Hellhole tre storie in una

Quando scelgo un film con lo scopo di avere paura, in genere vado a botta sicura, selezionandone uno che parli di possessioni. Qui di storie ce ne sono tre. O meglio, tre sono i livelli che si articolano e si susseguono nel mix che rende avvincente e terrificante al punto giusto la trama senza che diventi la solita riproduzione maldestra de L’Esorcista.
Hellhole è ambientato nel 1987 in Polonia, che è funzionale alla storia ma potrebbe essere un po’ ovunque. Perché i protagonisti, i monaci che gestiscono una sorta di clinica per persone possedute, vivono in un antico monastero lontano da tutto e da tutti. Tagliati fuori dal mondo esterno, nella loro dimensione, registrano gli esorcismi e li mandano al Vaticano.
Lo storytelling ci suggerisce che lo stato del Papa finanzi questa sorta di gioco perché fa comodo alla Chiesa raccontare della presenza del diavolo nel mondo.
Allo spettatore viene venduta così, preconfezionata, poco importa se alle spese di un certo mordente nell’obiettivo di impaurirlo. Un pezzo della storia è incentrata su questo. Vediamo le possessioni, la spettacolarizzazione del male, il suo divenire strumento di seduzione e persuasione. E gli ingredienti tipici di questo genere di horror.
L’ambientazione di fine anni ‘80 è ben restituita, la regia sa portarti lì, trasmettendo l’atmosfera della Polonia a quel tempo, quando non esisteva un’Europa ma un Est, con delle credenze, delle ritualità e un Papa, in quell’epoca, che veniva proprio da lì. E in questo funziona. Guardarlo oggi con gli occhi di allora si può.
Il film è diretto da Bartosz M. Kowalski e scritto da Kowalski e Mirella Zaradkiewicz. Un regista che aveva già fatto un buon lavoro con le due produzioni precedenti della serie di Non dormire nel bosco stanotte.
La storia è interpretata da Piotr Zurawski, Olaf Lubaszenko, Sebastian Stankiewicz e Lech Dyblik. Attori sconosciuti ai più ma non per questo non talentuosi.
Nel monastero arriva un giovane poliziotto di nome Marek, un giorno con lo scopo di far luce sulle misteriose sparizioni di alcuni giovani “pazienti” curati proprio nella clinica del monastero. Motivato a portare avanti le indagini, nutrendo i suoi sospetti, decide di fingersi a sua volta un monaco. E ci mette poco a scoprire che tra le mura del monastero si nascondono oscuri e inquietanti segreti.
Marek viene a conoscenza di un grande complotto ordito per anni dal clero e che ha a che fare con una misteriosa leggenda che coinvolge il monastero e perfino l’intero ordine mondiale cattolico. Ma così come Marek, pian piano, scopre i segreti dei monaci, allo stesso modo gli ecclesiastici gli stanno appresso, dopo aver capito l’ambiguità della sua figura, decisi come sono a proseguire nel loro piano. Nelle sue vesti di monaco Marek si addentra nella vita monastica e cerca di indagare sulla recente e misteriosa scomparsa di diverse donne con problemi mentali ma che secondo i genitori erano possedute dal maligno. Per scoprire che non c’è via d’uscita dal monastero. E qui gli altri livelli che compongono l’intreccio. O il miscuglio, se vogliamo essere onesti. Hellhole mette insieme più film horror diversi. All’inizio, la trama è incentrata sulla storia di pura possessione, con le donne che controllano gli uomini incaricati di salvarli. Il passaggio di camere successivo è una storia di culto, con il poliziotto protagonista, Marek, che cerca di sfuggire al male demoniaco del monastero. E infine salta fuori un racconto horror religioso che utilizza il lavoro soprannaturale e pratico delle creature per esplorare un tentativo di portare il Diavolo sulla Terra.
La tensione emotiva è lavorata in crescendo e aumenta quando Marek si tuffa più a fondo nei terreni e nella storia monastica. C’è l’orrore del corpo che si piega, l’esoterico, l’ultraterreno che spaventa e, ovviamente, i demoni.
Ma ciò che dà la spinta in “Hellhole” è la maniera in cui i preti mettono in atto violenza e fede nel tentativo di rivendicare il potere. Riuscendo, non senza una certa forzatura ben orchestrata, a bilanciare il grossolano e il ben fatto. In modo particolare nelle sequenze finali, con le transizioni della telecamera e un apprezzabile lavoro sugli effetti, che rendono il finale decisamente interessante e inaspettato. Apparentemente disconnesso dal resto del film, il finale di Hellhole riesce a impressionare la testa dello spettatore.

Quando scelgo un film con lo scopo di avere paura, in genere vado a botta sicura, selezionandone uno che parli di possessioni. Qui di storie ce ne sono tre. O meglio, tre sono i livelli che si articolano e si susseguono nel mix che rende avvincente e terrificante al punto giusto la trama senza che diventi la solita riproduzione maldestra de L’Esorcista.
Hellhole è ambientato nel 1987 in Polonia, che è funzionale alla storia ma potrebbe essere un po’ ovunque. Perché i protagonisti, i monaci che gestiscono una sorta di clinica per persone possedute, vivono in un antico monastero lontano da tutto e da tutti. Tagliati fuori dal mondo esterno, nella loro dimensione, registrano gli esorcismi e li mandano al Vaticano.
Lo storytelling ci suggerisce che lo stato del Papa finanzi questa sorta di gioco perché fa comodo alla Chiesa raccontare della presenza del diavolo nel mondo.
Allo spettatore viene venduta così, preconfezionata, poco importa se alle spese di un certo mordente nell’obiettivo di impaurirlo. Un pezzo della storia è incentrata su questo. Vediamo le possessioni, la spettacolarizzazione del male, il suo divenire strumento di seduzione e persuasione. E gli ingredienti tipici di questo genere di horror.
L’ambientazione di fine anni ‘80 è ben restituita, la regia sa portarti lì, trasmettendo l’atmosfera della Polonia a quel tempo, quando non esisteva un’Europa ma un Est, con delle credenze, delle ritualità e un Papa, in quell’epoca, che veniva proprio da lì. E in questo funziona. Guardarlo oggi con gli occhi di allora si può.
Il film è diretto da Bartosz M. Kowalski e scritto da Kowalski e Mirella Zaradkiewicz. Un regista che aveva già fatto un buon lavoro con le due produzioni precedenti della serie di Non dormire nel bosco stanotte.
La storia è interpretata da Piotr Zurawski, Olaf Lubaszenko, Sebastian Stankiewicz e Lech Dyblik. Attori sconosciuti ai più ma non per questo non talentuosi.
Nel monastero arriva un giovane poliziotto di nome Marek, un giorno con lo scopo di far luce sulle misteriose sparizioni di alcuni giovani “pazienti” curati proprio nella clinica del monastero. Motivato a portare avanti le indagini, nutrendo i suoi sospetti, decide di fingersi a sua volta un monaco. E ci mette poco a scoprire che tra le mura del monastero si nascondono oscuri e inquietanti segreti.
Marek viene a conoscenza di un grande complotto ordito per anni dal clero e che ha a che fare con una misteriosa leggenda che coinvolge il monastero e perfino l’intero ordine mondiale cattolico. Ma così come Marek, pian piano, scopre i segreti dei monaci, allo stesso modo gli ecclesiastici gli stanno appresso, dopo aver capito l’ambiguità della sua figura, decisi come sono a proseguire nel loro piano. Nelle sue vesti di monaco Marek si addentra nella vita monastica e cerca di indagare sulla recente e misteriosa scomparsa di diverse donne con problemi mentali ma che secondo i genitori erano possedute dal maligno. Per scoprire che non c’è via d’uscita dal monastero. E qui gli altri livelli che compongono l’intreccio. O il miscuglio, se vogliamo essere onesti. Hellhole mette insieme più film horror diversi. All’inizio, la trama è incentrata sulla storia di pura possessione, con le donne che controllano gli uomini incaricati di salvarli. Il passaggio di camere successivo è una storia di culto, con il poliziotto protagonista, Marek, che cerca di sfuggire al male demoniaco del monastero. E infine salta fuori un racconto horror religioso che utilizza il lavoro soprannaturale e pratico delle creature per esplorare un tentativo di portare il Diavolo sulla Terra.
La tensione emotiva è lavorata in crescendo e aumenta quando Marek si tuffa più a fondo nei terreni e nella storia monastica. C’è l’orrore del corpo che si piega, l’esoterico, l’ultraterreno che spaventa e, ovviamente, i demoni.
Ma ciò che dà la spinta in “Hellhole” è la maniera in cui i preti mettono in atto violenza e fede nel tentativo di rivendicare il potere. Riuscendo, non senza una certa forzatura ben orchestrata, a bilanciare il grossolano e il ben fatto. In modo particolare nelle sequenze finali, con le transizioni della telecamera e un apprezzabile lavoro sugli effetti, che rendono il finale decisamente interessante e inaspettato. Apparentemente disconnesso dal resto del film, il finale di Hellhole riesce a impressionare la testa dello spettatore.

Pubblicitàspot_img
Pubblicitàspot_img

Ultimi articoli