I Paesi del Golfo non verranno lambiti dalla crisi alimentare

Secondo il Global Food Security Index, il Qatar è il 24° Paese al mondo per sicurezza alimentare, seguono il Kuwait, gli Emirati Arabi, Oman e Bahrain. L’Arabia Saudita, l’ultima tra i Paesi del Golfo, vanta comunque un accettabile 44° posto. Grazie alla loro ricchezza, questi Paesi hanno da anni implementato delle strategie per la sicurezza alimentare, come gli impianti di desalinizzazione ad alta efficienza energetica, per l’acqua, l’agricoltura idroponica e la pratica controversa di acquistare terreni agricoli nei Paesi in via di sviluppo per garantirsi il proprio fabbisogno alimentare.
L’Arabia Saudita è stata tra i principali Stati del Golfo che hanno investito nell’agricoltura d’oltremare in Paesi come il Sudan, il Kenya e l’Etiopia, dopo aver ridotto la produzione di grano di circa il 12,5% all’anno nel 2008 per salvare le scarse risorse idriche del regno. La pratica è fortemente criticata dalle Ong che lamentano la sottrazione di terreni finalizzati all’economia di sostentamento di popolazioni indigene e fragili, il cosiddetto “land grabbing”. Comunque sia, questa strategia – perseguita anche con la Cina, che ha sempre più interessi in Africa, ed è consapevole dell’importanza geopolitica del cibo, non a caso Pechino vanta la presidenza della FAO -, dà i suoi frutti. Gli Emirati Arabi Uniti, ad esempio, hanno dedicato un intero ministero alla sicurezza alimentare, lanciando una strategia nazionale nel 2018 che mira a posizionare il Paese nella top 10 dell’Indice di sicurezza alimentare globale entro il 2051. Piantare supercibi resistenti al sale nel deserto, costruire fattorie verticali indoor e serre intelligenti nel deserto di Dubai sono solo alcuni degli sforzi che gli Emirati hanno compiuto. Anche grazie alla cooperazione con Israele: lo scorso 18 marzo, i due governi hanno firmato un Memorandum d’intesa sulla sicurezza alimentare. Un altro portato positivo degli Accordi di Abramo, sottoscritti da Trump, che hanno normalizzato il rapporto fra alcuni Paesi arabi e Israele. Il Qatar ha invece potuto affinare la sua politica di sicurezza alimentare nel 2017, quando è stato oggetto di un embargo da parte degli altri Stati del Golfo, a causa dei legami tradizionali di Doha con l’Iran, con il quale condivide il ricchissimo giacimento gas del South Pars, e della sua appartenenza alla sfera dell’Islam politico della Fratellanza Musulmana, a cui le monarchie filo saudite si contrappongono. Oggi il Qatar ha fortemente diversificato i suoi import alimentari, non legati più esclusivamente al Golfo o agli Stati del Lavante, ma provenienti anche da Stati Uniti, Australia e Nuova Zelanda.

Secondo il Global Food Security Index, il Qatar è il 24° Paese al mondo per sicurezza alimentare, seguono il Kuwait, gli Emirati Arabi, Oman e Bahrain. L’Arabia Saudita, l’ultima tra i Paesi del Golfo, vanta comunque un accettabile 44° posto. Grazie alla loro ricchezza, questi Paesi hanno da anni implementato delle strategie per la sicurezza alimentare, come gli impianti di desalinizzazione ad alta efficienza energetica, per l’acqua, l’agricoltura idroponica e la pratica controversa di acquistare terreni agricoli nei Paesi in via di sviluppo per garantirsi il proprio fabbisogno alimentare.
L’Arabia Saudita è stata tra i principali Stati del Golfo che hanno investito nell’agricoltura d’oltremare in Paesi come il Sudan, il Kenya e l’Etiopia, dopo aver ridotto la produzione di grano di circa il 12,5% all’anno nel 2008 per salvare le scarse risorse idriche del regno. La pratica è fortemente criticata dalle Ong che lamentano la sottrazione di terreni finalizzati all’economia di sostentamento di popolazioni indigene e fragili, il cosiddetto “land grabbing”. Comunque sia, questa strategia – perseguita anche con la Cina, che ha sempre più interessi in Africa, ed è consapevole dell’importanza geopolitica del cibo, non a caso Pechino vanta la presidenza della FAO -, dà i suoi frutti. Gli Emirati Arabi Uniti, ad esempio, hanno dedicato un intero ministero alla sicurezza alimentare, lanciando una strategia nazionale nel 2018 che mira a posizionare il Paese nella top 10 dell’Indice di sicurezza alimentare globale entro il 2051. Piantare supercibi resistenti al sale nel deserto, costruire fattorie verticali indoor e serre intelligenti nel deserto di Dubai sono solo alcuni degli sforzi che gli Emirati hanno compiuto. Anche grazie alla cooperazione con Israele: lo scorso 18 marzo, i due governi hanno firmato un Memorandum d’intesa sulla sicurezza alimentare. Un altro portato positivo degli Accordi di Abramo, sottoscritti da Trump, che hanno normalizzato il rapporto fra alcuni Paesi arabi e Israele. Il Qatar ha invece potuto affinare la sua politica di sicurezza alimentare nel 2017, quando è stato oggetto di un embargo da parte degli altri Stati del Golfo, a causa dei legami tradizionali di Doha con l’Iran, con il quale condivide il ricchissimo giacimento gas del South Pars, e della sua appartenenza alla sfera dell’Islam politico della Fratellanza Musulmana, a cui le monarchie filo saudite si contrappongono. Oggi il Qatar ha fortemente diversificato i suoi import alimentari, non legati più esclusivamente al Golfo o agli Stati del Lavante, ma provenienti anche da Stati Uniti, Australia e Nuova Zelanda.

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