I GIOVANI, DIO E QUEL VUOTO INTERIORE

 

Avranno avuto tra i quindici e i sedici anni. Erano un gruppo di ragazzi e ragazze che aveva deciso di trascorrere un sabato al mare, in compagnia. Un sabato di febbraio. Un sabato romano con un sole schietto e luminoso e una temperatura primaverile che invogliava a stare all’aria aperta, in questo difficile e lungo momento di pandemia.  Si vedeva che avevano voglia di divertirsi, di condividere attimi di ludicità e di convivialità, forse perché troppo poco si erano frequentati e pochissimo erano stati a scuola subendo la fredda, noiosa e poco socievole lezione a distanza. I giovani devono poter esprime l’entusiasmo che gli deriva dall’età. Devono poter esternare quanto hanno in animo con i loro coetanei e con questi imparare a conoscere gli aspetti della vita, i suoi umori, i sentimenti belli e non, che in essa si dipanano. Devono potersi sentire accolti, riconosciuti, compresi, stimolati a vivere il loro momento, sbagliando anche, per imparare a migliorarsi, a essere autentici e protagonisti del loro tempo e di quello che verrà.  Di tutto questo hanno bisogno. Ma non c’è l’hanno. Non c’è nessuno che indichi loro una mappa sulla quale intraprendere il cammino e delle bussole alle quali far riferimento nell’affrontarlo, per non soccombere nei momenti bui e per trovare forza, entusiasmo, coraggio e lealtà costanti.  Non hanno la famiglia, oggi divenuta precaria e fragile nell’esperire il proprio compito, né hanno la scuola, dove gli insegnanti hanno smesso da tempo d’essere anche educatori, impauriti e delegittimati da una società che non ne sa riconoscere e difendere la missione.  Sono delle anime sbandate. Sono soli in balia dei tempi, degli stimoli che arrivano dai media, dai social, dai loro idoli di cartone, per i quali conta solo l’apparire, la fisicità, la forza senza coraggio, l’individualismo fine a se stesso, l’edonismo, l’egoismo e una vita priva di regole, in cui tutto è permesso, dove ognuno è padrone di sé e solo a sé sente di dover dar conto. E così che in quei giovani, che al mare stavano trascorrendo insieme una giornata di sole, nel parlare li ho sentiti imbattersi con frequenza in bestemmie contro Dio. Non sono un puritano, né un cattolico bigotto, ma sentir bestemmiare mi dà un fastidio morale prima e fisico poi. E’ il segno che questi ragazzi non sentono il rispetto per qualcosa che appartiene al mondo dello spirito e a una visione della vita che fa riferimento a dei valori ultraterreni, attraverso i quali l’umanità ha foggiato le comunità e le civiltà. La bestemmia usata come intercalare è il sintomo di un agnosticismo di maniera, ignorante, ma soprattutto di un superamento di Dio, per sentirsi loro stessi Dio, come la società di oggi vuole farci intendere: “Dio è morto!… L’uomo è Dio!” L’uomo padrone di ogni cosa. L’uomo che può fare e disfare tutto a suo piacimento, effetto di un malinteso senso di libertà. Non certo un sinonimo di forza, ma di fragilità. Di una grande, gelida fragilità. E’ un uomo meno ricco quello che non ha Dio. Ed è povero quello che, pur non credendo in Dio, non ha principi ai quali far riferimento. Ai quali affidare la propria vita. Dietro la bestemmia di quei ragazzi c’è un vuoto interiore. C’è solitudine, c’è una sconfinata precarietà. Ma più ancora quella bestemmia è un grido di dolore. Acuto. Potente. Solitario. Inascoltato. Un dolore che alberga nel loro animo e nei loro giorni di cartapesta. Dove nessuno sa rivolgergli lo sguardo, dargli attenzione e aiutarli a comprendere che la vita è un affascinate film, ma per esserne protagonisti occorre interpretare la propria parte sapendo che non da soli si agisce, ma insieme agli altri, e che non siamo che un piccolo ingranaggio di un tutto che si muove in sincrono e si muove bene se ognuno sa far la propria parte, riconoscendo l’importanza di quella dell’altro. Rispettando di questi i suoi trascorsi, le idee, i principi, i credo. Facendo riferimento a qualcosa che tutti ci accomuna e guida: il riconoscere l’uomo al centro d’ogni cosa. L’uomo con i suoi bisogni e aspettative veri, con la voglia di evolversi e di crescere in civiltà. Per la ricerca costante del bene comune, a cui ogni pensiero e azione deve far riferimento.  Allora anche un Dio può contribuire a questo scopo. E se a un Dio non si crede, nel solco del bene comune, quel Dio, non può che trovare rispetto, deferenza e una umana comprensione.  

Romolo Paradiso

 

 

Avranno avuto tra i quindici e i sedici anni. Erano un gruppo di ragazzi e ragazze che aveva deciso di trascorrere un sabato al mare, in compagnia. Un sabato di febbraio. Un sabato romano con un sole schietto e luminoso e una temperatura primaverile che invogliava a stare all’aria aperta, in questo difficile e lungo momento di pandemia.  Si vedeva che avevano voglia di divertirsi, di condividere attimi di ludicità e di convivialità, forse perché troppo poco si erano frequentati e pochissimo erano stati a scuola subendo la fredda, noiosa e poco socievole lezione a distanza. I giovani devono poter esprime l’entusiasmo che gli deriva dall’età. Devono poter esternare quanto hanno in animo con i loro coetanei e con questi imparare a conoscere gli aspetti della vita, i suoi umori, i sentimenti belli e non, che in essa si dipanano. Devono potersi sentire accolti, riconosciuti, compresi, stimolati a vivere il loro momento, sbagliando anche, per imparare a migliorarsi, a essere autentici e protagonisti del loro tempo e di quello che verrà.  Di tutto questo hanno bisogno. Ma non c’è l’hanno. Non c’è nessuno che indichi loro una mappa sulla quale intraprendere il cammino e delle bussole alle quali far riferimento nell’affrontarlo, per non soccombere nei momenti bui e per trovare forza, entusiasmo, coraggio e lealtà costanti.  Non hanno la famiglia, oggi divenuta precaria e fragile nell’esperire il proprio compito, né hanno la scuola, dove gli insegnanti hanno smesso da tempo d’essere anche educatori, impauriti e delegittimati da una società che non ne sa riconoscere e difendere la missione.  Sono delle anime sbandate. Sono soli in balia dei tempi, degli stimoli che arrivano dai media, dai social, dai loro idoli di cartone, per i quali conta solo l’apparire, la fisicità, la forza senza coraggio, l’individualismo fine a se stesso, l’edonismo, l’egoismo e una vita priva di regole, in cui tutto è permesso, dove ognuno è padrone di sé e solo a sé sente di dover dar conto. E così che in quei giovani, che al mare stavano trascorrendo insieme una giornata di sole, nel parlare li ho sentiti imbattersi con frequenza in bestemmie contro Dio. Non sono un puritano, né un cattolico bigotto, ma sentir bestemmiare mi dà un fastidio morale prima e fisico poi. E’ il segno che questi ragazzi non sentono il rispetto per qualcosa che appartiene al mondo dello spirito e a una visione della vita che fa riferimento a dei valori ultraterreni, attraverso i quali l’umanità ha foggiato le comunità e le civiltà. La bestemmia usata come intercalare è il sintomo di un agnosticismo di maniera, ignorante, ma soprattutto di un superamento di Dio, per sentirsi loro stessi Dio, come la società di oggi vuole farci intendere: “Dio è morto!… L’uomo è Dio!” L’uomo padrone di ogni cosa. L’uomo che può fare e disfare tutto a suo piacimento, effetto di un malinteso senso di libertà. Non certo un sinonimo di forza, ma di fragilità. Di una grande, gelida fragilità. E’ un uomo meno ricco quello che non ha Dio. Ed è povero quello che, pur non credendo in Dio, non ha principi ai quali far riferimento. Ai quali affidare la propria vita. Dietro la bestemmia di quei ragazzi c’è un vuoto interiore. C’è solitudine, c’è una sconfinata precarietà. Ma più ancora quella bestemmia è un grido di dolore. Acuto. Potente. Solitario. Inascoltato. Un dolore che alberga nel loro animo e nei loro giorni di cartapesta. Dove nessuno sa rivolgergli lo sguardo, dargli attenzione e aiutarli a comprendere che la vita è un affascinate film, ma per esserne protagonisti occorre interpretare la propria parte sapendo che non da soli si agisce, ma insieme agli altri, e che non siamo che un piccolo ingranaggio di un tutto che si muove in sincrono e si muove bene se ognuno sa far la propria parte, riconoscendo l’importanza di quella dell’altro. Rispettando di questi i suoi trascorsi, le idee, i principi, i credo. Facendo riferimento a qualcosa che tutti ci accomuna e guida: il riconoscere l’uomo al centro d’ogni cosa. L’uomo con i suoi bisogni e aspettative veri, con la voglia di evolversi e di crescere in civiltà. Per la ricerca costante del bene comune, a cui ogni pensiero e azione deve far riferimento.  Allora anche un Dio può contribuire a questo scopo. E se a un Dio non si crede, nel solco del bene comune, quel Dio, non può che trovare rispetto, deferenza e una umana comprensione.  

Romolo Paradiso

 

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