Harakiri sinistra

Quanti errori, professor Letta. Il leader del Pd era partito alla Rocky, con “gli occhi della tigre” di chi non vuole mollare un centimetro. Poi di fronte ai colpi subiti, fuori e soprattutto dentro alla coalizione, s’è andato scoraggiando, anzi s’è disunito per citare l’ultimo film di Paolo Sorrentino, e ha finito la campagna elettorale alla “Io Speriamo che me la cavo”, con lo sguardo spento di chi cerca indulgenza all’elettorato.

Il primo errore marchiano del professor Letta è stato quello di tentare un’improbabile riedizione del campo largo. La storia del centrosinistra ha già registrato la tragedia politica di un governo (fallito) basato su una coalizione ampia da Rifondazione Comunista fino a Mastella. Il sogno dell’ex premier era quello di mettere insieme tutto e il suo contrario: Fratoianni e Di Maio, Conte e Calenda, Renzi e Bonelli. Il Pd, partito egemone della coalizione, avrebbe avuto tutte le carte in regola per decidere i suoi compagni di viaggio. Invece, per tentare di imbarcare tutti, è finita che i partiti più importanti (almeno in termini di sondaggi) abbiano deciso di far da sé e di spernacchiare la corazzata dem. Calenda ha scelto l’arcinemico Renzi, Conte se n’è andato: a Letta sono rimasti solo il derelitto Di Maio, in tandem con l’inossidabile Tabacci e le frange rossoverdi di Si e ambientalisti. Che non bisseranno, come spera il professor Letta, il successo francese di Jean Luc Mélenchon. Che, peraltro, appena ha potuto s’è fatto vedere a Roma, sì, ma insieme all’ex sindaco di Napoli Luigi de Magistris che guida Potere al Popolo e varie sigle minori in un rassemblement di sinistra radicale.

Da questo errore ne discende un altro, se possibile ancora più grave. Letta ha ritenuto di poter lasciare libero ilM5s assecondando le correnti che non ne potevano più e prendendo a pretesto la caduta del governo. Addossandone la responsabilità del “tradimento” a Draghi agli ex amici pentastellati.
. Fosse rimasto in piedi il patto elettorale, il Pd avrebbe avuto qualche chance in più e sicuramente si sarebbe ripreso la leadership della sinistra che proprio i Cinque Stelle gli avevano scippato nel 2018. Un’alleanza avrebbe, inoltre, reso contendibili molti collegi, specialmente là dove il centrodestra non ha grande presenza nelle amministrazioni locali.

Non è andata così e al Sud, con le mani finalmente libere, l’ex avvocato del popolo ha potuto rilanciarsi in chiave elettorale presentandosi come l’unico paladino del Reddito di cittadinanza e della lotta alla povertà. Il risultato sarà quello di tagliarsi le gambe a vicenda, almeno all’uninominale.

Letta ha pure aggravato gli errori “storici” della sinistra. Da un moderato ci si attendeva un’apertura ai ceti medi impoveriti che, però, non è arrivata. Con poche mosse, avrebbe potuto costringere il centrodestra a rincorrerlo.

Ha puntato su proposte che non sfondano: la dote dei 18enni, più tasse e su un approccio ideologico ai temi ambientali, proprio quando le bollette pazze fanno davvero paura a imprese e famiglie. Il Pd del prof, come il suo bus elettrico, poteva correre. E invece s’è fermato, rimanendo nella Ztl. E poi la campagna “coi manifesti “Scegli” che ha fattoridere il web e l’antifascismo spinto che ha trascinato il governatore pugelise Emiliano a uno scivolone dolorosissimo. Certo, vincere stavolta era davvero operazione difficilissima, se non impossibile. Ma il Pd nasce a vocazione maggioritaria, governista per sua stessa natura. In questo fine settimana, invece, la macchina da guerra non più gioiosa rischia addirittura di retrocedere sotto il 20% . E a quel punto per il prof Letta, l’esonero sarà inevitabile.

Quanti errori, professor Letta. Il leader del Pd era partito alla Rocky, con “gli occhi della tigre” di chi non vuole mollare un centimetro. Poi di fronte ai colpi subiti, fuori e soprattutto dentro alla coalizione, s’è andato scoraggiando, anzi s’è disunito per citare l’ultimo film di Paolo Sorrentino, e ha finito la campagna elettorale alla “Io Speriamo che me la cavo”, con lo sguardo spento di chi cerca indulgenza all’elettorato.

Il primo errore marchiano del professor Letta è stato quello di tentare un’improbabile riedizione del campo largo. La storia del centrosinistra ha già registrato la tragedia politica di un governo (fallito) basato su una coalizione ampia da Rifondazione Comunista fino a Mastella. Il sogno dell’ex premier era quello di mettere insieme tutto e il suo contrario: Fratoianni e Di Maio, Conte e Calenda, Renzi e Bonelli. Il Pd, partito egemone della coalizione, avrebbe avuto tutte le carte in regola per decidere i suoi compagni di viaggio. Invece, per tentare di imbarcare tutti, è finita che i partiti più importanti (almeno in termini di sondaggi) abbiano deciso di far da sé e di spernacchiare la corazzata dem. Calenda ha scelto l’arcinemico Renzi, Conte se n’è andato: a Letta sono rimasti solo il derelitto Di Maio, in tandem con l’inossidabile Tabacci e le frange rossoverdi di Si e ambientalisti. Che non bisseranno, come spera il professor Letta, il successo francese di Jean Luc Mélenchon. Che, peraltro, appena ha potuto s’è fatto vedere a Roma, sì, ma insieme all’ex sindaco di Napoli Luigi de Magistris che guida Potere al Popolo e varie sigle minori in un rassemblement di sinistra radicale.

Da questo errore ne discende un altro, se possibile ancora più grave. Letta ha ritenuto di poter lasciare libero ilM5s assecondando le correnti che non ne potevano più e prendendo a pretesto la caduta del governo. Addossandone la responsabilità del “tradimento” a Draghi agli ex amici pentastellati.
. Fosse rimasto in piedi il patto elettorale, il Pd avrebbe avuto qualche chance in più e sicuramente si sarebbe ripreso la leadership della sinistra che proprio i Cinque Stelle gli avevano scippato nel 2018. Un’alleanza avrebbe, inoltre, reso contendibili molti collegi, specialmente là dove il centrodestra non ha grande presenza nelle amministrazioni locali.

Non è andata così e al Sud, con le mani finalmente libere, l’ex avvocato del popolo ha potuto rilanciarsi in chiave elettorale presentandosi come l’unico paladino del Reddito di cittadinanza e della lotta alla povertà. Il risultato sarà quello di tagliarsi le gambe a vicenda, almeno all’uninominale.

Letta ha pure aggravato gli errori “storici” della sinistra. Da un moderato ci si attendeva un’apertura ai ceti medi impoveriti che, però, non è arrivata. Con poche mosse, avrebbe potuto costringere il centrodestra a rincorrerlo.

Ha puntato su proposte che non sfondano: la dote dei 18enni, più tasse e su un approccio ideologico ai temi ambientali, proprio quando le bollette pazze fanno davvero paura a imprese e famiglie. Il Pd del prof, come il suo bus elettrico, poteva correre. E invece s’è fermato, rimanendo nella Ztl. E poi la campagna “coi manifesti “Scegli” che ha fattoridere il web e l’antifascismo spinto che ha trascinato il governatore pugelise Emiliano a uno scivolone dolorosissimo. Certo, vincere stavolta era davvero operazione difficilissima, se non impossibile. Ma il Pd nasce a vocazione maggioritaria, governista per sua stessa natura. In questo fine settimana, invece, la macchina da guerra non più gioiosa rischia addirittura di retrocedere sotto il 20% . E a quel punto per il prof Letta, l’esonero sarà inevitabile.

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