I soliti sospetti

Non abbiamo mai trovato i 101 franchi tiratori di Romano Prodi, figuriamoci se avremo certezze sui nomi delle 17 aquile testabianca che hanno eletto Ignazio La Russa alla presidenza del Senato. I soliti sospetti si concentrano tutti verso il Terzo Polo, ma Matteo Renzi ha garantito che Italia Viva e Azione hanno messo 9 schede bianche nell’urna. Eppure nessuno crede al senatore fiorentino, che certo non ha mai fatto mistero dei suoi colpi di coda. Anzi se n’è sempre preso il merito, appuntando di volta in volta sul suo petto le medaglie del manovratore che rovescia governi e crea maggioranze. Quale occasione più ghiotta, dopo l’eliminazione del Conte 2 e la strategia che ha portato Mario Draghi a Palazzo Chigi, di poter inanellare un’altra vittoria da sbandierare in faccia al Pd e pure a Matteo Salvini e Silvio Berlusconi, soci minoritari di Giorgia Meloni. Renzi avrebbe potuto dimostrare ai dem come si fa politica, come si spacca una maggioranza di centrodestra con i fatti, non con le parole di Enrico Letta. Niente, tutti lo indicano e lui continua a dire che bisogna guardare altrove: “Non è stato il Terzo Polo, lo vede chiunque capisca di numeri e anche di politica. Chi fa una cosa del genere la rivendica, l’ho sempre fatto”. Allora forse la soluzione sta proprio nella direzione di chi, in queste ore, lo attacca maggiormente. Perché, di fronte a un Pd che ha perso le elezioni soprattutto con una campagna elettorale fuori dalla realtà, il piano politico può essere trasferito in un metaverso, in un mondo parallelo dove l’area filo atlantica, col favor del segreto dell’urna, offre l’assist a Meloni, lanciando così, attraverso l’elezione del fedelissimo della premier in pectore, un doppio messaggio. Uno: che quella parte dell’opposizione potrebbe intervenire quale stampella del governo in momenti critici. Due: su Meloni viene aperto un ombrello da oltreoceano, grazie alle posizioni e rassicurazioni della leader di Fratelli d’Italia riguardo alla linea chiara sul proseguimento dell’appoggio all’Ucraina. Così, con un ordine dall’alto del segretario Enrico Letta, restando sempre nel metaverso dem, il gruppo di democristiani di sinistra, il cui motto resta Cicero pro domo sua, ha aperto la strada alla possibilità che, in un futuro prossimo, la sinistra possa tornare al governo, come ha fatto negli ultimi 11 anni senza mai vincere le elezioni. E poco conta che Letta corra ai ripari: “Irresponsabile oltre ogni limite il comportamento di quei senatori che hanno scelto di aiutare dall’esterno una maggioranza già divisa e in difficoltà. Il voto al Senato certifica tristemente che una parte dell’opposizione non aspetta altro che entrare in maggioranza”. Chissà quale parte! Inutile fare nomi, saremo comunque smentiti dai diretti interessati.

Pierferdinando Casini, Dario Franceschini, Francesco Boccia, Antonio Misiani, Beatrice Lorenzin, Graziano Delrio: non è stato nessuno. Forse il Sarchiapone. Però in questo clima del sospetto una domanda sorge: ma quanto conviene a Giorgia Meloni affidarsi a queste aquile dem, mettendo da parte l’alleato che si è dimostrato più fedele? Silvio Berlusconi la fece ministro nel suo governo, ieri lui ha votato insieme a Elisabetta Casellati nonostante tutta Forza Italia si sia rifiutata di indicare La Russa. E lei si impunta sul “no” a un ministero per Licia Ronzulli? Perché è questo che ha creato le spaccature. Una donna pronta a governare che si mette di traverso per non dare un ruolo a un’altra donna, solo per un’antipatia? Meloni non vuole “abbassarsi” moralmente al manuale Cencelli e vorrebbe scegliere i suoi comandando a casa degli altri? Proprio lei, che insiste sul fatto che il suo sarà un governo politico. Eppure la politica è fatta di questo, della stessa materia di quel manuale Cencelli sulla base del quale si sono sempre fatti gli esecutivi. Invece Giorgia è così tanto arrabbiata da minacciare tutti del terribile scenario di escludere i politici dalle poltrone e chiamare solo tecnici nella squadra. E in questa guerra tra bande, il metaverso Pd fa capolino, avanza, mette schede nell’urna e attende di raccogliere i frutti all’albero Meloni. Così il detto “non mischiare le mele con le pere” verrà superato, quando i nomi di chi ha sostituito i forzisti nell’elezione del presidente La Russa saranno indicati a capo dell’ufficio di presidenza del Senato, come vicepresidenti e a segretario dell’Aula.

Non abbiamo mai trovato i 101 franchi tiratori di Romano Prodi, figuriamoci se avremo certezze sui nomi delle 17 aquile testabianca che hanno eletto Ignazio La Russa alla presidenza del Senato. I soliti sospetti si concentrano tutti verso il Terzo Polo, ma Matteo Renzi ha garantito che Italia Viva e Azione hanno messo 9 schede bianche nell’urna. Eppure nessuno crede al senatore fiorentino, che certo non ha mai fatto mistero dei suoi colpi di coda. Anzi se n’è sempre preso il merito, appuntando di volta in volta sul suo petto le medaglie del manovratore che rovescia governi e crea maggioranze. Quale occasione più ghiotta, dopo l’eliminazione del Conte 2 e la strategia che ha portato Mario Draghi a Palazzo Chigi, di poter inanellare un’altra vittoria da sbandierare in faccia al Pd e pure a Matteo Salvini e Silvio Berlusconi, soci minoritari di Giorgia Meloni. Renzi avrebbe potuto dimostrare ai dem come si fa politica, come si spacca una maggioranza di centrodestra con i fatti, non con le parole di Enrico Letta. Niente, tutti lo indicano e lui continua a dire che bisogna guardare altrove: “Non è stato il Terzo Polo, lo vede chiunque capisca di numeri e anche di politica. Chi fa una cosa del genere la rivendica, l’ho sempre fatto”. Allora forse la soluzione sta proprio nella direzione di chi, in queste ore, lo attacca maggiormente. Perché, di fronte a un Pd che ha perso le elezioni soprattutto con una campagna elettorale fuori dalla realtà, il piano politico può essere trasferito in un metaverso, in un mondo parallelo dove l’area filo atlantica, col favor del segreto dell’urna, offre l’assist a Meloni, lanciando così, attraverso l’elezione del fedelissimo della premier in pectore, un doppio messaggio. Uno: che quella parte dell’opposizione potrebbe intervenire quale stampella del governo in momenti critici. Due: su Meloni viene aperto un ombrello da oltreoceano, grazie alle posizioni e rassicurazioni della leader di Fratelli d’Italia riguardo alla linea chiara sul proseguimento dell’appoggio all’Ucraina. Così, con un ordine dall’alto del segretario Enrico Letta, restando sempre nel metaverso dem, il gruppo di democristiani di sinistra, il cui motto resta Cicero pro domo sua, ha aperto la strada alla possibilità che, in un futuro prossimo, la sinistra possa tornare al governo, come ha fatto negli ultimi 11 anni senza mai vincere le elezioni. E poco conta che Letta corra ai ripari: “Irresponsabile oltre ogni limite il comportamento di quei senatori che hanno scelto di aiutare dall’esterno una maggioranza già divisa e in difficoltà. Il voto al Senato certifica tristemente che una parte dell’opposizione non aspetta altro che entrare in maggioranza”. Chissà quale parte! Inutile fare nomi, saremo comunque smentiti dai diretti interessati.

Pierferdinando Casini, Dario Franceschini, Francesco Boccia, Antonio Misiani, Beatrice Lorenzin, Graziano Delrio: non è stato nessuno. Forse il Sarchiapone. Però in questo clima del sospetto una domanda sorge: ma quanto conviene a Giorgia Meloni affidarsi a queste aquile dem, mettendo da parte l’alleato che si è dimostrato più fedele? Silvio Berlusconi la fece ministro nel suo governo, ieri lui ha votato insieme a Elisabetta Casellati nonostante tutta Forza Italia si sia rifiutata di indicare La Russa. E lei si impunta sul “no” a un ministero per Licia Ronzulli? Perché è questo che ha creato le spaccature. Una donna pronta a governare che si mette di traverso per non dare un ruolo a un’altra donna, solo per un’antipatia? Meloni non vuole “abbassarsi” moralmente al manuale Cencelli e vorrebbe scegliere i suoi comandando a casa degli altri? Proprio lei, che insiste sul fatto che il suo sarà un governo politico. Eppure la politica è fatta di questo, della stessa materia di quel manuale Cencelli sulla base del quale si sono sempre fatti gli esecutivi. Invece Giorgia è così tanto arrabbiata da minacciare tutti del terribile scenario di escludere i politici dalle poltrone e chiamare solo tecnici nella squadra. E in questa guerra tra bande, il metaverso Pd fa capolino, avanza, mette schede nell’urna e attende di raccogliere i frutti all’albero Meloni. Così il detto “non mischiare le mele con le pere” verrà superato, quando i nomi di chi ha sostituito i forzisti nell’elezione del presidente La Russa saranno indicati a capo dell’ufficio di presidenza del Senato, come vicepresidenti e a segretario dell’Aula.

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