I soldi dei servizi e le ombre sugli 007

Così come aulicamente è l’amor che move il sole e l’altre stelle, allo stesso modo sono denaro e potere a determinare i peggiori dei complotti. E ci sono proprio i soldi alla base della guerra delle spie che ha portato alla trappola del video dell’autogrill, quell’incontro tra Matteo Renzi e lo 007 Marco Mancini finito nella bufera politica. Un’operazione che non vede come obiettivo il leader di Italia Viva, ma il capo reparto del Dis. Il motivo? Mandare all’aria la nomina di Mancini al vertice dei servizi, perché la spia negli ultimi otto anni aveva gestito i fondi dell’intero comparto della sicurezza nazionale in modo così ineccepibile da ricevere encomi formali dai diversi organi di controllo dello Stato. Insomma, il profilo giusto per arginare qualsiasi irregolarità nell’amministrazione dei fondi del Pnrr. Mancini, nei mesi precedenti all’incontro dell’autogrill, era stato ricevuto dall’allora premier Giuseppe Conte almeno quattro volte a Palazzo Chigi e altre due alla Farnesina dal ministro Luigi Di Maio. La sua nomina a capo del Dis sembrava ormai decisa, ma poi qualcuno, che già da tempo orchestrava il modo per far saltare la promozione dell’agente segreto, intercettò l’appuntamento del 23 dicembre 2020 con Matteo Renzi, l’unico personaggio che avrebbe potuto insinuare il germe del dubbio sulle nomine di Conte, perché in quel momento il governo era in bilico e proprio Renzi stava tessendo la tela che avrebbe portato alla caduta dell’esecutivo giallorosso. Quando Renzi dimenticò l’incontro con lo 007, che avrebbe dovuto avvenire nell’ufficio del senatore nel cuore della Capitale, e diede a Mancini appuntamento all’area di servizio di Fiano Romano in autostrada, l’occasione per ordire il piano arrivò. E in quell’autogrill si piazzò, ben nascosto, il “paparazzo”, che riprese la conversazione con un campo largo non molto coerente con l’obiettivo di un semplice telefonino. Un paparazzo che si dice sia una professoressa, la quale nel racconto cambia versione ben quattro volte e spiega di essersi fermata lì per caso, in un autogrill chiuso per Covid, di aver girato il filmato perché incuriosita dal losco individuo, così definisce Mancini, che parlava con Renzi. Ignara di chi fosse l’interlocutore, l’insegnante ebbe così tanta perspicacia in stile 007 che girò due video e scattò 13 foto, mentre, per 45 minuti, aspettava il padre che era andato in bagno. E che, non paga, inviò il materiale prima al Fatto Quotidiano, che non lo usò, e poi a Report, che lo trasmise il 3 maggio 2021, mandando in onda un’altra fonte, un ex agente del Sismi in pensione che, camuffato e con la voce contraffatta, disse in tv che quell’uomo era Marco Mancini, ex capo del controspionaggio e di cui, fino ad allora, esistevano solo le immagini di quando, nel 2005, riportò dall’Iraq la giornalista Giuliana Sgrena, rapita il 4 febbraio 2005 e liberata 28 giorni dopo nell’operazione che finì con l’uccisione del numero due dei servizi, Nicola Calipari. Ed ecco un nuovo elemento: l’uomo che sarebbe la fonte di Sigfrido Ranucci non era una semplice spia in pensione dal Sismi, ma si scopre ora che, come lo stesso Mancini, era passato all’Aise, dove aveva lavorato gli ultimi anni. Un dettaglio che spiega perché quella fonte fosse così informata su particolari riguardanti l’attività del capo reparto del Dis. E che, in spregio dell’incolumità di Mancini, sotto scorta per le minacce terroristiche, lo identifica in diretta, determinando la bufera sull’agente, invitato ad andare in pensione e al quale venne revocata la scorta. Senza contare che era già sfumata la sua nomina al vertice del Dis che, stando alle nostre fonti autorevoli, era lo scopo di quel filmato. Per raggiungere il quale sarebbe stato necessario che il video arrivasse nel momento giusto a Conte. L’ex premier grillino, nell’intervista uscita su L’Identità martedì scorso, ha negato che l’intelligence gli abbia portato quel file dell’incontro, sul quale è stato apposto il segreto di Stato. Eppure confonde le date, collocando la visione del video, che sostiene di aver visto da Report, tra gennaio e febbraio, negli ultimi giorni del governo, quando nessuno era a conoscenza dell’esistenza della ripresa, visto che la messa in onda avvenne tre mesi dopo. “I servizi non mi hanno fatto vedere nulla, non mi sono impicciato con loro di questa questione, anche perché non ricordo bene quando esplose il caso tramite Report, ma stavo andando via. Il clima era già di fine della prospettiva di governo. E nessuno dell’intelligence mi ha portato il report né il video e io francamente non l’ho ritenuta neppure una notizia di rilievo per un presidente del Consiglio”, sottolinea, mostrando uno stato d’animo sul quale difficilmente ci si piò confondere. Inoltre aveva aggiunto: “Proprio perché c’era di mezzo Renzi mi sono assolutamente astenuto, eravamo in dirittura finale, per evitare che qualcuno potesse farci una speculazione politica”. Dichiarazioni che hanno scatenato la reazione di Renzi: “O Conte si confonde, o mente, e non voglio crederlo, o nasconde qualcosa”. Perché quel filmato girava a Palazzo Chigi già nei momenti caldi della crisi di governo e solo se Conte lo ha davvero visto si spiega la mancata promozione di Mancini, visto che il premier ha nominato alcuni vertici dei servizi prima di lasciare la campanella a Draghi. A infittire il mistero, poi, le ultime rivelazioni di Ranucci, che ora disconosce l’ex Sismi mandato in onda e dice di essere lui la fonte, che lui stesso avrebbe riconosciuto Mancini nel video della professoressa. E Renzi, dopo le parole di Conte e Ranucci, ha presentato un esposto relativo alla violazione del segreto di Stato.

Così come aulicamente è l’amor che move il sole e l’altre stelle, allo stesso modo sono denaro e potere a determinare i peggiori dei complotti. E ci sono proprio i soldi alla base della guerra delle spie che ha portato alla trappola del video dell’autogrill, quell’incontro tra Matteo Renzi e lo 007 Marco Mancini finito nella bufera politica. Un’operazione che non vede come obiettivo il leader di Italia Viva, ma il capo reparto del Dis. Il motivo? Mandare all’aria la nomina di Mancini al vertice dei servizi, perché la spia negli ultimi otto anni aveva gestito i fondi dell’intero comparto della sicurezza nazionale in modo così ineccepibile da ricevere encomi formali dai diversi organi di controllo dello Stato. Insomma, il profilo giusto per arginare qualsiasi irregolarità nell’amministrazione dei fondi del Pnrr. Mancini, nei mesi precedenti all’incontro dell’autogrill, era stato ricevuto dall’allora premier Giuseppe Conte almeno quattro volte a Palazzo Chigi e altre due alla Farnesina dal ministro Luigi Di Maio. La sua nomina a capo del Dis sembrava ormai decisa, ma poi qualcuno, che già da tempo orchestrava il modo per far saltare la promozione dell’agente segreto, intercettò l’appuntamento del 23 dicembre 2020 con Matteo Renzi, l’unico personaggio che avrebbe potuto insinuare il germe del dubbio sulle nomine di Conte, perché in quel momento il governo era in bilico e proprio Renzi stava tessendo la tela che avrebbe portato alla caduta dell’esecutivo giallorosso. Quando Renzi dimenticò l’incontro con lo 007, che avrebbe dovuto avvenire nell’ufficio del senatore nel cuore della Capitale, e diede a Mancini appuntamento all’area di servizio di Fiano Romano in autostrada, l’occasione per ordire il piano arrivò. E in quell’autogrill si piazzò, ben nascosto, il “paparazzo”, che riprese la conversazione con un campo largo non molto coerente con l’obiettivo di un semplice telefonino. Un paparazzo che si dice sia una professoressa, la quale nel racconto cambia versione ben quattro volte e spiega di essersi fermata lì per caso, in un autogrill chiuso per Covid, di aver girato il filmato perché incuriosita dal losco individuo, così definisce Mancini, che parlava con Renzi. Ignara di chi fosse l’interlocutore, l’insegnante ebbe così tanta perspicacia in stile 007 che girò due video e scattò 13 foto, mentre, per 45 minuti, aspettava il padre che era andato in bagno. E che, non paga, inviò il materiale prima al Fatto Quotidiano, che non lo usò, e poi a Report, che lo trasmise il 3 maggio 2021, mandando in onda un’altra fonte, un ex agente del Sismi in pensione che, camuffato e con la voce contraffatta, disse in tv che quell’uomo era Marco Mancini, ex capo del controspionaggio e di cui, fino ad allora, esistevano solo le immagini di quando, nel 2005, riportò dall’Iraq la giornalista Giuliana Sgrena, rapita il 4 febbraio 2005 e liberata 28 giorni dopo nell’operazione che finì con l’uccisione del numero due dei servizi, Nicola Calipari. Ed ecco un nuovo elemento: l’uomo che sarebbe la fonte di Sigfrido Ranucci non era una semplice spia in pensione dal Sismi, ma si scopre ora che, come lo stesso Mancini, era passato all’Aise, dove aveva lavorato gli ultimi anni. Un dettaglio che spiega perché quella fonte fosse così informata su particolari riguardanti l’attività del capo reparto del Dis. E che, in spregio dell’incolumità di Mancini, sotto scorta per le minacce terroristiche, lo identifica in diretta, determinando la bufera sull’agente, invitato ad andare in pensione e al quale venne revocata la scorta. Senza contare che era già sfumata la sua nomina al vertice del Dis che, stando alle nostre fonti autorevoli, era lo scopo di quel filmato. Per raggiungere il quale sarebbe stato necessario che il video arrivasse nel momento giusto a Conte. L’ex premier grillino, nell’intervista uscita su L’Identità martedì scorso, ha negato che l’intelligence gli abbia portato quel file dell’incontro, sul quale è stato apposto il segreto di Stato. Eppure confonde le date, collocando la visione del video, che sostiene di aver visto da Report, tra gennaio e febbraio, negli ultimi giorni del governo, quando nessuno era a conoscenza dell’esistenza della ripresa, visto che la messa in onda avvenne tre mesi dopo. “I servizi non mi hanno fatto vedere nulla, non mi sono impicciato con loro di questa questione, anche perché non ricordo bene quando esplose il caso tramite Report, ma stavo andando via. Il clima era già di fine della prospettiva di governo. E nessuno dell’intelligence mi ha portato il report né il video e io francamente non l’ho ritenuta neppure una notizia di rilievo per un presidente del Consiglio”, sottolinea, mostrando uno stato d’animo sul quale difficilmente ci si piò confondere. Inoltre aveva aggiunto: “Proprio perché c’era di mezzo Renzi mi sono assolutamente astenuto, eravamo in dirittura finale, per evitare che qualcuno potesse farci una speculazione politica”. Dichiarazioni che hanno scatenato la reazione di Renzi: “O Conte si confonde, o mente, e non voglio crederlo, o nasconde qualcosa”. Perché quel filmato girava a Palazzo Chigi già nei momenti caldi della crisi di governo e solo se Conte lo ha davvero visto si spiega la mancata promozione di Mancini, visto che il premier ha nominato alcuni vertici dei servizi prima di lasciare la campanella a Draghi. A infittire il mistero, poi, le ultime rivelazioni di Ranucci, che ora disconosce l’ex Sismi mandato in onda e dice di essere lui la fonte, che lui stesso avrebbe riconosciuto Mancini nel video della professoressa. E Renzi, dopo le parole di Conte e Ranucci, ha presentato un esposto relativo alla violazione del segreto di Stato.

Pubblicitàspot_img
Pubblicitàspot_img

Ultimi articoli