I sintomi del post Covid-19: quali sono e come affrontarli

*di  Sole Lancia

 

Si guarisce completamente dal Covid-19? Le evidenze cliniche e le ricerche correlate sembrano indicare di no. I sintomi post Covid potrebbero protrarsi, infatti, per lungo tempo.

È possibile dunque continuare a soffrire dei sintomi del Covid-19 anche mesi dopo l’attestata guarigione? La letteratura scientifica internazionale e gli studi sperimentali al riguardo dicono univocamente di sì. La sindrome si protrae per diversi mesi, anche se si è negativi al tampone ed è così innegabile che oggi si parli di Long Covid o Post Covid. Come riconoscerne la presenza? I principali sintomi sono: astenia caratterizzata da persistenti stati di affaticamento, stanchezza e debolezza fisica, difficoltà respiratorie quali, ad esempio, affanno e “fiato corto”, dolori muscolari, rush cutanei. La sintomatologia tuttavia non è solo fisica, a livello cognitivo si riscontrano deficit attentivi, in particolare difficoltà di attenzione, di concentrazione, di memorizzazione quali la sensazione di “nebbia nel cervello” e vuoti di memoria, stati di ansia correlati a leggera ipocondria, disforia e sentimenti depressivi quali tristezza e apatia, insonnia, perdita di gusto e olfatto.

La perdita della memoria a breve termine in particolare sembra un sintomo ricorrente: viene descritto come una sorta di nebbia nel cervello che impedisce di ricordare eventi, pensieri e dettagli appena occorsi, dalla telefonata ricevuta a quello che si era in procinto di fare, con una forte ripercussione sulle capacità lavorative e più in generale esistenziali.

Sebbene le cause organiche di questo sintomo non siano state ancora comprese, ne risulta altresì oggettivamente riscontrata la presenza. Neurologi e psichiatri del Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS di Roma, ad esempio, hanno somministrato batterie di test psicologici che rivelano come in questi soggetti la performance sia inferiore a quella attesa nella corrispondente popolazione “normale”.

Questo complesso quadro si manifesta in maniera pervicace per diversi mesi dopo la presunta totale guarigione e remissione dei sintomi del Covid-19. Anche dopo 3, 4 persino 6 mesi è ancora presente il Long Covid, in una percentuale che a oggi sembra attestarsi intorno al 10% della popolazione che ha contratto il virus.

L’attenzione dei media è focalizzata sull’andamento dei nuovi contagi e dei decessi, si parla poco del Long Covid, al punto che chi ne soffre inizia a sviluppare anche sentimenti di inadeguatezza e vergogna, legati al timore di non esser compresi dagli altri. “Temo che al lavoro pensino che siano scuse, visto che sono passati 4 mesi da quando sono guarito, eppure io davvero non mi sento ancora bene”, questi sono i pensieri più ricorrenti in chi ha la sindrome.

 

Diverse sono le ricerche sull’argomento: un recente studio, pubblicato a ottobre sulla Clinical Microbiology and Infection Review condotto dai ricercatori francesi del Tours University Hospital, ha evidenziato come su un campione di 150 persone dopo 2 mesi dall’attestata guarigione ben due terzi riportassero ancora chiari sintomi.

Concordi anche gli studi al riguardo effettuati in altri paesi: seppur con percentuali diverse infatti – probabilmente dovute alle differenti tipologie di campioni selezionati in ordine di età anagrafica, anamnesi personale e gravità della sintomatologia accusata durante il Covid – tutte le ricerche attestano la presenza di questa sindrome.

Negli Stati Uniti è stato istituito un centro per l’assistenza post-Covid al Mount Sinai a New York, mentre nel Regno Unito stanno nascendo cliniche “Long Covid”. È italiano uno fra i primi studi su questa sindrome, pubblicato nel luglio scorso sul Journal of the American Medical Association dal team della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS di Roma, che ne mette in luce le caratteristiche diagnostico-cliniche.

In Cina uno studio, condotto a Wuhan su pazienti costretti al ricovero nella fase acuta, ha rilevato che a distanza di 6 mesi dalla guarigione il 76% dei soggetti continuava a presentare almeno un sintomo fra stanchezza, debolezza, disturbi del sonno, ansia, stati depressivi e riduzione della capacità respiratoria.

Il National Institute for Health Research supervisiona quello che risulta essere attualmente lo studio di follow-up più vasto, attuato da un team di ricercatori e clinici in Gran Bretagna, il PHOSP-COVID (Post Hospitalisation Covid-19 study), che coinvolge circa diecimila pazienti Long Covid monitorati nell’arco di un anno per valutarne gli effetti a lungo termine.

L’obiettivo è di approfondire gli aspetti legati a questa sindrome, tenendo comunque conto che dalla letteratura scientifica già risultano evidenze circa una lunga sintomatologia post-infettiva presente in pazienti che hanno contratto in passato altre forme virali, quali Ebola, MERS e SARS, ipotizzando dunque che potrebbe essere una sindrome tipica di tali infezioni.

Occorre segnalare, inoltre, una forte incidenza di “disturbo post-traumatico da stress” (PTSD) fra i possibili esiti del Long Covid. Molte persone colpite lo manifestano infatti come diagnosi correlata, sviluppando una serie di sofferenze psicologiche legate all’evento.

I principali sintomi sono i flashback, ossia il rivivere l’evento al di là della volontà della persona di ricordarlo, praticamente si impongono in maniera intrusiva alla mente i ricordi dei momenti di forte sofferenza vissuta; il numbing, ossia uno stato di coscienza simile allo stordimento e alla confusione; gli incubi, in cui durante il sonno si rivivono i momenti peggiori della malattia; l’evitamento, ovvero il cercare di evitare tutto ciò che sia riconducibile o ricolleghi la persona all’esperienza traumatica, anche solo simbolicamente, come ad esempio luoghi od oggetti; gli attacchi di panico, caratterizzati da tachicardia, sudore, tremore, senso di svenimento, paura intensa o terrore di avere di nuovo il virus; hyperarousal, ovverosia un’iperattivazione psicofisiologica che può comportare insonnia, irritabilità, ansia e aggressività. Sebbene lo sviluppo del PTSD sia uno dei possibili esiti del Long Covid, occorre intervenire per affrontarlo il prima possibile, rivolgendosi a uno specialista quale uno psicoterapeuta e/o uno psichiatra, in quanto potrebbe non andare incontro a remissione spontanea, bensì tendere a cronicizzarsi se non tempestivamente trattato.

Le ricerche sono ancora lontane dall’esaurire la comprensione sul Long Covid, ma abbastanza vicine da poterne senza ombra di dubbio testimoniare l’esistenza. La divulgazione della sua presenza è un primo fondamentale passo per aiutare chi ne è vittima a riconoscerlo e a farsi curare, così come chi ne è testimone a comprendere colui che ne soffre, evitandogli quei sentimenti di isolamento e incomprensione che hanno come esito quello di peggiorarne il decorso e procrastinarne la remissione totale, con evidenti costi a livello sanitario, di produttività economica e soprattutto umano.

La capacità di riconoscere il malessere e la sofferenza negli altri offre la possibilità di manifestare gli aspetti umani che più ci connotano in positivo, come la solidarietà, la collaborazione e il bene comune, sentimenti da cui nessuna società che voglia dirsi civile può prescindere, perché indiscutibilmente creano quel circolo virtuoso per il quale fare del bene fa bene, a sé e agli altri.

*psicologa clinica 

e psicoterapeuta

*di  Sole Lancia

 

Si guarisce completamente dal Covid-19? Le evidenze cliniche e le ricerche correlate sembrano indicare di no. I sintomi post Covid potrebbero protrarsi, infatti, per lungo tempo.

È possibile dunque continuare a soffrire dei sintomi del Covid-19 anche mesi dopo l’attestata guarigione? La letteratura scientifica internazionale e gli studi sperimentali al riguardo dicono univocamente di sì. La sindrome si protrae per diversi mesi, anche se si è negativi al tampone ed è così innegabile che oggi si parli di Long Covid o Post Covid. Come riconoscerne la presenza? I principali sintomi sono: astenia caratterizzata da persistenti stati di affaticamento, stanchezza e debolezza fisica, difficoltà respiratorie quali, ad esempio, affanno e “fiato corto”, dolori muscolari, rush cutanei. La sintomatologia tuttavia non è solo fisica, a livello cognitivo si riscontrano deficit attentivi, in particolare difficoltà di attenzione, di concentrazione, di memorizzazione quali la sensazione di “nebbia nel cervello” e vuoti di memoria, stati di ansia correlati a leggera ipocondria, disforia e sentimenti depressivi quali tristezza e apatia, insonnia, perdita di gusto e olfatto.

La perdita della memoria a breve termine in particolare sembra un sintomo ricorrente: viene descritto come una sorta di nebbia nel cervello che impedisce di ricordare eventi, pensieri e dettagli appena occorsi, dalla telefonata ricevuta a quello che si era in procinto di fare, con una forte ripercussione sulle capacità lavorative e più in generale esistenziali.

Sebbene le cause organiche di questo sintomo non siano state ancora comprese, ne risulta altresì oggettivamente riscontrata la presenza. Neurologi e psichiatri del Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS di Roma, ad esempio, hanno somministrato batterie di test psicologici che rivelano come in questi soggetti la performance sia inferiore a quella attesa nella corrispondente popolazione “normale”.

Questo complesso quadro si manifesta in maniera pervicace per diversi mesi dopo la presunta totale guarigione e remissione dei sintomi del Covid-19. Anche dopo 3, 4 persino 6 mesi è ancora presente il Long Covid, in una percentuale che a oggi sembra attestarsi intorno al 10% della popolazione che ha contratto il virus.

L’attenzione dei media è focalizzata sull’andamento dei nuovi contagi e dei decessi, si parla poco del Long Covid, al punto che chi ne soffre inizia a sviluppare anche sentimenti di inadeguatezza e vergogna, legati al timore di non esser compresi dagli altri. “Temo che al lavoro pensino che siano scuse, visto che sono passati 4 mesi da quando sono guarito, eppure io davvero non mi sento ancora bene”, questi sono i pensieri più ricorrenti in chi ha la sindrome.

 

Diverse sono le ricerche sull’argomento: un recente studio, pubblicato a ottobre sulla Clinical Microbiology and Infection Review condotto dai ricercatori francesi del Tours University Hospital, ha evidenziato come su un campione di 150 persone dopo 2 mesi dall’attestata guarigione ben due terzi riportassero ancora chiari sintomi.

Concordi anche gli studi al riguardo effettuati in altri paesi: seppur con percentuali diverse infatti – probabilmente dovute alle differenti tipologie di campioni selezionati in ordine di età anagrafica, anamnesi personale e gravità della sintomatologia accusata durante il Covid – tutte le ricerche attestano la presenza di questa sindrome.

Negli Stati Uniti è stato istituito un centro per l’assistenza post-Covid al Mount Sinai a New York, mentre nel Regno Unito stanno nascendo cliniche “Long Covid”. È italiano uno fra i primi studi su questa sindrome, pubblicato nel luglio scorso sul Journal of the American Medical Association dal team della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS di Roma, che ne mette in luce le caratteristiche diagnostico-cliniche.

In Cina uno studio, condotto a Wuhan su pazienti costretti al ricovero nella fase acuta, ha rilevato che a distanza di 6 mesi dalla guarigione il 76% dei soggetti continuava a presentare almeno un sintomo fra stanchezza, debolezza, disturbi del sonno, ansia, stati depressivi e riduzione della capacità respiratoria.

Il National Institute for Health Research supervisiona quello che risulta essere attualmente lo studio di follow-up più vasto, attuato da un team di ricercatori e clinici in Gran Bretagna, il PHOSP-COVID (Post Hospitalisation Covid-19 study), che coinvolge circa diecimila pazienti Long Covid monitorati nell’arco di un anno per valutarne gli effetti a lungo termine.

L’obiettivo è di approfondire gli aspetti legati a questa sindrome, tenendo comunque conto che dalla letteratura scientifica già risultano evidenze circa una lunga sintomatologia post-infettiva presente in pazienti che hanno contratto in passato altre forme virali, quali Ebola, MERS e SARS, ipotizzando dunque che potrebbe essere una sindrome tipica di tali infezioni.

Occorre segnalare, inoltre, una forte incidenza di “disturbo post-traumatico da stress” (PTSD) fra i possibili esiti del Long Covid. Molte persone colpite lo manifestano infatti come diagnosi correlata, sviluppando una serie di sofferenze psicologiche legate all’evento.

I principali sintomi sono i flashback, ossia il rivivere l’evento al di là della volontà della persona di ricordarlo, praticamente si impongono in maniera intrusiva alla mente i ricordi dei momenti di forte sofferenza vissuta; il numbing, ossia uno stato di coscienza simile allo stordimento e alla confusione; gli incubi, in cui durante il sonno si rivivono i momenti peggiori della malattia; l’evitamento, ovvero il cercare di evitare tutto ciò che sia riconducibile o ricolleghi la persona all’esperienza traumatica, anche solo simbolicamente, come ad esempio luoghi od oggetti; gli attacchi di panico, caratterizzati da tachicardia, sudore, tremore, senso di svenimento, paura intensa o terrore di avere di nuovo il virus; hyperarousal, ovverosia un’iperattivazione psicofisiologica che può comportare insonnia, irritabilità, ansia e aggressività. Sebbene lo sviluppo del PTSD sia uno dei possibili esiti del Long Covid, occorre intervenire per affrontarlo il prima possibile, rivolgendosi a uno specialista quale uno psicoterapeuta e/o uno psichiatra, in quanto potrebbe non andare incontro a remissione spontanea, bensì tendere a cronicizzarsi se non tempestivamente trattato.

Le ricerche sono ancora lontane dall’esaurire la comprensione sul Long Covid, ma abbastanza vicine da poterne senza ombra di dubbio testimoniare l’esistenza. La divulgazione della sua presenza è un primo fondamentale passo per aiutare chi ne è vittima a riconoscerlo e a farsi curare, così come chi ne è testimone a comprendere colui che ne soffre, evitandogli quei sentimenti di isolamento e incomprensione che hanno come esito quello di peggiorarne il decorso e procrastinarne la remissione totale, con evidenti costi a livello sanitario, di produttività economica e soprattutto umano.

La capacità di riconoscere il malessere e la sofferenza negli altri offre la possibilità di manifestare gli aspetti umani che più ci connotano in positivo, come la solidarietà, la collaborazione e il bene comune, sentimenti da cui nessuna società che voglia dirsi civile può prescindere, perché indiscutibilmente creano quel circolo virtuoso per il quale fare del bene fa bene, a sé e agli altri.

*psicologa clinica 

e psicoterapeuta

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