Governo e imprese ai ferri corti, c’è il tavolo per Transizione 5.0
Non solo Confindustria: raffica di critiche, la reazione di Chigi
Un plotone di esecuzione nel Blue monday tra governo e imprese. Una raffica di note stampa ha sancito lo strappo, almeno per ora e almeno per un po’, tra le imprese e il governo. Il fine settimana di fuoco a Cernobbio non è stato un episodio isolato. L’esecutivo, anzi la premier Giorgia Meloni, ha da correre ai ripari. Pure perché, è cosa nota, la sconfitta al referendum e le (furibonde) pulizie di primavera ingaggiate dalla stessa Meloni, rischiano di indebolirla sul piano politico. Già scorrono, come i grani di un rosario, nomi, ipotesi e suggestioni. Zaia, l’ex governatore del Veneto, ha preso parte a una riunione della segreteria politica della Lega che s’è conclusa con una promessa che sa di minaccia: “Piena fiducia nel governo e nei suoi attuali componenti”.
Governo e imprese, le voci “politiche”
L’ex Doge non va da nessuna parte. Ammesso, e non concesso, che gli convenisse davvero, a lui e soprattutto ai delicati equilibri del governo e (soprattutto) della maggioranza, essere in ballo. Le voci, quelle sì, sussurrano dell’ipotesi di un avvicendamento al Turismo: ci andrebbe l’attuale ministro all’Industria e al Made in Italy, Adolfo Urso. Che raccoglierebbe l’interim da Meloni e perderebbe il (corposo) portafoglio ministeriale. Cui prodest? Sarebbe un segnale, per carità. Ma, allo stato attuale, Confindustria non si accontenterebbe della testa del ministro. No, perché la vicenda di Transizione 5.0 è stata grave. Scartabellando la copiosa messe di comunicati e note giunte da ogni parte del mondo produttivo emerge una parola. Anzi, due. A essere pedanti, tre: “rottura della fiducia”. E non sarebbero solo le industrie infuriate. Al coro degli scontenti si sono aggiunti pure Confcommercio, Confagricoltura e anche gli artigiani della Cna. Più o meno, tutti (o quasi) i firmatari dell’appello al voto in vista del referendum per la giustizia in cui ha vinto il “no”.
Orsini e lo scetticismo (anche) con Bruxelles
Il governo, e proprio Urso nello specifico, ha immediatamente convocato un tavolo di confronto. Così come richiesto direttamente dagli industriali. L’appuntamento è in programma per mercoledì alle ore 11, a Palazzo Piacentini. Sarà il 1° aprile ma tempo (e pazienza) per altri scherzi non ce n’è. Perché, come ha affermato Emanuele Orsini in un’intervista rilasciata a Politico, “siamo in una situazione di emergenza economica”. Che Bruxelles rischia di affrontare, al solito, lasciando il pallino in mano agli Stati. E alle loro capacità fiscali: “L’Italia, oberata dal debito, è in una posizione di svantaggio rispetto alla Germania, ad esempio”, ha detto l’inquilino di viale dell’Astronomia. Che trema all’idea di una Ue pronta a procedere in ordine sparso, indicando nell’unione dei capitali e in quella energetica le tappe ineludibili del percorso: “È piuttosto miope pensare che alcuni paesi europei possano andare avanti, lasciando indietro gli altri, perché l’Europa è forte se tutti i paesi europei sono forti”.
Al danno della crisi energetica la beffa di Transizione 5.0
Allo stato attuale, invece, il Vecchio è un Continente alla mercé delle fluttuazioni dei prezzi. Ieri il brent ha raggiunto i 107 dollari, il Wti s’è attestato a 102 dollari. Contestualmente il gas è salito sfiorando i 55 euro al megawattora. Quello che fa paura è la proiezione, come quella di Moody’s che ritiene plausibile uno scenario in cui il gnl arrivi a costare fino a 100 euro. Di fronte a questi scenari, il caso di Transizione 5.0 è suonato come una beffa clamorosa. Che arriva, peraltro, in un momento delicatissimo per la vita del governo. Le “sfide” a Meloni continuano a piovere da ogni parte. La premier, alle prese coi bizantinismi istituzionali, non ha tempo. Avrebbe bisogno di bruciare le tappe e, più che pensare ai record di durata, ritrovare forza politica. Magari, perché no?, ripresentandosi all’elettorato subito dopo aver designato le nomine sulle Partecipate che stanno contribuendo a infiammare un altro dibattito di cui a Chigi, evidentemente, non si sente un gran bisogno.
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