“I leader sono finiti. Silvio è rimasto solo noi i nuovi popolari”

Una chiamata alle armi, per riunire insieme il grande centro popolare e liberale di ispirazione cristiana, per restituire una casa a quegli elettori che non si sentono rappresentati nell’attuale scenario politico, sempre più espressione di un bipolarismo che riduce la dialettica alla semplicistica lotta tra destra e sinistra. Non è un caso che le ultime elezioni siano state disertate dal 40 per cento degli italiani ed è soprattutto a questa larga fetta del Paese che si rivolge Popolo e Libertà, il nuovo partito che nascerà a Modena il 3 e il 4 dicembre, sotto un simbolo che, sia di nome che di fatto, richiama l’esperimento del Popolo delle Libertà, il progetto al quale aveva aderito anche Carlo Giovanardi, ex Dc e ministro forzista che oggi è tra i promotori di PeL.

Giovanardi, rilancia il grande centro con Popolo e Libertà?
“Sì, ma io non sono il leader: Mi muove la passione politica di essere l’allenatore e il giocatore, per giocare insieme a tanti altri. Ci sono 11 associazioni che si uniscono sotto il simbolo in una confederazione, la casa di tutte le anime popolari che aderiranno al progetto. In giro per l’Italia vi sono una marea di partiti, partitini, liste civiche che, prese singolarmente, non contano niente, ma la somma di tutte queste realtà dell’area popolare liberale e di ispirazione cristiana possono fare la differenza”

E lo scopo?
“Ricostruire questa realtà e riavvicinare la gente alla partecipazione politica. Il nostro obiettivo è alla prossima primavera con le Regionali. Si vota in Lombardia, nel Lazio, in Friuli e in Molise e anche in grandi città come Brescia. La nostra ambizione è essere presenti con un partito strutturato, che deve portare avanti due cose: le idee e la democrazia interna. Oggi, nell’area di centro, questa cosa non esiste. E queste 11 realtà si sono impegnate in un simbolo unico, Popolo e Libertà, che richiama l’esperienza del PdL”.

Vi ispirate al PdL? Il simbolo e il nome lo ricalcano in maniera evidente.
“Il PdL fu un’unificazione del centrodestra che, nel 2008, prese il 38 per cento. Morì perché chi aveva aderito era convinto che sarebbe stato un partito democratico, che si sarebbero fatti i congressi, eletti presidente, segretario, dirigenti. E invece Silvio Berlusconi sciolse il PdL proprio quando si stava per fare un congresso. Denis Verdini, uno che ancora conta nella politica, spiegò a Berlusconi che se avesse fatto il congresso e fosse stato eletto un segretario, questo, in base allo statuto del partito, avrebbe avuto dei poteri e limitato di gran lunga il potere del presidente Berlusconi. E Berlusconi non concepisce un qualcosa dopo di lui. Così Verdini lo convinse a uscire dal PdL e rifare Forza Italia, dove sarebbe stato il leader a vita, con due poteri fondamentali, dettare la linea politica e decidere le candidature. Proprio quello che noi non vogliamo”.

Cioè?
“Che ci sia un leader solo al comando. C’è un principio democratico che identifica la possibilità di stare insieme: qualunque partito deve nascere dal basso, chi decide sono gli iscritti. I segretari provinciali li eleggono gli iscritti ai partiti, il segretario nazionale lo indica il congresso nazionale. Democraticamente, non con decisioni dall’alto. Chiudiamo la parentesi nata nel ’94 sulla figura dei leader e ricostruiamo la politica dei partiti. Fanfani diceva che la Dc era il partito delle quaresime e delle resurrezioni. Forlani poteva andare via da presidente del Consiglio, ma la Dc continuava ad esistere”.
Quindi sta dicendo che la fine della politica è la fabbrica dei leader?
“Berlusconi, dal 38 per cento, oggi sta al 6-7. Un tracollo. Renzi arrivò al 40 alle Europee e ora ha il 2.. I 5S avevano fatto il 32 e oggi hanno dimezzato i voti. Salvini aveva il 30 alle Europee e ha l’8. Giorgia Meloni è brava, ma quando si misurerà con le difficoltà del governo, tra qualche mese il 30 per cento se lo sogna. Per una semplice ragione: perché dal 94 i partiti non ci sono più. A eccezione del Pd, che è l’unica forza politica con agganci nella società civile e una dialettica interna. Noi ripartiremo dal basso, dalle sezioni, con i tesseramenti e un comune sentire, con chi ci sta dell’area popolare liberale di ispirazione cristiana collegata al Ppe, per essere presenti con Popolo e Libertà alle prossime elezioni”.

E questo nuovo centro riparte simbolicamente dalla sua Modena, da sempre in mano alla sinistra e rimasta a Don Camillo e Peppone.
“Con un’anomalia, che qui ha sempre vinto solo Peppone”.

Una chiamata alle armi, per riunire insieme il grande centro popolare e liberale di ispirazione cristiana, per restituire una casa a quegli elettori che non si sentono rappresentati nell’attuale scenario politico, sempre più espressione di un bipolarismo che riduce la dialettica alla semplicistica lotta tra destra e sinistra. Non è un caso che le ultime elezioni siano state disertate dal 40 per cento degli italiani ed è soprattutto a questa larga fetta del Paese che si rivolge Popolo e Libertà, il nuovo partito che nascerà a Modena il 3 e il 4 dicembre, sotto un simbolo che, sia di nome che di fatto, richiama l’esperimento del Popolo delle Libertà, il progetto al quale aveva aderito anche Carlo Giovanardi, ex Dc e ministro forzista che oggi è tra i promotori di PeL.

Giovanardi, rilancia il grande centro con Popolo e Libertà?
“Sì, ma io non sono il leader: Mi muove la passione politica di essere l’allenatore e il giocatore, per giocare insieme a tanti altri. Ci sono 11 associazioni che si uniscono sotto il simbolo in una confederazione, la casa di tutte le anime popolari che aderiranno al progetto. In giro per l’Italia vi sono una marea di partiti, partitini, liste civiche che, prese singolarmente, non contano niente, ma la somma di tutte queste realtà dell’area popolare liberale e di ispirazione cristiana possono fare la differenza”

E lo scopo?
“Ricostruire questa realtà e riavvicinare la gente alla partecipazione politica. Il nostro obiettivo è alla prossima primavera con le Regionali. Si vota in Lombardia, nel Lazio, in Friuli e in Molise e anche in grandi città come Brescia. La nostra ambizione è essere presenti con un partito strutturato, che deve portare avanti due cose: le idee e la democrazia interna. Oggi, nell’area di centro, questa cosa non esiste. E queste 11 realtà si sono impegnate in un simbolo unico, Popolo e Libertà, che richiama l’esperienza del PdL”.

Vi ispirate al PdL? Il simbolo e il nome lo ricalcano in maniera evidente.
“Il PdL fu un’unificazione del centrodestra che, nel 2008, prese il 38 per cento. Morì perché chi aveva aderito era convinto che sarebbe stato un partito democratico, che si sarebbero fatti i congressi, eletti presidente, segretario, dirigenti. E invece Silvio Berlusconi sciolse il PdL proprio quando si stava per fare un congresso. Denis Verdini, uno che ancora conta nella politica, spiegò a Berlusconi che se avesse fatto il congresso e fosse stato eletto un segretario, questo, in base allo statuto del partito, avrebbe avuto dei poteri e limitato di gran lunga il potere del presidente Berlusconi. E Berlusconi non concepisce un qualcosa dopo di lui. Così Verdini lo convinse a uscire dal PdL e rifare Forza Italia, dove sarebbe stato il leader a vita, con due poteri fondamentali, dettare la linea politica e decidere le candidature. Proprio quello che noi non vogliamo”.

Cioè?
“Che ci sia un leader solo al comando. C’è un principio democratico che identifica la possibilità di stare insieme: qualunque partito deve nascere dal basso, chi decide sono gli iscritti. I segretari provinciali li eleggono gli iscritti ai partiti, il segretario nazionale lo indica il congresso nazionale. Democraticamente, non con decisioni dall’alto. Chiudiamo la parentesi nata nel ’94 sulla figura dei leader e ricostruiamo la politica dei partiti. Fanfani diceva che la Dc era il partito delle quaresime e delle resurrezioni. Forlani poteva andare via da presidente del Consiglio, ma la Dc continuava ad esistere”.
Quindi sta dicendo che la fine della politica è la fabbrica dei leader?
“Berlusconi, dal 38 per cento, oggi sta al 6-7. Un tracollo. Renzi arrivò al 40 alle Europee e ora ha il 2.. I 5S avevano fatto il 32 e oggi hanno dimezzato i voti. Salvini aveva il 30 alle Europee e ha l’8. Giorgia Meloni è brava, ma quando si misurerà con le difficoltà del governo, tra qualche mese il 30 per cento se lo sogna. Per una semplice ragione: perché dal 94 i partiti non ci sono più. A eccezione del Pd, che è l’unica forza politica con agganci nella società civile e una dialettica interna. Noi ripartiremo dal basso, dalle sezioni, con i tesseramenti e un comune sentire, con chi ci sta dell’area popolare liberale di ispirazione cristiana collegata al Ppe, per essere presenti con Popolo e Libertà alle prossime elezioni”.

E questo nuovo centro riparte simbolicamente dalla sua Modena, da sempre in mano alla sinistra e rimasta a Don Camillo e Peppone.
“Con un’anomalia, che qui ha sempre vinto solo Peppone”.

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