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I patrioti dei diritti: oggi il Roma Pride (oltre le polemiche)

Dopo giorni di citriche e di polemiche rincorse, oggi è il giorno del Roma Pride. Una manifestazione che è stata anche al centro della polemica politica, dopo l’annuncio della Regione Lazio e del governatore Rocca della revoca del patrocinio. Una querelle che ha visto richieste di scuse, paletti piantanti e rivendicazioni, ma che si è conclusa con un non troppo di fatto. Perché con o senza patrocinio e nonostante la vasta serie di smorfie, la parata di bandiere e di carri arcobaleno ci sarà. “Ci vediamo al Pride di Roma” ha detto in un videomessaggio Emma Bonino e “Per la prima volta – sottolinea – l’Europa ha fatto un carro per questa manifestazione: la migliore risposta a chi dice che i diritti devono chiedere scusa o permessi”. Senza patrocinio difatti sarà, perché la Regione Lazio, ha fatto sapere, non condivide il messaggio portato avanti dall’organizzazione del Pride sul tema del discusso utero in affitto, “una firma – quella della Regione – che non potrà mai essere utilizzata a sostegno di manifestazioni volte a promuovere comportamenti illegali”. Per il governatore Rocca sarebbero bastate le scuse degli organizzatori per poter ripescare la carta patrocinio, che però non sono mai arrivate. E se la Regione non riconosce la manifestazione, lo fa il comune di Roma, per voce del sindaco Roberto Gualtieri: “Il Roma Pride è una manifestazione importante per la comunità Lgbt+ e per tutti i cittadini che combattono le discriminazioni e sostengono i diritti. Per questo Roma Capitale ha assicurato il proprio patrocinio e per questo sabato sarò in piazza per il Pride” ha scritto su Twitter. E non ha fatto solo questo, a smuovere la polemica più a fondo ci ha pensato bene il primo cittadino romano. Perché per la prima volta nella storia di Roma Capitale due bambini, rispettivamente figli di due coppie omogenitoriali, che sono nati all’estero, sono stati riconosciuti come cittadini italiani e come romani. Mossa non gradita dal consigliere comunale di Fratelli d’Italia Federico Rocca: “il sindaco della Capitale Roberto Gualtieri è il primo che deve attenersi al rispetto delle leggi e non può stravolgerle per i propri convincimenti politici”, attacca “può avere tutte le convinzioni che vuole, ma in quanto sindaco e quindi pubblico ufficiale ha il dovere di rispettare e far rispettare le leggi dello Stato. La decisione di oggi ha il sapore di un atto eversivo” ha concluso. Eppure, per il sindaco Gualtieri è la trascrizione “un atto normale, giusto, doveroso, pianamente legittimo perché ci sono sentenze chiarissime in merito” nonostante l’Italia abbia bocciato – insieme a Polonia e Ungheria – il regolamento Ue che prevedeva il riconoscimento dei figli delle coppie gay.
Se una polemica tira l’altra, è doveroso tornare al messaggio di appello di Emma Bonino. “Non abbiamo bisogno di riconoscimenti. Ce ne faremo una ragione. Ma stiamo andando indietro sui diritti civili. E i diritti civili non si possono fermare”. Ci ha provato, il governatore Rocca, con un piccolo paletto anti-pride, forse anche spinto – internamente – dalla battaglia governativa contro l’utero in affitto, pratica che sta per diventare reato universale. Ma “i diritti non si possono fermare” e forse, questo governo non lo ha inteso e ciò potrebbe rappresentare il primo passo falso dell’esecutivo Meloni. Sapevamo, dal giorno dopo le elezioni, che le rivendicazioni identitarie su determinati temi – come abbiamo visto con la questione della gestazione per altri – sarebbero arrivate. Ed è considerato legittimo portare alla discussione e al varo di regolamenti e leggi, temi tradizionalmente cari a una certa visione del mondo e della politica. Se è vero che la ricerca della propria identità – qualunque essa sia – è un bisogno condiviso, è altrettanto vero che ciò non può del tutto concernere la tematica dei diritti civili. Sul terreno dei diritti non vi è la possibilità di una chiusura, perché il risultato di una limitazione non è mai positivo, e non è mai un traguardo. Anzi, spesso potrebbe ritorcersi contro. E allora, se possiamo fare un passo indietro i temi identitari, non possiamo farlo sui diritti, perché potrebbe rivelarsi falso.

Dopo giorni di citriche e di polemiche rincorse, oggi è il giorno del Roma Pride. Una manifestazione che è stata anche al centro della polemica politica, dopo l’annuncio della Regione Lazio e del governatore Rocca della revoca del patrocinio. Una querelle che ha visto richieste di scuse, paletti piantanti e rivendicazioni, ma che si è conclusa con un non troppo di fatto. Perché con o senza patrocinio e nonostante la vasta serie di smorfie, la parata di bandiere e di carri arcobaleno ci sarà. “Ci vediamo al Pride di Roma” ha detto in un videomessaggio Emma Bonino e “Per la prima volta – sottolinea – l’Europa ha fatto un carro per questa manifestazione: la migliore risposta a chi dice che i diritti devono chiedere scusa o permessi”. Senza patrocinio difatti sarà, perché la Regione Lazio, ha fatto sapere, non condivide il messaggio portato avanti dall’organizzazione del Pride sul tema del discusso utero in affitto, “una firma – quella della Regione – che non potrà mai essere utilizzata a sostegno di manifestazioni volte a promuovere comportamenti illegali”. Per il governatore Rocca sarebbero bastate le scuse degli organizzatori per poter ripescare la carta patrocinio, che però non sono mai arrivate. E se la Regione non riconosce la manifestazione, lo fa il comune di Roma, per voce del sindaco Roberto Gualtieri: “Il Roma Pride è una manifestazione importante per la comunità Lgbt+ e per tutti i cittadini che combattono le discriminazioni e sostengono i diritti. Per questo Roma Capitale ha assicurato il proprio patrocinio e per questo sabato sarò in piazza per il Pride” ha scritto su Twitter. E non ha fatto solo questo, a smuovere la polemica più a fondo ci ha pensato bene il primo cittadino romano. Perché per la prima volta nella storia di Roma Capitale due bambini, rispettivamente figli di due coppie omogenitoriali, che sono nati all’estero, sono stati riconosciuti come cittadini italiani e come romani. Mossa non gradita dal consigliere comunale di Fratelli d’Italia Federico Rocca: “il sindaco della Capitale Roberto Gualtieri è il primo che deve attenersi al rispetto delle leggi e non può stravolgerle per i propri convincimenti politici”, attacca “può avere tutte le convinzioni che vuole, ma in quanto sindaco e quindi pubblico ufficiale ha il dovere di rispettare e far rispettare le leggi dello Stato. La decisione di oggi ha il sapore di un atto eversivo” ha concluso. Eppure, per il sindaco Gualtieri è la trascrizione “un atto normale, giusto, doveroso, pianamente legittimo perché ci sono sentenze chiarissime in merito” nonostante l’Italia abbia bocciato – insieme a Polonia e Ungheria – il regolamento Ue che prevedeva il riconoscimento dei figli delle coppie gay.
Se una polemica tira l’altra, è doveroso tornare al messaggio di appello di Emma Bonino. “Non abbiamo bisogno di riconoscimenti. Ce ne faremo una ragione. Ma stiamo andando indietro sui diritti civili. E i diritti civili non si possono fermare”. Ci ha provato, il governatore Rocca, con un piccolo paletto anti-pride, forse anche spinto – internamente – dalla battaglia governativa contro l’utero in affitto, pratica che sta per diventare reato universale. Ma “i diritti non si possono fermare” e forse, questo governo non lo ha inteso e ciò potrebbe rappresentare il primo passo falso dell’esecutivo Meloni. Sapevamo, dal giorno dopo le elezioni, che le rivendicazioni identitarie su determinati temi – come abbiamo visto con la questione della gestazione per altri – sarebbero arrivate. Ed è considerato legittimo portare alla discussione e al varo di regolamenti e leggi, temi tradizionalmente cari a una certa visione del mondo e della politica. Se è vero che la ricerca della propria identità – qualunque essa sia – è un bisogno condiviso, è altrettanto vero che ciò non può del tutto concernere la tematica dei diritti civili. Sul terreno dei diritti non vi è la possibilità di una chiusura, perché il risultato di una limitazione non è mai positivo, e non è mai un traguardo. Anzi, spesso potrebbe ritorcersi contro. E allora, se possiamo fare un passo indietro i temi identitari, non possiamo farlo sui diritti, perché potrebbe rivelarsi falso.

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