I poveri in giacca e cravatta

Era il 2005, solo qualche anno prima della grande crisi dei subprime, quando l’Eurispes segnalava il progressivo impoverimento dei ceti medi e coniava la definizione di un nuovo tipo di povertà, ovvero i “poveri in giacca e cravatta”. 

Un’immagine che si ripropone nella difficile attualità di questi mesi di pandemia e che sembra aver riportato indietro le lancette del tempo.

Pubblichiamo una riflessione del Presidente dell’Eurispes, Gian Maria Fara, estratta dal libro “La Repubblica delle Api”. 

«La marginalizzazione di strati sempre più ampi della popolazione, la riproduzione di modalità nuove di esclusione economica, la manifestazione di forme di “povertà fluttuante” non si traducono soltanto in situazioni di carenza materiale ed economica. L’economista indiano Amartya K. Sen raccomanda di sfuggire da un’analisi della povertà basata esclusivamente sul reddito e sottolinea come «[…] essere poveri in una società ricca è già di per sé un handicap in termini di capacità […] 

La deprivazione relativa nello spazio dei redditi può implicare una deprivazione assoluta nello spazio delle capacità. In un paese che è in generale ricco, può essere necessario un reddito maggiore per comprare merci sufficienti ad acquisire le stesse funzioni sociali, come “apparire in pubblico senza vergogna”. Lo stesso può dirsi per la capacità di “prendere parte alla vita della comunità”».

La Caritas, che costituisce un luogo privilegiato di osservazione, segnala come sempre più spesso i suoi “utenti” appartengano a classi sociali tradizionalmente lontane dalla fruizione dei servizi di assistenza dell’associazione. 

Non è raro infatti che nelle mense o presso i centri di ascolto della Caritas si incontrino soggetti “normali” appartenenti ad un ceto medio che arranca: sono per lo più persone che hanno perso un reddito e un lavoro, magari precario, e si ritrovano in condizioni di estremo disagio. Sono famiglie che non riescono più a far quadrare i conti, a pagare le bollette per l’affitto, la luce, il gas e il riscaldamento, le spese di condominio, la retta scolastica per i figli, la spesa al supermercato o al discount.

L’aspetto più doloroso di questa osservazione è legato proprio al cambiamento delle tipologie dell’utenza della Caritas stessa. 

Si nota anche come si sia modificata la proporzione degli utenti tra immigrati extracomunitari e italiani che, per assurdo, sembrano addirittura svantaggiati rispetto agli immigrati anche per la difficoltà di trovare lavori di ripiego, magari in nero, che possano essere considerati in qualche maniera compatibili con le attitudini, il titolo di studio o la collocazione sociale dei soggetti. Quella che l’Eurispes definisce “povertà in giacca e cravatta” è una delle tante nuove declinazioni possibili del disagio e della povertà sociale, un ulteriore segnale della profonda distanza che si è affermata nel Paese tra la realtà e chi avrebbe il compito di interpretarla».

tratto dal sito Eurispes

Era il 2005, solo qualche anno prima della grande crisi dei subprime, quando l’Eurispes segnalava il progressivo impoverimento dei ceti medi e coniava la definizione di un nuovo tipo di povertà, ovvero i “poveri in giacca e cravatta”. 

Un’immagine che si ripropone nella difficile attualità di questi mesi di pandemia e che sembra aver riportato indietro le lancette del tempo.

Pubblichiamo una riflessione del Presidente dell’Eurispes, Gian Maria Fara, estratta dal libro “La Repubblica delle Api”. 

«La marginalizzazione di strati sempre più ampi della popolazione, la riproduzione di modalità nuove di esclusione economica, la manifestazione di forme di “povertà fluttuante” non si traducono soltanto in situazioni di carenza materiale ed economica. L’economista indiano Amartya K. Sen raccomanda di sfuggire da un’analisi della povertà basata esclusivamente sul reddito e sottolinea come «[…] essere poveri in una società ricca è già di per sé un handicap in termini di capacità […] 

La deprivazione relativa nello spazio dei redditi può implicare una deprivazione assoluta nello spazio delle capacità. In un paese che è in generale ricco, può essere necessario un reddito maggiore per comprare merci sufficienti ad acquisire le stesse funzioni sociali, come “apparire in pubblico senza vergogna”. Lo stesso può dirsi per la capacità di “prendere parte alla vita della comunità”».

La Caritas, che costituisce un luogo privilegiato di osservazione, segnala come sempre più spesso i suoi “utenti” appartengano a classi sociali tradizionalmente lontane dalla fruizione dei servizi di assistenza dell’associazione. 

Non è raro infatti che nelle mense o presso i centri di ascolto della Caritas si incontrino soggetti “normali” appartenenti ad un ceto medio che arranca: sono per lo più persone che hanno perso un reddito e un lavoro, magari precario, e si ritrovano in condizioni di estremo disagio. Sono famiglie che non riescono più a far quadrare i conti, a pagare le bollette per l’affitto, la luce, il gas e il riscaldamento, le spese di condominio, la retta scolastica per i figli, la spesa al supermercato o al discount.

L’aspetto più doloroso di questa osservazione è legato proprio al cambiamento delle tipologie dell’utenza della Caritas stessa. 

Si nota anche come si sia modificata la proporzione degli utenti tra immigrati extracomunitari e italiani che, per assurdo, sembrano addirittura svantaggiati rispetto agli immigrati anche per la difficoltà di trovare lavori di ripiego, magari in nero, che possano essere considerati in qualche maniera compatibili con le attitudini, il titolo di studio o la collocazione sociale dei soggetti. Quella che l’Eurispes definisce “povertà in giacca e cravatta” è una delle tante nuove declinazioni possibili del disagio e della povertà sociale, un ulteriore segnale della profonda distanza che si è affermata nel Paese tra la realtà e chi avrebbe il compito di interpretarla».

tratto dal sito Eurispes

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