver trasformato il voto a Bologna e dintorni in un quasi referendum sulla sua persona), non si può affermare che il governo possa cantare allo scampato pericolo. Il fatto è che, se da un canto il voto emiliano ha dato più ampio respiro all’esecutivo, dall’altro ha forse aggravato la situazione, già in  stato di fibrillazione. Infatti, alla vittoria del Pd, grazie anche all’aiuto delle “Sardine” che hanno mobilitato l’intero elettorato di sinistra contro l'”invasore” leghista e promosso una “nuova resistenza” contro il fascismo rappresentato dal Carroccio, ha fatto di controcanto la cocente sconfitta del  M5S, sceso al di sotto del 5 per cento, dimezzando il già deludente risultato delle Europee della primavera scorsa, il che può rappresentare per Conte un pericolo ancora più grande della sventata spallata. Perché scriviamo questo? Perché alla luce dei risultati ottenuti dalle due forze politiche, il governo si trova esposto a due diverse esigenze. La prima è stata già rappresentata da alcuni esponenti del Pd, ovvero la richiesta di un cambio di passo e di direzione dell’esecutivo, ovvero un ridimensionamento del ruolo governativo dei cinquestelle con la revisione, se non cancellazione, di alcuni provvedimenti in vigore o in fieri dei pentastellati. Il M5S, invece, dopo la debacle elettorale in Emilia-Romagna e Calabria  ed in vista degli Stati Generali del movimento convocati per il prossimo mese di marzo, potrebbe essere tentato di tornare al programma delle origini e di essere quindi intransigente su quelli che sono i suoi “cavalli di battaglia”. E certo non contribuiscono a svelenare il clima teso che si respira nel movimento le dimissioni da capo politico di Luigi Di Maio a pochi giorni dal voto regionale. C’è il rischio forte – staremo a vedere che cosa accadrà nei prossimi giorni – che le due anime del M5S, entrambe anti sistema ma una con il cuore che batte a sinistra (Roberto Fico, presidente della Camera) e l’altra che non vuole avere niente a che fare con il partito di Nicola Zingaretti  (per lei vale ciò che diceva fino a poco tempo fa il fondatore Beppe Grillo, ovvero che “il Pd è come il Pdl senza la elle”) possano giungere ad una divaricazione che potrebbe avere effetti deflagranti nella maggioranza di governo. Certo, a favore della stabilità, sia pure vacillante, del Contebis giocano due fattori: la stagione delle nomine, che si è appena aperta, e la necessità di evitare un voto politico anticipato che per tantissimi parlamentari (soprattutto pentastellati) significherebbe “tutti a casa” per sempre, ma tra le varie forze della maggioranza è già cominciato, direi fin quasi dall’inizio della sua navigazione, il “gioco del cerino” sui vari problemi che l’esecutivo deve affrontare e risolvere: ci riferiamo in particolare alla prescrizione (Pd e Italia Viva hanno messo il discussione il provvedimento fortemente voluto dal ministro della Giustizia, il grillino Alfonso Bonafede), alla revoca delle concessioni autostradali ai Benetton (richiesta a gran voce dal M5S, mentre Zingaretti e Renzi sono molto prudenti sull’argomento), all’ex Ilva e all’Alitalia (sono in gioco migliaia di posti di lavoro), a quota 100 ed al reddito di cittadinanza (sotto attacco dei renziani). Ci sono poi la legge elettorale in senso proporzionale (LeU contraria allo sbarramento al 5%) ed il provvedimento sulle autonomie che stenta a decollare. Senza dimenticare l’impegno a ridurre le tasse, argomento molto sensibile agli italiani, ed a rilanciare l’economia. Come si vede, di carne al fuoco ce n’è tantissima e tra le forze che sostengono il governo non c’è unità d’intenti. Conte avrà quindi bisogno di tutta la sua capacità di equilibrismo (già dimostrata con la disinvoltura con la quale è passato dalla guida del governo gialloverde a quella del suo contrario, ovvero l’esecutivo giallo-rosso) per tenere insieme i pezzi ed evitare una crisi che porterebbe, quasi ineluttabilmente, allo scioglimento delle Camere ed a una consultazione politica anticipata.

 

Giuseppe Leone

Pubblicitàspot_img
Pubblicitàspot_img

Ultimi articoli