I primi 100 anni di Gianni Rodari Tra Centenario, Ri-centenario e l’America

Ricorrono quest’anno i 100 anni della nascita di Gianni Rodari che nel secolo scorso fu giornalista di razza e, in qualità di scrittore per l’infanzia e non solo, maestro ineguagliabile di fantasia e insieme di concretezza. Come giornalista della stampa quotidiana Rodari esordì nel 1947 nella redazione milanese dell’Unità, organo del partito comunista italiano (pci) al quale era iscritto. Trasferitosi nella Capitale divenne redattore del quotidiano Paese Sera per il quale ogni giorno curava una graffiante rubrica di cronaca e di costume con lo pseudonimo di Benelux. Contemporaneamente in vari periodi della sua vita Rodari collaborò con altre testate, scrisse ad esempio per «Il Corriere dei Piccoli» e diresse alcuni periodici tra cui «Il Giornale dei Genitori». 

Così lo descrive il collega Edo Parpaglioni, passato poi alla «Repubblica»,  nel suo prezioso «C’era una volta Paese Sera» edito nel 1998 dagli Editori Riuniti: «Gianni Rodari era il migliore di tutti noi. Era anche il più irriverente e trasgressivo. (…) Gianni aveva sempre un sorriso lieve sulle labbra».

Se la carriera come giornalista fu rapida, altrettanto rapida  fu l’affermazione di Rodari come scrittore per bambini  anche a livello internazionale con l’eccezione del mondo anglosassone (USA e Inghilterra).Tale affermazione fu coronata nel 1970 dal Premio Andersen, il più prestigioso  riconoscimento al quale un Autore per l’infanzia possa aspirare. Rodari aveva un modo tutto suo di scrivere le favole nelle quali divenivano protagonisti i mestieri, la vita e i problemi di tutti i giorni o della Storia, gli errori che commettiamo e non sempre ammettiamo, gli invisibili o gli ultimi che tanto ultimi non sono (ad esempio lo zero o la lettera acca, gli emigranti o la pace, l’ambiente, la stella senza nome e altri ancora): girava per le scuole elementari, sondava gli umori, provocava i bambini stimolando la loro immaginazione, usandola come strumento di conoscenza della realtà, di formazione critica e di «istruzione responsabile» nelle maniere descritte nel suo fondamentale «La grammatica della fantasia».  E’ ancora Edo Parpaglioni, nel libro su citato, a descrivere le sue frequenti “fughe letterarie”: «Ogni tanto spariva dalla redazione: andava nei paesini più sperduti d’Italia per conoscere i ragazzi e le maestre che gli scrivevano. (…) Rodari andava volentieri e tornava felice. Aveva incontrato i “suoi” bambini e le “sue” bambinette, e aveva raccolto altro materiale per trasformarlo in purissima poesia». Il suo carisma lo si avvertiva ogni anno in occasione della manifestazione «Caro Anno Nuovo», quando sotto il tendone del Circo Togni si radunavano centinaia e centinaia di bambini delle elementari di Roma e dintorni in occasione del giorno della Befana. Rodari parlava con loro e di loro, e a sua volta li faceva parlare.  Li premiava, citava le lettere che avevano inviato al giornale alla cui lettura desiderava avviarli, con loro si immergeva e partecipava alla contagiosa, felliniana magia del circo, spensierata dispensatrice di marcette allegre e di strani siparietti di acrobati, di buffi clown, di illusionisti, di bestie feroci e addomesticate lanciate sulla pista o nelle gabbie a briglia sciolta, incontenibili, senza limiti in un’ebbrezza irrefrenabile di potenza e di libertà. Anche lì, in mezzo a quel frastuono gioioso e assordante, Gianni Rodari “con poche parole sapeva esprimere pensieri profondi”.

Nato ad Omegna, a quei tempi in provincia di Varese,  il 23 ottobre 1920, a 9 anni perse improvvisamente l’affetto e il sostegno morale e materiale del padre, fornaio,  che per salvare da un acquazzone un gattino si era incautamente procurato una polmonite mortale. Per proseguire gli studi, il giovane Gianni entrò in seminario come tanti bambini nelle sue stesse condizioni di orfano,  studiò qualche anno dai preti, appena poté ne uscì per riprendersi la libertà. Ancor giovanissimo fu arruolato dai fascisti, entrò nella Resistenza, divenne maestro elementare, poi giornalista per tutta la vita.  Scomparve nel 1980 a seguito di una complicazione post-operatoria. Quest’anno, oltre al centenario della nascita ricorrono i 40 anni dalla scomparsa e i 50 del Premio Andersen. Per il centenario della nascita, ad Omegna, sua città natale, e in varie parti d’Italia erano stati programmati molti eventi che il Covid-19 ha reso impossibili. Ad Omegna già da tempo si parla di inserirli nell’agenda del 2021. Il primo a coniare il termine di Ri-centenario è stato il professor Boero, già professore ordinario di letteratura per l’infanzia all’università di Genova e vicepresidente della Fondazione che gestisce il Parco della Fantasia della città che ha dato i natali a Rodari. «L’idea del Ri-centenario», chiarisce il professore, «è nata quando a seguito delle cautele sanitarie imposte dalla pandemia il Parco ha cominciato a registrare la sospensione delle gite scolastiche e dei corsi. Scherzando col direttore del Parco mi è venuto spontaneo dire che Rodari avrebbe pensato al “ri-centenario”. In pratica abbiamo deciso di spostare alcune iniziative all’anno scolastico 2020-2021, covid permettendo».

In qualità di professore universitario e studioso di letteratura per l’infanzia  il professor Boero ha pubblicato alcuni volumi fondamentali: «Una storia, tante storie. Guida all’opera di Gianni Rodari» edito da Einaudi Ragazzi, «Lalfabeto di Gianni» edito da Coccolebooks; con Carmine De Luca ha scritto «La letteratura per l’infanzia», edito da Laterza. Conversare con lui di Rodari è piacevole e illuminante.

Professor Boero, alla luce dei suoi studi e degli approfondimenti, che idea si è fatto dello scrittore Rodari? Quale posto occupa nella letteratura italiana del Novecento? E’ scrittore a tutto tondo oppure è da considerare Autore di secondo piano?

Rodari occupa uno spazio importante nella letteratura e nella cultura del Novecento italiano. Come ho avuto modo di ribadire in varie occasioni, Rodari è un intellettuale completo del Novecento. E’ stato un giornalista nel senso più pieno del termine. Attraverso la letteratura parla non solo ai bambini ma anche agli adulti. 

Su quali favole, filastrocche, frasi o titoli di Rodari, che ritiene propongano valori universali e immortali, consiglierebbe di soffermarsi per riflettere e trovare il senso profondo della vita e della convivenza? Può ricordarci qualche titolo?

I due libri fondamentali sono senz’altro «Filastrocche  in cielo e in terra» e «Favole al telefono». In assoluto contengono quello che Rodari aveva elaborato fino a quegli anni e che poi elaborerà anche in seguito. Il terzo titolo è «La torta in cielo», straordinario romanzo scritto in classe coi bambini della borgata del Trullo a Roma. Se poi dovessi citare un’altra opera citerei le novelle «Il gioco dei quattro cantoni» che danno la misura del grande autore. 

Rodari è sbarcato recentemente in America con «Favole al telefono» al quale a breve seguirà «La grammatica della fantasia». Il New York Times in un bell’articolo ha fornito i motivi di questa tardiva scoperta. Quali riflessioni si possono fare in proposito?

La riflessione generale è che Rodari non è mai stato troppo presente nel mondo anglosassone. Questo vale anche per la Gran Bretagna. Ma più che come un fatto cultural-politico io lo vedo come un  fatto di lingua e forse anche di difficoltà di un mondo inglese per capire e per tradurre l’umorismo, l’ironia di Rodari, i suoi giochi di parole… Questo è stato invece possibile in mille altre lingue di tutto il mondo: pure in Giappone, per dire. La  notizia che riguarda le Favole al telefono e La grammatica della fantasia, questa intelligenza di chi sta dietro a questa operazione, che è Jack Zipes professore di letteratura comparata all’Università del Minnesota al quale si deve il merito della pubblicazione di Rodari in America, devo dire che è un’ottima cosa. Era un po’ il tassello che mancava ad una dimensione mondialistica di Rodari. 

Rodari era personaggio eclettico e poliedrico: giornalista di razza, come si dice, scrittore, pedagogista e altro ancora. Quanto il linguaggio e la forma mentis del giornalista hanno influenzato il linguaggio e la mentalità dello scrittore?

Direi che c’è stata una reciprocità, una commistione delle due cose. Ha portato la chiarezza del linguaggio nelle sue storie che non esagerano mai nei termini, che sono sempre molto precise,  molto aperte a tutti i tipi di lettura, da tutti comprensibili. In questo sta la democrazia del linguaggio di Gianni Rodari. 

Se Rodari fosse ancora in vita, come potremmo immaginarlo nel giorno del suo centesimo compleanno? 

Se fosse vivo nel giorno del suo centesimo compleanno avrebbe fatto quello che aveva detto in un’intervista televisiva, cioè «mi faccio crescere una grande barba bianca, grande, grande, grande… e vado in giro con i burattinai a fare teatro di burattini e di marionette perché è la mia grande passione»

Paolo Gatto

Ricorrono quest’anno i 100 anni della nascita di Gianni Rodari che nel secolo scorso fu giornalista di razza e, in qualità di scrittore per l’infanzia e non solo, maestro ineguagliabile di fantasia e insieme di concretezza. Come giornalista della stampa quotidiana Rodari esordì nel 1947 nella redazione milanese dell’Unità, organo del partito comunista italiano (pci) al quale era iscritto. Trasferitosi nella Capitale divenne redattore del quotidiano Paese Sera per il quale ogni giorno curava una graffiante rubrica di cronaca e di costume con lo pseudonimo di Benelux. Contemporaneamente in vari periodi della sua vita Rodari collaborò con altre testate, scrisse ad esempio per «Il Corriere dei Piccoli» e diresse alcuni periodici tra cui «Il Giornale dei Genitori». 

Così lo descrive il collega Edo Parpaglioni, passato poi alla «Repubblica»,  nel suo prezioso «C’era una volta Paese Sera» edito nel 1998 dagli Editori Riuniti: «Gianni Rodari era il migliore di tutti noi. Era anche il più irriverente e trasgressivo. (…) Gianni aveva sempre un sorriso lieve sulle labbra».

Se la carriera come giornalista fu rapida, altrettanto rapida  fu l’affermazione di Rodari come scrittore per bambini  anche a livello internazionale con l’eccezione del mondo anglosassone (USA e Inghilterra).Tale affermazione fu coronata nel 1970 dal Premio Andersen, il più prestigioso  riconoscimento al quale un Autore per l’infanzia possa aspirare. Rodari aveva un modo tutto suo di scrivere le favole nelle quali divenivano protagonisti i mestieri, la vita e i problemi di tutti i giorni o della Storia, gli errori che commettiamo e non sempre ammettiamo, gli invisibili o gli ultimi che tanto ultimi non sono (ad esempio lo zero o la lettera acca, gli emigranti o la pace, l’ambiente, la stella senza nome e altri ancora): girava per le scuole elementari, sondava gli umori, provocava i bambini stimolando la loro immaginazione, usandola come strumento di conoscenza della realtà, di formazione critica e di «istruzione responsabile» nelle maniere descritte nel suo fondamentale «La grammatica della fantasia».  E’ ancora Edo Parpaglioni, nel libro su citato, a descrivere le sue frequenti “fughe letterarie”: «Ogni tanto spariva dalla redazione: andava nei paesini più sperduti d’Italia per conoscere i ragazzi e le maestre che gli scrivevano. (…) Rodari andava volentieri e tornava felice. Aveva incontrato i “suoi” bambini e le “sue” bambinette, e aveva raccolto altro materiale per trasformarlo in purissima poesia». Il suo carisma lo si avvertiva ogni anno in occasione della manifestazione «Caro Anno Nuovo», quando sotto il tendone del Circo Togni si radunavano centinaia e centinaia di bambini delle elementari di Roma e dintorni in occasione del giorno della Befana. Rodari parlava con loro e di loro, e a sua volta li faceva parlare.  Li premiava, citava le lettere che avevano inviato al giornale alla cui lettura desiderava avviarli, con loro si immergeva e partecipava alla contagiosa, felliniana magia del circo, spensierata dispensatrice di marcette allegre e di strani siparietti di acrobati, di buffi clown, di illusionisti, di bestie feroci e addomesticate lanciate sulla pista o nelle gabbie a briglia sciolta, incontenibili, senza limiti in un’ebbrezza irrefrenabile di potenza e di libertà. Anche lì, in mezzo a quel frastuono gioioso e assordante, Gianni Rodari “con poche parole sapeva esprimere pensieri profondi”.

Nato ad Omegna, a quei tempi in provincia di Varese,  il 23 ottobre 1920, a 9 anni perse improvvisamente l’affetto e il sostegno morale e materiale del padre, fornaio,  che per salvare da un acquazzone un gattino si era incautamente procurato una polmonite mortale. Per proseguire gli studi, il giovane Gianni entrò in seminario come tanti bambini nelle sue stesse condizioni di orfano,  studiò qualche anno dai preti, appena poté ne uscì per riprendersi la libertà. Ancor giovanissimo fu arruolato dai fascisti, entrò nella Resistenza, divenne maestro elementare, poi giornalista per tutta la vita.  Scomparve nel 1980 a seguito di una complicazione post-operatoria. Quest’anno, oltre al centenario della nascita ricorrono i 40 anni dalla scomparsa e i 50 del Premio Andersen. Per il centenario della nascita, ad Omegna, sua città natale, e in varie parti d’Italia erano stati programmati molti eventi che il Covid-19 ha reso impossibili. Ad Omegna già da tempo si parla di inserirli nell’agenda del 2021. Il primo a coniare il termine di Ri-centenario è stato il professor Boero, già professore ordinario di letteratura per l’infanzia all’università di Genova e vicepresidente della Fondazione che gestisce il Parco della Fantasia della città che ha dato i natali a Rodari. «L’idea del Ri-centenario», chiarisce il professore, «è nata quando a seguito delle cautele sanitarie imposte dalla pandemia il Parco ha cominciato a registrare la sospensione delle gite scolastiche e dei corsi. Scherzando col direttore del Parco mi è venuto spontaneo dire che Rodari avrebbe pensato al “ri-centenario”. In pratica abbiamo deciso di spostare alcune iniziative all’anno scolastico 2020-2021, covid permettendo».

In qualità di professore universitario e studioso di letteratura per l’infanzia  il professor Boero ha pubblicato alcuni volumi fondamentali: «Una storia, tante storie. Guida all’opera di Gianni Rodari» edito da Einaudi Ragazzi, «Lalfabeto di Gianni» edito da Coccolebooks; con Carmine De Luca ha scritto «La letteratura per l’infanzia», edito da Laterza. Conversare con lui di Rodari è piacevole e illuminante.

Professor Boero, alla luce dei suoi studi e degli approfondimenti, che idea si è fatto dello scrittore Rodari? Quale posto occupa nella letteratura italiana del Novecento? E’ scrittore a tutto tondo oppure è da considerare Autore di secondo piano?

Rodari occupa uno spazio importante nella letteratura e nella cultura del Novecento italiano. Come ho avuto modo di ribadire in varie occasioni, Rodari è un intellettuale completo del Novecento. E’ stato un giornalista nel senso più pieno del termine. Attraverso la letteratura parla non solo ai bambini ma anche agli adulti. 

Su quali favole, filastrocche, frasi o titoli di Rodari, che ritiene propongano valori universali e immortali, consiglierebbe di soffermarsi per riflettere e trovare il senso profondo della vita e della convivenza? Può ricordarci qualche titolo?

I due libri fondamentali sono senz’altro «Filastrocche  in cielo e in terra» e «Favole al telefono». In assoluto contengono quello che Rodari aveva elaborato fino a quegli anni e che poi elaborerà anche in seguito. Il terzo titolo è «La torta in cielo», straordinario romanzo scritto in classe coi bambini della borgata del Trullo a Roma. Se poi dovessi citare un’altra opera citerei le novelle «Il gioco dei quattro cantoni» che danno la misura del grande autore. 

Rodari è sbarcato recentemente in America con «Favole al telefono» al quale a breve seguirà «La grammatica della fantasia». Il New York Times in un bell’articolo ha fornito i motivi di questa tardiva scoperta. Quali riflessioni si possono fare in proposito?

La riflessione generale è che Rodari non è mai stato troppo presente nel mondo anglosassone. Questo vale anche per la Gran Bretagna. Ma più che come un fatto cultural-politico io lo vedo come un  fatto di lingua e forse anche di difficoltà di un mondo inglese per capire e per tradurre l’umorismo, l’ironia di Rodari, i suoi giochi di parole… Questo è stato invece possibile in mille altre lingue di tutto il mondo: pure in Giappone, per dire. La  notizia che riguarda le Favole al telefono e La grammatica della fantasia, questa intelligenza di chi sta dietro a questa operazione, che è Jack Zipes professore di letteratura comparata all’Università del Minnesota al quale si deve il merito della pubblicazione di Rodari in America, devo dire che è un’ottima cosa. Era un po’ il tassello che mancava ad una dimensione mondialistica di Rodari. 

Rodari era personaggio eclettico e poliedrico: giornalista di razza, come si dice, scrittore, pedagogista e altro ancora. Quanto il linguaggio e la forma mentis del giornalista hanno influenzato il linguaggio e la mentalità dello scrittore?

Direi che c’è stata una reciprocità, una commistione delle due cose. Ha portato la chiarezza del linguaggio nelle sue storie che non esagerano mai nei termini, che sono sempre molto precise,  molto aperte a tutti i tipi di lettura, da tutti comprensibili. In questo sta la democrazia del linguaggio di Gianni Rodari. 

Se Rodari fosse ancora in vita, come potremmo immaginarlo nel giorno del suo centesimo compleanno? 

Se fosse vivo nel giorno del suo centesimo compleanno avrebbe fatto quello che aveva detto in un’intervista televisiva, cioè «mi faccio crescere una grande barba bianca, grande, grande, grande… e vado in giro con i burattinai a fare teatro di burattini e di marionette perché è la mia grande passione»

Paolo Gatto

Pubblicitàspot_img
Pubblicitàspot_img

Ultimi articoli