Politica

Caio Mussolini: “L’immigrazione va gestita”

di Domenico Pecile -

CAIO GIULIO CESARE MUSSOLINI


Pronipote di Benito, Caio Mussolini ha un cognome che sin da piccolo, dice, è stato pesante da portare e spesso gli è costato insulti e attacchi gratuiti. Si è avvicinato a Fratelli d’Italia nel 2019 con cui si è candidato, senza essere eletto nonostante le quasi 22mila preferenze, alle ultime elezioni europee. Ex Ufficiale di Marina, due lauree, tre lingue che destreggia alla perfezione, fa il manager e gira il mondo. “Il fascismo storico è morto con Mussolini”, ripete per poi aggiungere, ma “non mi vergognerò mai della mia famiglia”. Ha appena pubblicato il libro “Italiani d’Argentina, storia dell’immigrazione italiana in Argentina”, un tema di stretta attualità, assicura, perché fa paragoni interessanti con il passato dei nostri emigranti e con l’attuale immigrazione.

Quali sono questi paragoni col passato?
Il libro è storico, ma si collega alle politiche implementate in passato in quel paese. Nel libro che sto presentando spiego l’influenza della cultura italiana in Argentina nel 19esimo e 20esimo secolo, influenza che abbraccia tutti i settori: lingua, arte, cultura, abitudini alimentari, ma che ha portato con sé anche fenomeni negativi per il governo argentino, come ad esempio gli anarchici e i sindacalisti a cavallo tra i 2 secoli, fortemente contrastati da leggi dedicate.

E come attualizza questo fenomeno con la nostra, stretta attualità?
Volevo significare che qualsiasi fenomeno migratorio provoca inevitabili conseguenze. In Argentina le politiche migratorie venivano gestite dai governi in modo oculato, erano politiche mirate per cui si puntava su immigrati che garantissero determinate professionalità. Avevano bisogno di immigrati, ma tendenzialmente li sceglievano loro. Ho sempre sostenuto che i fenomeni migratori non possono essere bloccati, e proprio per questo vanno gestiti.

Lei cita il caso dell’Argentina, ma adesso il fenomeno migratorio è molto più complesso e interessa milioni di persone che bussano all’Europa.
Anche in passato il fenomeno migratorio ha riguardato milioni di persone. Ma nel caso argentino nel 1820 in un territorio grande dieci volte l’Italia c’erano 600mila abitanti! Bisogna essere realisti. Mica possiamo prendere tutti. Un miliardo e passa di persone africane in Europa non è possibile accoglierle.

Da dove si comincia, allora?
Se abbiamo problemi di crescita demografica, ad esempio, si potrebbe favorire il rientro in Italia dei nipoti e pronipoti di questi emigranti che hanno la nostra cultura – e molti sono perfettamente integrabili – facilitando per esempio il riconoscimento dei loro percorsi di studio e professionali.

E come si procede?
Sull’immigrazione servono politiche condivise. Su temi strategici come questo destra e sinistra devono trovare necessariamente una sintesi e pensare a come dovrà essere l’Italia tra 30 anni. Insomma, non può essere una questione dei singoli governi che si succedono.

Cosa ne pensa dell’ex ministro Minniti e delle sue politiche sull’immigrazione?
Lui le critiche le ha ricevute soprattutto e principalmente dalla sinistra. Va detto che Minniti ha ottenuto buoni risultati principalmente grazie agli accordi con i Paesi interessati al fenomeno e ha dimostrato che serve un approccio pragmatico e quindi non ideologico, serve un approccio che parta da una politica condivisa. Che a mio significa che non si può fare entrare indistintamente tutti, mentre i nostri ragazzi laureati vanno all’estero.
Ma i giovani se ne vanno perché le paghe sono a dir poco ridicole rispetto ad altri Paesi europei e non perché gli immigrati “rubano” lavoro.
È vero, e questo è un altro problema strutturale che va rivisto in tutti i suoi elementi e che si interseca anche con il nodo-natalità. Se scarichiamo tutto sul costo del lavoro non diamo futuro ai giovani, ma solo precarietà. Dunque, è un cane che si morde la coda.

L’Europa come deve affrontare il problema immigrazione per non lasciare soli gli Stati, in primis l’Italia?
Mi pare evidente che oltre che essere una struttura burocratica lontana dalle esigenze reali dei cittadini, sull’immigrazione l’Ue abbia fatto ben poco per supportare l’Italia, anzi mi pare sia del tutto assente.
Resta il fatto che l’interlocutoria con l’Ue è obbligatoria sul tema dell’immigrazione. O no?
Io ritengo che dobbiamo agire per il nostro interesse e puntare a tornare ad essere una nazione sovrana su alcuni aspetti. Pare evidente che i Paesi confinanti con noi, nonostante tutti i vari accordi, rispediscano in Italia i tanti immigrati che vorrebbero andare altrove. Pensiamo alla Francia. Ma anche alla Spagna che ha risposto in maniera molto decisa a un attacco di più di 8.000 nordafricani che pretendevano di entrare clandestinamente a Ceuta, rispendendoli subito dopo da dove venivano.

Continua a fare politica dopo aver corso alle Europee per Fratelli d’Italia?
Io di lavoro faccio il manager nel settore della difesa. Certamente la politica e la storia sin da piccolo mi piacciono, perché permeano ogni aspetto della società. Purtroppo, devo sopportare insulti e attacchi personali squallidi: 80 anni dopo l’assassinio del mio bisnonno mi minacciano ancora di morte, evocando spesso piazzale Loreto. Basta andare sul mio profilo Facebook o Twitter per capire l’accanimento nei miei confronti di chi la pensa diversamente. Ma questo purtroppo è il livello di una parte politica, talvolta violenta, dell’Italia.

Ma non è che una parte della Destra sia estranea alla violenza, o no?
Io parlo per me e di tutti gli attacchi e discriminazioni di cui continuo a essere vittima sin da quando ero ragazzino. È triste constatare che in questi ultimi anni ci sia stato un ritorno al passato, alla intolleranza degli anni ’70. Basti vedere cosa è successo al Salone del libro la settimana scorsa.


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