I MIGLIORI GIORNI DEL CINEMA 

Non saranno Monicelli e Scola, ovviamente, ma Edoardo Leo e Massimiliano Bruno con I migliori giorni danno finalmente respiro al genere che più caratterizza la nostra cinematografia: la commedia all’italiana. Quella agrodolce, dove si ride e si riflette, ci si indigna e ci si intristisce. Un film diretto a quattro mani che si sviluppa in quattro episodi: La Vigilia di Natale, il Capodanno, San Valentino, l’8 Marzo. Quattro feste “comandate”. Quattro appuntamenti della vita degli italiani, che al di là della tradizione e di come vengono visti nell’immaginario collettivo, qui sono soprattutto la sagra dell’ipocrisia. Sono quattro esami che gli italiani, proprio in virtù della tradizione della commedia all’italiana, non superano. Anzi. Famiglia, relazioni di coppia, classismo, condizione femminile. E quindi parenti coltelli, tradimenti, padroni ricchi e sfruttatori contro lavoratori povere vittime, maschilismo. Con questi ingredienti – satira feroce, attori-mattatori, storie attualissime – i “mostri” del XXI secolo (con i dovuti distinguo rispetto agli originali di Risi, Monicelli e Scola) coprono vizi e magagne, vezzi e vergogne degli italiani di oggi.
Il film è riuscito: ben scritto, ottimamente interpretato (anche dai giovani comprimari), diretto in modo funzionale ed efficace. Il primo film italiano del 2023 ci è piaciuto e ci fa ben sperare per il futuro. Perché una volta tanto non è un remake – che ultimamente imperversano – e incredibile ma vero: non vede la partecipazione di Favino (né di Giallini). Durata giusta, ritmo giusto, approfondimento psicologico dei personaggi adeguato, trame avvincenti.
Nel primo episodio (diretto da Leo, che firma anche il terzo) due fratelli (Edoardo Leo e Massimiliano Bruno) schierati su fronti contrapposti circa il Covid e il vaccino rischiano di rovinare la Vigilia di Natale alla sorella (Anna Foglietta), deputata che spera in una candidatura alla segretaria del partito, con tanto di segretario in carica super ospite della cena. Nel secondo episodio (diretto da Bruno, che firma anche il quarto) un imprenditore cinico e trucido (Max Tortora)a Capodanno va a cena con moglie e figlia (cocainomane) in una comunità per senzatetto a puro scopo di immagine. Ma un ex dipendente (Paolo Calabresi) armato di granata svelerà scottanti segreti sull’imprenditore. Forse l’unico episodio un po’ più debole. Nel terzo episodio un uomo sposato bugiardo seriale (Luca Argentero) con amante giovanissima cerca di passare San Valentino alternandosi fra le due donne, ma non ha fatto i conti con la moglie (Valentina Ludovini) e con la sua stretta collaboratrice (Greta Scarani). Nel quarto viene chiesto ad una conduttrice televisiva (Claudia Gerini), con figlia in ospedale dopo un tentato suicidio e marito all’estero, di scusarsi pubblicamente per un servizio misogino di cui viene ritenuta responsabile in quanto autrice del programma diretto da colui che l’ha lanciata (Stefano Fresi).
Le quattro storie mettono alla berlina gli italiani e lanciano anche le giuste riflessioni su alcuni archetipi della narrazione cinematografica, così come sulle dinamiche reali della nostra società. Nel primo, con la scusa del Covid e della contrapposizione no vax – pro vax, riemergono gli antichi asti, il rancore, il disprezzo tra fratelli e sorelle. Scazzi e scontri spesso legati alla situazione economica dei familiari (con tanto di battute sui prodotti poco costosi). Nel secondo, con la scusa della mossa mediatica per ripulirsi la reputazione, viene mostrato il feroce cinismo dei poveri, di chi esige di essere assistito, sfamato a gratis. Così come quanto a volte soltanto la differenza di ceto metta, almeno in apparenza, in contrapposizione persone tutte accomunate dall’animo volgare. Nel terzo, dove San Valentino è una festa vista più come un obbligo che come momento per celebrare l’amore (grande assente dell’episodio, paradossalmente), l’attrazione fisica, la botta di testa per evadere dalla routine, il desiderio di possesso danno vita a una serie di bugie e di inganni senza fine. Va bene tutto, pur di non restare da soli. Nel quarto, scritto meglio degli altri in termini di battute – perché tocca temi ideologizzati e sfrutta il linguaggio del giornalismo televisivo – viene fuori tutto il maschilismo ancora presente nel mondo del lavoro. Anche in chi dovrebbe essere al di sopra di ogni sospetto.
Niente a che vedere con i nostri grandi classici. Ma sopra la media del cinemetto italiano, peggio se simil d’autore. Leo e Bruno ormai sono autori consolidati, sebbene di qualità altalenante. Ma almeno scrivono cinema italiano. Quello che sappiamo (giustamente) fare meglio.
Non saranno Monicelli e Scola, ovviamente, ma Edoardo Leo e Massimiliano Bruno con I migliori giorni danno finalmente respiro al genere che più caratterizza la nostra cinematografia: la commedia all’italiana. Quella agrodolce, dove si ride e si riflette, ci si indigna e ci si intristisce. Un film diretto a quattro mani che si sviluppa in quattro episodi: La Vigilia di Natale, il Capodanno, San Valentino, l’8 Marzo. Quattro feste “comandate”. Quattro appuntamenti della vita degli italiani, che al di là della tradizione e di come vengono visti nell’immaginario collettivo, qui sono soprattutto la sagra dell’ipocrisia. Sono quattro esami che gli italiani, proprio in virtù della tradizione della commedia all’italiana, non superano. Anzi. Famiglia, relazioni di coppia, classismo, condizione femminile. E quindi parenti coltelli, tradimenti, padroni ricchi e sfruttatori contro lavoratori povere vittime, maschilismo. Con questi ingredienti – satira feroce, attori-mattatori, storie attualissime – i “mostri” del XXI secolo (con i dovuti distinguo rispetto agli originali di Risi, Monicelli e Scola) coprono vizi e magagne, vezzi e vergogne degli italiani di oggi.
Il film è riuscito: ben scritto, ottimamente interpretato (anche dai giovani comprimari), diretto in modo funzionale ed efficace. Il primo film italiano del 2023 ci è piaciuto e ci fa ben sperare per il futuro. Perché una volta tanto non è un remake – che ultimamente imperversano – e incredibile ma vero: non vede la partecipazione di Favino (né di Giallini). Durata giusta, ritmo giusto, approfondimento psicologico dei personaggi adeguato, trame avvincenti.
Nel primo episodio (diretto da Leo, che firma anche il terzo) due fratelli (Edoardo Leo e Massimiliano Bruno) schierati su fronti contrapposti circa il Covid e il vaccino rischiano di rovinare la Vigilia di Natale alla sorella (Anna Foglietta), deputata che spera in una candidatura alla segretaria del partito, con tanto di segretario in carica super ospite della cena. Nel secondo episodio (diretto da Bruno, che firma anche il quarto) un imprenditore cinico e trucido (Max Tortora)a Capodanno va a cena con moglie e figlia (cocainomane) in una comunità per senzatetto a puro scopo di immagine. Ma un ex dipendente (Paolo Calabresi) armato di granata svelerà scottanti segreti sull’imprenditore. Forse l’unico episodio un po’ più debole. Nel terzo episodio un uomo sposato bugiardo seriale (Luca Argentero) con amante giovanissima cerca di passare San Valentino alternandosi fra le due donne, ma non ha fatto i conti con la moglie (Valentina Ludovini) e con la sua stretta collaboratrice (Greta Scarani). Nel quarto viene chiesto ad una conduttrice televisiva (Claudia Gerini), con figlia in ospedale dopo un tentato suicidio e marito all’estero, di scusarsi pubblicamente per un servizio misogino di cui viene ritenuta responsabile in quanto autrice del programma diretto da colui che l’ha lanciata (Stefano Fresi).
Le quattro storie mettono alla berlina gli italiani e lanciano anche le giuste riflessioni su alcuni archetipi della narrazione cinematografica, così come sulle dinamiche reali della nostra società. Nel primo, con la scusa del Covid e della contrapposizione no vax – pro vax, riemergono gli antichi asti, il rancore, il disprezzo tra fratelli e sorelle. Scazzi e scontri spesso legati alla situazione economica dei familiari (con tanto di battute sui prodotti poco costosi). Nel secondo, con la scusa della mossa mediatica per ripulirsi la reputazione, viene mostrato il feroce cinismo dei poveri, di chi esige di essere assistito, sfamato a gratis. Così come quanto a volte soltanto la differenza di ceto metta, almeno in apparenza, in contrapposizione persone tutte accomunate dall’animo volgare. Nel terzo, dove San Valentino è una festa vista più come un obbligo che come momento per celebrare l’amore (grande assente dell’episodio, paradossalmente), l’attrazione fisica, la botta di testa per evadere dalla routine, il desiderio di possesso danno vita a una serie di bugie e di inganni senza fine. Va bene tutto, pur di non restare da soli. Nel quarto, scritto meglio degli altri in termini di battute – perché tocca temi ideologizzati e sfrutta il linguaggio del giornalismo televisivo – viene fuori tutto il maschilismo ancora presente nel mondo del lavoro. Anche in chi dovrebbe essere al di sopra di ogni sospetto.
Niente a che vedere con i nostri grandi classici. Ma sopra la media del cinemetto italiano, peggio se simil d’autore. Leo e Bruno ormai sono autori consolidati, sebbene di qualità altalenante. Ma almeno scrivono cinema italiano. Quello che sappiamo (giustamente) fare meglio.
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