Guerra, gas e bollette: le tre sfide di Giorgia

Dopo i giorni concitati delle consultazioni, a cui è seguito l’insediamento a Palazzo Chigi e il passaggio di consegne con Mario Draghi – ma anche l’incontro con Emmanuel Macron – a Giorgia Meloni manca l’ultimo passo per rendere operativo il suo nuovo Governo: la fiducia. Oggi infatti, come deciso ieri dalla conferenza dei capigruppo della Camera, la neo premier sarà in aula a Montecitorio per fare le sue dichiarazioni programmatiche con cui presenterà le priorità del proprio esecutivo.

Le priorità della premier

Una scaletta che riprenderà probabilmente i temi più caldi del periodo, insieme alle intenzioni sui vari fascicoli lasciati come testimone da Mario Draghi. Difatti, nell’ora e mezza di incontro tra i due precedente la consegna della campanella, l’ex premier ha illustrato a Meloni i dossier di passaggio tra i due esecutivi, che senza stupore riguardano energia, guerra in Ucraina, inflazione, recessione, la trattativa su Ita e i rapporti con le varie Cancellerie europee. Potremmo quindi prevedere in cima all’agenda del Governo Meloni la crisi energetica e l’emergenza caro bollette, temi che la stessa neo premier ha affrontato la scorsa domenica salutando Draghi, con la questione più importante riguardante il tetto al prezzo del gas. Potrebbero inserirsi, nei punti programmatici, anche le relazioni con il medio-oriente: ieri Meloni, ringraziando il re Salman dell’Arabia Saudita ha sottolineato che “l’Italia è fortemente interessata alla stabilità in Medio Oriente e all’ulteriore cooperazione in materia di sicurezza energetica, investimenti e diritti umani”. Nel frattempo, dai vari esponenti della maggioranza arrivano ulteriori indizi sulle misure e le iniziative che potrebbe intraprendere il nuovo governo: la priorità alla Flat Tax richiesta dalla Lega, un occhio di riguardo sui territori come indicato dal Presidente della Conferenza Stato Regioni, ma anche l’attenzione al sociale. Con Meloni prima donna premier della storia, uno dei punti programmatici potrebbe riprendere quello che è stato già anticipato dalla neo ministra per le Pari opportunità Roccella, ovvero un impegno sulla condizione femminile e “sulle tante ingiustizie che subiscono le donne”. Una volta terminato il discorso, intorno alle 12, Meloni si recherà a Palazzo Madama per consegnare il testo dell’intervento. Nel frattempo alla Camera inizierà la discussione generale sulle comunicazioni, che si prolungheranno fino alle ore 17 circa, quando è prevista la replica della Presidente del Consiglio.

La fiducia

Successivamente, assisteremo alle dichiarazioni di voto che avranno luogo fino alle ore 19 circa, al cui termine seguirà la chiama dei deputati al voto: tempistiche alla mano, per l’esito della fiducia si dovranno attendere le ore 20.30. La giornata sarà lunga, tuttavia, non dovrebbero esserci soprese sull’esito: nonostante i vari malumori dentro e fuori dal gruppo di maggioranza, i parlamentari della coalizione di centrodestra dovrebbero votare la fiducia in maniera compatta, a differenza degli altri gruppi, che invece dovrebbero esprimersi contro. Partendo dal Pd, passando per i 5Stelle, fino al Terzo Polo, la compattezza sul “no” dovrebbe essere altrettanto scontata – viste anche le dichiarazioni dei leader rilasciate post consultazioni al Colle. Nonostante ciò, non dovrebbero esserci particolari brividi per la vittoria del sì e gli indizi sono due. Il primo, sta nella natura del voto, regolato dall’articolo 94 della Costituzione, che prevende il voto per “appello nominale” e con “mozione motivata”, quindi non segreto. Ogni parlamentare è chiamato e esprimere in maniera “palese” il proprio voto a favore o contro l’esecutivo, motivandone la scelta. Questo meccanismo obbliga ogni gruppo parlamentare ad assumersi la responsabilità politica della scelta pro o contro, ma soprattutto a evitare i vari franchi tiratori nella maggioranza – come accaduto per l’elezione del presidente del Senato avvenuta con scrutinio segreto – o i segreti aiuti dai banchi dell’opposizione. Il secondo indizio è dato invece dai numeri, per la prima volta rivisti a seguito del taglio dei parlamentari. Alla Camera il centrodestra conta su 235 deputati: se fossero tutti presenti, la maggioranza si otterrebbe con 201 deputati. Stesso destino dovrebbe compiersi a Palazzo Madama, dove la fiducia sarà votata domani, 26 ottobre: anche in questo caso, il centrodestra conta 112 senatori, con la maggioranza che si otterrebbe con 104 voti. La fiducia si intenderà approvata se in entrambe le camere si arriverà alla maggioranza semplice, ovvero si otterrà l’appoggio della metà più uno dei votanti. “Abbiamo scritto la storia, ora scriviamo il futuro” aveva detto Giorgia Meloni a seguito dell’insediamento: e il futuro si inizia a scrivere oggi.

Dopo i giorni concitati delle consultazioni, a cui è seguito l’insediamento a Palazzo Chigi e il passaggio di consegne con Mario Draghi – ma anche l’incontro con Emmanuel Macron – a Giorgia Meloni manca l’ultimo passo per rendere operativo il suo nuovo Governo: la fiducia. Oggi infatti, come deciso ieri dalla conferenza dei capigruppo della Camera, la neo premier sarà in aula a Montecitorio per fare le sue dichiarazioni programmatiche con cui presenterà le priorità del proprio esecutivo.

Le priorità della premier

Una scaletta che riprenderà probabilmente i temi più caldi del periodo, insieme alle intenzioni sui vari fascicoli lasciati come testimone da Mario Draghi. Difatti, nell’ora e mezza di incontro tra i due precedente la consegna della campanella, l’ex premier ha illustrato a Meloni i dossier di passaggio tra i due esecutivi, che senza stupore riguardano energia, guerra in Ucraina, inflazione, recessione, la trattativa su Ita e i rapporti con le varie Cancellerie europee. Potremmo quindi prevedere in cima all’agenda del Governo Meloni la crisi energetica e l’emergenza caro bollette, temi che la stessa neo premier ha affrontato la scorsa domenica salutando Draghi, con la questione più importante riguardante il tetto al prezzo del gas. Potrebbero inserirsi, nei punti programmatici, anche le relazioni con il medio-oriente: ieri Meloni, ringraziando il re Salman dell’Arabia Saudita ha sottolineato che “l’Italia è fortemente interessata alla stabilità in Medio Oriente e all’ulteriore cooperazione in materia di sicurezza energetica, investimenti e diritti umani”. Nel frattempo, dai vari esponenti della maggioranza arrivano ulteriori indizi sulle misure e le iniziative che potrebbe intraprendere il nuovo governo: la priorità alla Flat Tax richiesta dalla Lega, un occhio di riguardo sui territori come indicato dal Presidente della Conferenza Stato Regioni, ma anche l’attenzione al sociale. Con Meloni prima donna premier della storia, uno dei punti programmatici potrebbe riprendere quello che è stato già anticipato dalla neo ministra per le Pari opportunità Roccella, ovvero un impegno sulla condizione femminile e “sulle tante ingiustizie che subiscono le donne”. Una volta terminato il discorso, intorno alle 12, Meloni si recherà a Palazzo Madama per consegnare il testo dell’intervento. Nel frattempo alla Camera inizierà la discussione generale sulle comunicazioni, che si prolungheranno fino alle ore 17 circa, quando è prevista la replica della Presidente del Consiglio.

La fiducia

Successivamente, assisteremo alle dichiarazioni di voto che avranno luogo fino alle ore 19 circa, al cui termine seguirà la chiama dei deputati al voto: tempistiche alla mano, per l’esito della fiducia si dovranno attendere le ore 20.30. La giornata sarà lunga, tuttavia, non dovrebbero esserci soprese sull’esito: nonostante i vari malumori dentro e fuori dal gruppo di maggioranza, i parlamentari della coalizione di centrodestra dovrebbero votare la fiducia in maniera compatta, a differenza degli altri gruppi, che invece dovrebbero esprimersi contro. Partendo dal Pd, passando per i 5Stelle, fino al Terzo Polo, la compattezza sul “no” dovrebbe essere altrettanto scontata – viste anche le dichiarazioni dei leader rilasciate post consultazioni al Colle. Nonostante ciò, non dovrebbero esserci particolari brividi per la vittoria del sì e gli indizi sono due. Il primo, sta nella natura del voto, regolato dall’articolo 94 della Costituzione, che prevende il voto per “appello nominale” e con “mozione motivata”, quindi non segreto. Ogni parlamentare è chiamato e esprimere in maniera “palese” il proprio voto a favore o contro l’esecutivo, motivandone la scelta. Questo meccanismo obbliga ogni gruppo parlamentare ad assumersi la responsabilità politica della scelta pro o contro, ma soprattutto a evitare i vari franchi tiratori nella maggioranza – come accaduto per l’elezione del presidente del Senato avvenuta con scrutinio segreto – o i segreti aiuti dai banchi dell’opposizione. Il secondo indizio è dato invece dai numeri, per la prima volta rivisti a seguito del taglio dei parlamentari. Alla Camera il centrodestra conta su 235 deputati: se fossero tutti presenti, la maggioranza si otterrebbe con 201 deputati. Stesso destino dovrebbe compiersi a Palazzo Madama, dove la fiducia sarà votata domani, 26 ottobre: anche in questo caso, il centrodestra conta 112 senatori, con la maggioranza che si otterrebbe con 104 voti. La fiducia si intenderà approvata se in entrambe le camere si arriverà alla maggioranza semplice, ovvero si otterrà l’appoggio della metà più uno dei votanti. “Abbiamo scritto la storia, ora scriviamo il futuro” aveva detto Giorgia Meloni a seguito dell’insediamento: e il futuro si inizia a scrivere oggi.

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