I Neet tra crisi economica e pandemia. L’istantanea dei nostri giovani

Se provate a googlare “neet ragazzi 2020” ecco quali sono i primi risultati che vi si pareranno davanti:

  • Istat: 2 milioni di giovani Neet, l’Italia è prima in Europa;
  • emergenza Neet sono ancora troppi i giovani che non studiano e non lavorano;
  • giovani in Italia record europeo di disoccupati e Neet;
  • cresce l’esercito di giovani Neet a causa del Covid.

Sì, è sconfortante, e sì, si viene assaliti da uno tsunami di emozioni negative che vanno dall’angoscia alla delusione, fino al timore per il futuro del nostro Paese. Ma perché succede tutto questo? Quali sono gli ordini di grandezza di questo fenomeno? Quali gli effetti sulla società e quali le conseguenze umane ed economiche?

Questo articolo, si propone di avviare un’analisi attenta e rispettosa del microcosmo dei giovani che non studiano e non lavorano (Neet – Neither in Employment or in Education or Training), e a rispondere almeno a qualcuna di queste domande. Infatti, se nell’era pre-Covid si trattava di una questione della massima importanza, ora che ci troviamo (purtroppo ancora) nell’occhio del ciclone pandemico diventa essenziale farsene carico.

D’altronde, l’elemento-cardine posto dall’Europa al centro dello stesso Next Generation EU sono proprio i giovani.

Nella prefazione dell’interessante e recentissimo report di Alessandro Rosina, Professore Ordinario di Demografia e Statistica sociale all’Università Cattolica di Milano dal titolo Dati, esperienze, indicazioni – I Neet in Italia – Per efficaci politiche di attivazione leggiamo: «Essere giovani è una condizione che cambia a seconda del paese in cui si cresce, della famiglia d’origine, del sistema scolastico, dei ruoli che la società prevede per le giovani generazioni. Alcuni paesi europei, dopo aver visto crescere in maniera preoccupante la disoccupazione giovanile negli anni della crisi e in quelli direttamente successivi, hanno puntato su una politica attiva di inserimento dei giovani nel mondo del lavoro; altri, invece, che hanno faticato di più per uscire dalla crisi economica e dallo stallo che ne è seguito, non hanno elaborato strategie specifiche per i giovani, puntando piuttosto al contenimento del disagio sociale dovuto ai licenziamenti di massa. In molti di questi paesi, oggi, notiamo che l’inserimento nel mondo del lavoro dei giovani è ancora precario e che molti si sono ormai “arresi”». Uno di quei paesi è l’Italia.

L’allarme è stato lanciato anche dall’UNICEF a livello mondiale. Per l’Italia la recente ricerca sociale Il silenzio dei Neet. Giovani in bilico fra paura e desiderio, basata sui dati Istat relativi al 2018 e da inquadrarsi nel progetto Neet Equity ha riportato il problema in primo piano. L’indagine svolta (e conclusasi) il 13 gennaio scorso, ha permesso di sottolineare le complessità, le contraddizioni e le sfumature di un fenomeno sociale rilevante, troppo spesso ridotto ad una semplificazione mediatica e confuso con la dispersione scolastica o, peggio ancora, descritto come una “gabbia” nella quale rinchiudere i giovani nullafacenti. Il fenomeno sociale dei Neet, al contrario, nasce da mutamenti sociali, economici e culturali protratti nel tempo, con situazioni che possono essere anche molto diverse tra loro. Ed è di nuovo Rosina che, interpellato nel 2018, affermava: «Le nuove generazioni sono il modo attraverso cui la società sperimenta il nuovo del mondo che cambia. Se messe nelle condizioni adeguate, le nuove generazioni sono la componente della società maggiormente in grado di mettere in relazione le proprie potenzialità con le specificità del territorio e le opportunità delle trasformazioni in atto. Rischiano, invece, di veder scadere le proprie prerogative e di trovarsi maggiormente esposte a vecchi e nuovi rischi quando i cambiamenti vengono subiti anziché anticipati e governati. Le difficoltà dei giovani e l’aumento delle disuguaglianze generazionali vanno intese, quindi, come il segnale che la società non sta andando nella giusta direzione».

Ora, le ragioni per cui in Italia si contano così tanti Neet sono molteplici ma, come abbiamo visto, la più importante è ascrivibile alla mancanza di un ruolo delle giovani generazioni nei processi di sviluppo per carenza di politiche attive, bassa valorizzazione del capitale umano e basse opportunità offerte.

I dati evidenziano in modo chiaro che l’incidenza di Neet sulla popolazione giovanile è strettamente collegata, in proporzione inversa, al livello di sviluppo economico dei territori: il Mezzogiorno, infatti, registra costantemente dei tassi di Neet più elevati rispetto a quelli del Centro e del Nord, sebbene l’impietoso confronto con gli altri paesi europei metta in luce le scarse opportunità offerte ai giovani dal sistema produttivo nazionale in generale e la sostanziale incapacità di valorizzare il capitale umano, non ultimo a causa della scarsissima attitudine alla meritocrazia e delle barriere allo sviluppo di idee innovative che caratterizzano troppi àmbiti della nostra economia.

Ciò determina un allungamento dei tempi di ricerca del lavoro anche dei giovani più qualificati che spesso sono costretti a rivedere al ribasso le proprie aspettative e accontentarsi “di quello che trovano”, oppure a cercare miglior sorte all’estero. Del resto, è ormai noto come la permanenza nella condizione di Neet induca demotivazione e produca un deterioramento delle competenze soggettive, fattori che rendono ancor più difficile il collocamento.

Queste affermazioni diventano un vero e proprio macigno se le inseriamo all’interno del contesto pandemico. L’ultimo rapporto trimestrale della Commissione Europea evidenzia un aumento, dall’inizio della pandemia, dei giovani che non lavorano e non studiano (Neet) in tutta Europa, indicando in particolare che l’Italia ha superato tutti gli altri paesi con un tasso di Neet del 20,7% nel secondo trimestre del 2020, seguita da Bulgaria (15,2%) e Spagna (15,1%). Inutile dire che secondo la Commissione l’impatto della crisi sui giovani e i più svantaggiati «è molto grave e la disoccupazione potrebbe aumentare nei prossimi mesi».

Il problema, evidentemente, non riguarda soltanto l’Italia, ma coinvolge praticamente tutti i paesi della Ue (con percentuali difformi per quelli del Nord), tanto che nell’aprile del 2013 l’Unione europea ha varato un programma denominato Youth Guarantee (“Garanzia Giovani”) valido fino al 2020 e volto al contrasto della crisi dell’occupazione giovanile.

In tale contesto, sono stati stanziati, a favore di tutti i paesi Ue, e in via prioritaria quelli con un tasso di disoccupazione giovanile superiore al 25%, per il periodo 2014-2020, finanziamenti mirati per circa 6 miliardi di euro.

Al termine del programma la Corte dei conti europea, nella sua Relazione sullo stato di attuazione delle misure relative alla Youth Guarantee, ha segnalato l’esigenza di intervenire in alcuni àmbiti:

  • riorganizzazione dei servizi per l’impiego, utilizzando anche valutazioni di personal advisor per intercettare informazioni più specifiche dei Neet, allo scopo di definire piani di azione individualizzati e personalizzati;
  • campagne informative più incisive per richiamare i giovani maggiormente vulnerabili appartenenti alle classi di più alto svantaggio;
  • adozione di misure fiscali strutturali in grado di incentivare le politiche dell’occupazione;
  • implementazione di politiche di controllo più efficaci per valutare la qualità e la congruità degli stage, che in alcuni paesi – tra i quali spicca l’Italia – rappresentano la misura più gettonata.

La Corte, in buona sostanza, ha decretato il fallimento del progetto, individuandone le principali cause, riepilogate sotto forma di raccomandazioni per il futuro, nel cui àmbito non ha omesso di auspicare anche il rafforzamento dell’intesa Stato-Regioni-Enti territoriali per assicurare, attraverso la piena conoscenza del mercato territoriale, l’offerta di programmi per i giovani in linea con le aspettative della domanda: ad un lettore particolarmente cinico potrebbe suonare come un invito a non disperdere fondi in percorsi formativi o di specializzazione diretti verso sbocchi professionali non reali, non attagliati al tessuto economico e produttivo. L’Italia che tipo di risultati ha raggiunto nell’applicazione di questo strumento? 

Nonostante il rifinanziamento della seconda fase con oltre 1,2 miliardi fino a fine 2020 – dopo gli 1,5 miliardi dei primi tre anni – dei risultati di “Garanzia Giovani” si sa poco o nulla. L’Italia continua a essere maglia nera in Europa con oltre 2 milioni di Neet sotto i 30 anni, superando i 3 milioni se si arriva ai 34 anni. Un limbo in cui è rimasto incastrato quasi il 29% dei giovani italiani. Purtroppo, il fallimento è confermato anche dai dati INPS sulle assunzioni effettuate tramite “Garanzia Giovani”: nel 2018 e 2019 sono state poco più di 10mila su una platea di quasi 1,5 milioni di giovani iscritti al programma (dati aggiornati a giugno 2019). Più nel dettaglio, su una platea di iscritti al programma che nel corso del 2018 ha raggiunto 1,4 milioni, nello stesso anno (sempre secondo i dati INPS) sono stati assunti 5.654 ragazzi (Cfr. Lidia Baratta, Emergenza Neet – Il progetto “Garanzia Giovani” è stato un fallimento totale, pubblicato sul sito de l’Inkiesta.it).

Anpal (Agenzia Nazionale Politiche Attive del Lavoro), fornisce una rappresentazione significativamente diversa da quella registrata dall’INPS, sostenendo che all’uscita dal progetto 288mila ragazzi avevano trovato lavoro. Dato che, sebbene non sia comunque incoraggiante, potrebbe – alla luce dei dati INPS – inglobare anche chi è riuscito a farsi assumere tramite altri canali.

In ogni caso, il fallimento sistemico e concettuale del progetto appare piuttosto evidente, anche alla luce dei dati sulle adesioni (piuttosto significative), sulle difficoltà riscontrate nel perfezionare la presa in carico degli iscritti in modo tempestivo e sulle ulteriori difficoltà di avvio verso una delle politiche attive previste dal progetto che ha interessato, mediamente, circa la metà dei registrati, e comunque in modo non tempestivo né efficace. Ma non è questo il momento per piangere sul latte versato. L’elemento su cui bisogna adesso concentrare tutta l’attenzione è l’assoluta urgenza di una revisione complessiva a carattere strutturale e sistemico. Ora si deve prendere atto che la Commissione Europea è intenzionata a rifinanziare il progetto per fronteggiare la crisi Covid-19 e anche l’Ocse raccomanda di usarlo contro la crescente disoccupazione giovanile.

Quali sono i momenti critici su cui polarizzare le energie? Banalmente: l’ingresso nel programma, la permanenza e l’uscita, sembrano essere i tre stadi del fallimento su cui concentrarsi.

L’ingresso, caratterizzato da oltre 1,4 milioni di ragazzi censiti fino a metà del 2019. Un successo di partecipazione, o una delle cause del fallimento?

Dovremmo chiederci se non sarebbe il caso di focalizzare le risorse su una platea più ristretta di soggetti ai quali garantire un supporto più ampio, più “avvolgente”, effettiva capacità di movimento – anche attraverso politiche di supporto alloggiativo che travalichino i confini regionali – e di personalizzazione del percorso di crescita. In questo un approccio meno regionalizzato e più ispirato al sistema paese potrebbe dare i suoi frutti.

Entrare nel programma, e cercare di disegnare un percorso per poi accorgersi che non sarà possibile seguire proprio quello a cui si aspirava, ma comunque “fare qualcosa” che potrebbe rivelarsi utile per aprire una strada, oppure – come ha fatto oltre il 15% circa degli iscritti – scegliere di uscire dal programma? Questo non può continuare a essere l’approccio.                                                Probabilmente, una maggiore chiarezza e trasparenza sui percorsi interni al progetto potrebbe contribuire ad “attrarre” solo quei ragazzi le cui aspirazioni (o attitudini) trovano effettivamente riscontro, e magari un più efficace partenariato pubblico-privato potrebbe favorire la nascita di percorsi già “finalizzati” all’inserimento nel mondo del lavoro.

In ultimo, l’uscita dal programma, al netto dei casi di “rinuncia”, in cosa potrà concretizzarsi? Un po’ come chiedersi quale sia l’obietto del progetto. La fuoriuscita dalla condizione di Neet può certamente coincidere con l’inizio di un’attività lavorativa, ma non dimentichiamoci che potrebbe anche identificarsi con l’inizio di un percorso di studi. Immagino il caso di un ragazzo che per seguire un corso universitario riceva vitto, alloggio e una borsa di studio, a fronte, magari, di lavori socialmente utili.

Chiudiamo questa prima tappa nel mondo dei Neet con una considerazione: i ragazzi che ne fanno parte hanno connotazioni, caratteristiche ed esigenze molto diverse fra loro, che difficilmente potranno essere sintetizzate efficacemente in soluzioni generaliste. In matematica, per risolvere problemi complessi, generalmente si tende a scomporli, per affrontare singolarmente questioni più semplici; in questo àmbito, partire dalla profilazione delle diverse tipologie di Neet (per provenienza sociale, culturale, livello di istruzione, aspettative, attitudini, ecc.) potrebbe aiutare a trovare soluzioni personalizzate e adatte a degli specifici sottogruppi, che potrebbero non essere altrettanto utili a livello generale.

 Simone Cannaroli

Se provate a googlare “neet ragazzi 2020” ecco quali sono i primi risultati che vi si pareranno davanti:

  • Istat: 2 milioni di giovani Neet, l’Italia è prima in Europa;
  • emergenza Neet sono ancora troppi i giovani che non studiano e non lavorano;
  • giovani in Italia record europeo di disoccupati e Neet;
  • cresce l’esercito di giovani Neet a causa del Covid.

Sì, è sconfortante, e sì, si viene assaliti da uno tsunami di emozioni negative che vanno dall’angoscia alla delusione, fino al timore per il futuro del nostro Paese. Ma perché succede tutto questo? Quali sono gli ordini di grandezza di questo fenomeno? Quali gli effetti sulla società e quali le conseguenze umane ed economiche?

Questo articolo, si propone di avviare un’analisi attenta e rispettosa del microcosmo dei giovani che non studiano e non lavorano (Neet – Neither in Employment or in Education or Training), e a rispondere almeno a qualcuna di queste domande. Infatti, se nell’era pre-Covid si trattava di una questione della massima importanza, ora che ci troviamo (purtroppo ancora) nell’occhio del ciclone pandemico diventa essenziale farsene carico.

D’altronde, l’elemento-cardine posto dall’Europa al centro dello stesso Next Generation EU sono proprio i giovani.

Nella prefazione dell’interessante e recentissimo report di Alessandro Rosina, Professore Ordinario di Demografia e Statistica sociale all’Università Cattolica di Milano dal titolo Dati, esperienze, indicazioni – I Neet in Italia – Per efficaci politiche di attivazione leggiamo: «Essere giovani è una condizione che cambia a seconda del paese in cui si cresce, della famiglia d’origine, del sistema scolastico, dei ruoli che la società prevede per le giovani generazioni. Alcuni paesi europei, dopo aver visto crescere in maniera preoccupante la disoccupazione giovanile negli anni della crisi e in quelli direttamente successivi, hanno puntato su una politica attiva di inserimento dei giovani nel mondo del lavoro; altri, invece, che hanno faticato di più per uscire dalla crisi economica e dallo stallo che ne è seguito, non hanno elaborato strategie specifiche per i giovani, puntando piuttosto al contenimento del disagio sociale dovuto ai licenziamenti di massa. In molti di questi paesi, oggi, notiamo che l’inserimento nel mondo del lavoro dei giovani è ancora precario e che molti si sono ormai “arresi”». Uno di quei paesi è l’Italia.

L’allarme è stato lanciato anche dall’UNICEF a livello mondiale. Per l’Italia la recente ricerca sociale Il silenzio dei Neet. Giovani in bilico fra paura e desiderio, basata sui dati Istat relativi al 2018 e da inquadrarsi nel progetto Neet Equity ha riportato il problema in primo piano. L’indagine svolta (e conclusasi) il 13 gennaio scorso, ha permesso di sottolineare le complessità, le contraddizioni e le sfumature di un fenomeno sociale rilevante, troppo spesso ridotto ad una semplificazione mediatica e confuso con la dispersione scolastica o, peggio ancora, descritto come una “gabbia” nella quale rinchiudere i giovani nullafacenti. Il fenomeno sociale dei Neet, al contrario, nasce da mutamenti sociali, economici e culturali protratti nel tempo, con situazioni che possono essere anche molto diverse tra loro. Ed è di nuovo Rosina che, interpellato nel 2018, affermava: «Le nuove generazioni sono il modo attraverso cui la società sperimenta il nuovo del mondo che cambia. Se messe nelle condizioni adeguate, le nuove generazioni sono la componente della società maggiormente in grado di mettere in relazione le proprie potenzialità con le specificità del territorio e le opportunità delle trasformazioni in atto. Rischiano, invece, di veder scadere le proprie prerogative e di trovarsi maggiormente esposte a vecchi e nuovi rischi quando i cambiamenti vengono subiti anziché anticipati e governati. Le difficoltà dei giovani e l’aumento delle disuguaglianze generazionali vanno intese, quindi, come il segnale che la società non sta andando nella giusta direzione».

Ora, le ragioni per cui in Italia si contano così tanti Neet sono molteplici ma, come abbiamo visto, la più importante è ascrivibile alla mancanza di un ruolo delle giovani generazioni nei processi di sviluppo per carenza di politiche attive, bassa valorizzazione del capitale umano e basse opportunità offerte.

I dati evidenziano in modo chiaro che l’incidenza di Neet sulla popolazione giovanile è strettamente collegata, in proporzione inversa, al livello di sviluppo economico dei territori: il Mezzogiorno, infatti, registra costantemente dei tassi di Neet più elevati rispetto a quelli del Centro e del Nord, sebbene l’impietoso confronto con gli altri paesi europei metta in luce le scarse opportunità offerte ai giovani dal sistema produttivo nazionale in generale e la sostanziale incapacità di valorizzare il capitale umano, non ultimo a causa della scarsissima attitudine alla meritocrazia e delle barriere allo sviluppo di idee innovative che caratterizzano troppi àmbiti della nostra economia.

Ciò determina un allungamento dei tempi di ricerca del lavoro anche dei giovani più qualificati che spesso sono costretti a rivedere al ribasso le proprie aspettative e accontentarsi “di quello che trovano”, oppure a cercare miglior sorte all’estero. Del resto, è ormai noto come la permanenza nella condizione di Neet induca demotivazione e produca un deterioramento delle competenze soggettive, fattori che rendono ancor più difficile il collocamento.

Queste affermazioni diventano un vero e proprio macigno se le inseriamo all’interno del contesto pandemico. L’ultimo rapporto trimestrale della Commissione Europea evidenzia un aumento, dall’inizio della pandemia, dei giovani che non lavorano e non studiano (Neet) in tutta Europa, indicando in particolare che l’Italia ha superato tutti gli altri paesi con un tasso di Neet del 20,7% nel secondo trimestre del 2020, seguita da Bulgaria (15,2%) e Spagna (15,1%). Inutile dire che secondo la Commissione l’impatto della crisi sui giovani e i più svantaggiati «è molto grave e la disoccupazione potrebbe aumentare nei prossimi mesi».

Il problema, evidentemente, non riguarda soltanto l’Italia, ma coinvolge praticamente tutti i paesi della Ue (con percentuali difformi per quelli del Nord), tanto che nell’aprile del 2013 l’Unione europea ha varato un programma denominato Youth Guarantee (“Garanzia Giovani”) valido fino al 2020 e volto al contrasto della crisi dell’occupazione giovanile.

In tale contesto, sono stati stanziati, a favore di tutti i paesi Ue, e in via prioritaria quelli con un tasso di disoccupazione giovanile superiore al 25%, per il periodo 2014-2020, finanziamenti mirati per circa 6 miliardi di euro.

Al termine del programma la Corte dei conti europea, nella sua Relazione sullo stato di attuazione delle misure relative alla Youth Guarantee, ha segnalato l’esigenza di intervenire in alcuni àmbiti:

  • riorganizzazione dei servizi per l’impiego, utilizzando anche valutazioni di personal advisor per intercettare informazioni più specifiche dei Neet, allo scopo di definire piani di azione individualizzati e personalizzati;
  • campagne informative più incisive per richiamare i giovani maggiormente vulnerabili appartenenti alle classi di più alto svantaggio;
  • adozione di misure fiscali strutturali in grado di incentivare le politiche dell’occupazione;
  • implementazione di politiche di controllo più efficaci per valutare la qualità e la congruità degli stage, che in alcuni paesi – tra i quali spicca l’Italia – rappresentano la misura più gettonata.

La Corte, in buona sostanza, ha decretato il fallimento del progetto, individuandone le principali cause, riepilogate sotto forma di raccomandazioni per il futuro, nel cui àmbito non ha omesso di auspicare anche il rafforzamento dell’intesa Stato-Regioni-Enti territoriali per assicurare, attraverso la piena conoscenza del mercato territoriale, l’offerta di programmi per i giovani in linea con le aspettative della domanda: ad un lettore particolarmente cinico potrebbe suonare come un invito a non disperdere fondi in percorsi formativi o di specializzazione diretti verso sbocchi professionali non reali, non attagliati al tessuto economico e produttivo. L’Italia che tipo di risultati ha raggiunto nell’applicazione di questo strumento? 

Nonostante il rifinanziamento della seconda fase con oltre 1,2 miliardi fino a fine 2020 – dopo gli 1,5 miliardi dei primi tre anni – dei risultati di “Garanzia Giovani” si sa poco o nulla. L’Italia continua a essere maglia nera in Europa con oltre 2 milioni di Neet sotto i 30 anni, superando i 3 milioni se si arriva ai 34 anni. Un limbo in cui è rimasto incastrato quasi il 29% dei giovani italiani. Purtroppo, il fallimento è confermato anche dai dati INPS sulle assunzioni effettuate tramite “Garanzia Giovani”: nel 2018 e 2019 sono state poco più di 10mila su una platea di quasi 1,5 milioni di giovani iscritti al programma (dati aggiornati a giugno 2019). Più nel dettaglio, su una platea di iscritti al programma che nel corso del 2018 ha raggiunto 1,4 milioni, nello stesso anno (sempre secondo i dati INPS) sono stati assunti 5.654 ragazzi (Cfr. Lidia Baratta, Emergenza Neet – Il progetto “Garanzia Giovani” è stato un fallimento totale, pubblicato sul sito de l’Inkiesta.it).

Anpal (Agenzia Nazionale Politiche Attive del Lavoro), fornisce una rappresentazione significativamente diversa da quella registrata dall’INPS, sostenendo che all’uscita dal progetto 288mila ragazzi avevano trovato lavoro. Dato che, sebbene non sia comunque incoraggiante, potrebbe – alla luce dei dati INPS – inglobare anche chi è riuscito a farsi assumere tramite altri canali.

In ogni caso, il fallimento sistemico e concettuale del progetto appare piuttosto evidente, anche alla luce dei dati sulle adesioni (piuttosto significative), sulle difficoltà riscontrate nel perfezionare la presa in carico degli iscritti in modo tempestivo e sulle ulteriori difficoltà di avvio verso una delle politiche attive previste dal progetto che ha interessato, mediamente, circa la metà dei registrati, e comunque in modo non tempestivo né efficace. Ma non è questo il momento per piangere sul latte versato. L’elemento su cui bisogna adesso concentrare tutta l’attenzione è l’assoluta urgenza di una revisione complessiva a carattere strutturale e sistemico. Ora si deve prendere atto che la Commissione Europea è intenzionata a rifinanziare il progetto per fronteggiare la crisi Covid-19 e anche l’Ocse raccomanda di usarlo contro la crescente disoccupazione giovanile.

Quali sono i momenti critici su cui polarizzare le energie? Banalmente: l’ingresso nel programma, la permanenza e l’uscita, sembrano essere i tre stadi del fallimento su cui concentrarsi.

L’ingresso, caratterizzato da oltre 1,4 milioni di ragazzi censiti fino a metà del 2019. Un successo di partecipazione, o una delle cause del fallimento?

Dovremmo chiederci se non sarebbe il caso di focalizzare le risorse su una platea più ristretta di soggetti ai quali garantire un supporto più ampio, più “avvolgente”, effettiva capacità di movimento – anche attraverso politiche di supporto alloggiativo che travalichino i confini regionali – e di personalizzazione del percorso di crescita. In questo un approccio meno regionalizzato e più ispirato al sistema paese potrebbe dare i suoi frutti.

Entrare nel programma, e cercare di disegnare un percorso per poi accorgersi che non sarà possibile seguire proprio quello a cui si aspirava, ma comunque “fare qualcosa” che potrebbe rivelarsi utile per aprire una strada, oppure – come ha fatto oltre il 15% circa degli iscritti – scegliere di uscire dal programma? Questo non può continuare a essere l’approccio.                                                Probabilmente, una maggiore chiarezza e trasparenza sui percorsi interni al progetto potrebbe contribuire ad “attrarre” solo quei ragazzi le cui aspirazioni (o attitudini) trovano effettivamente riscontro, e magari un più efficace partenariato pubblico-privato potrebbe favorire la nascita di percorsi già “finalizzati” all’inserimento nel mondo del lavoro.

In ultimo, l’uscita dal programma, al netto dei casi di “rinuncia”, in cosa potrà concretizzarsi? Un po’ come chiedersi quale sia l’obietto del progetto. La fuoriuscita dalla condizione di Neet può certamente coincidere con l’inizio di un’attività lavorativa, ma non dimentichiamoci che potrebbe anche identificarsi con l’inizio di un percorso di studi. Immagino il caso di un ragazzo che per seguire un corso universitario riceva vitto, alloggio e una borsa di studio, a fronte, magari, di lavori socialmente utili.

Chiudiamo questa prima tappa nel mondo dei Neet con una considerazione: i ragazzi che ne fanno parte hanno connotazioni, caratteristiche ed esigenze molto diverse fra loro, che difficilmente potranno essere sintetizzate efficacemente in soluzioni generaliste. In matematica, per risolvere problemi complessi, generalmente si tende a scomporli, per affrontare singolarmente questioni più semplici; in questo àmbito, partire dalla profilazione delle diverse tipologie di Neet (per provenienza sociale, culturale, livello di istruzione, aspettative, attitudini, ecc.) potrebbe aiutare a trovare soluzioni personalizzate e adatte a degli specifici sottogruppi, che potrebbero non essere altrettanto utili a livello generale.

 Simone Cannaroli

Pubblicitàspot_img
Pubblicitàspot_img

Ultimi articoli