I tre Draghi di M. e le ombre sul governo

Nella tana dei tre Draghi, entra il nuovo premier. Già. Perché alla fine è successo. Quella M. che tanto ha scaldato la campagna elettorale più strampalata della storia repubblicana, è salita al Quirinale e – nel tempo record di sette minuti – si è portata a casa il via libera del Capo dello Stato Sergio Mattarella che, poche ore dopo, le ha conferito l’incarico facendone il trentunesimo presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica italiana. La seconda donna della storia italiana ad avere ricevuto l’incarico (avvenne nel 1987, quando Francesco Cossiga conferì un mandato esplorativo per formare un governo a Nilde Iotti, che poi però non si concretizzò). E soprattuttto la prima a formare davvero un governo.

Come in un presagio, però, la notte precedente alle consultazioni record, a casa sua, dopo due giorni trascorsi sulle montagne (è proprio il caso di dirlo) russe, a fare i conti con gli audio proibiti (chissà perché poi?) di Silvio Berlusconi, Giorgia ha deciso di guardarsi un film. “M’ha messo un sacco de ansia”, ha confidato ad alcuni amici. Al punto che immaginare il giorno seguente di incontrare Mattarella è stato come “rilassarsi un po’”.

Una nemesi dantesca, come le fiere che possono rallentare il suo viaggio, perché quell’ansia sta per tramutarsi nel suo quotidiano. E quei tre Draghi nel suo costante problema. Il primo dei Draghi è colui che ne porta il cognome. E colui che le consegnerà la campanella, quella ritratta in alto in queste pagine, quella che nella prassi italiana simboleggia il potere del presidente del Consiglio dei ministri, che con quel tintinnio apre le sedute a palazzo Chigi. L’ex Supermario, ex banchiere, ex capo della Bce, ex premier di un governo di unità nazionale che solo Giorgia osteggiò, e che da ieri è a parole fuori dalla vita politica ma in pratica in corsa per incarichi internazionali, le lascia una eredità nei fatti non entusiasmante, ma nella forma difficile da eguagliare. Osannato in Europa, anche se poco ascoltato, celebrato negli Stati Uniti, rispettato dal mondo finanziario mondiale, l’uomo del “whatever it takes” non sarà facile da imitare in quanto ad applausi bipartisan e manifestazioni di stima. Ed è già scontato che i paralleli fra i due fioccheranno. E che il metro di giudizio sulle azioni politiche di Meloni, specie all’inizio, si misureranno in Draghimetri.

Eppure in quella tana ci sono altri due Draghi che attendono Giorgia da qui ai prossimi mesi: i suoi alleati Silvio Berlusconi e Matteo Salvini. Il fuoco che sputano loro, come si è visto, è in grado di far ballare l’esecutivo e la maggioranza parlamentare in ogni momento. E sarà il fuoco più difficile da addomesticare. E se anche ieri la tregua formale nello studio della Vetrata è sembrata vera, pefino sul Colle sanno che durerà il tempo di un mattino. E che presto le acque si faranno di nuovo agitate.

Nella tana dei tre Draghi, entra il nuovo premier. Già. Perché alla fine è successo. Quella M. che tanto ha scaldato la campagna elettorale più strampalata della storia repubblicana, è salita al Quirinale e – nel tempo record di sette minuti – si è portata a casa il via libera del Capo dello Stato Sergio Mattarella che, poche ore dopo, le ha conferito l’incarico facendone il trentunesimo presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica italiana. La seconda donna della storia italiana ad avere ricevuto l’incarico (avvenne nel 1987, quando Francesco Cossiga conferì un mandato esplorativo per formare un governo a Nilde Iotti, che poi però non si concretizzò). E soprattuttto la prima a formare davvero un governo.

Come in un presagio, però, la notte precedente alle consultazioni record, a casa sua, dopo due giorni trascorsi sulle montagne (è proprio il caso di dirlo) russe, a fare i conti con gli audio proibiti (chissà perché poi?) di Silvio Berlusconi, Giorgia ha deciso di guardarsi un film. “M’ha messo un sacco de ansia”, ha confidato ad alcuni amici. Al punto che immaginare il giorno seguente di incontrare Mattarella è stato come “rilassarsi un po’”.

Una nemesi dantesca, come le fiere che possono rallentare il suo viaggio, perché quell’ansia sta per tramutarsi nel suo quotidiano. E quei tre Draghi nel suo costante problema. Il primo dei Draghi è colui che ne porta il cognome. E colui che le consegnerà la campanella, quella ritratta in alto in queste pagine, quella che nella prassi italiana simboleggia il potere del presidente del Consiglio dei ministri, che con quel tintinnio apre le sedute a palazzo Chigi. L’ex Supermario, ex banchiere, ex capo della Bce, ex premier di un governo di unità nazionale che solo Giorgia osteggiò, e che da ieri è a parole fuori dalla vita politica ma in pratica in corsa per incarichi internazionali, le lascia una eredità nei fatti non entusiasmante, ma nella forma difficile da eguagliare. Osannato in Europa, anche se poco ascoltato, celebrato negli Stati Uniti, rispettato dal mondo finanziario mondiale, l’uomo del “whatever it takes” non sarà facile da imitare in quanto ad applausi bipartisan e manifestazioni di stima. Ed è già scontato che i paralleli fra i due fioccheranno. E che il metro di giudizio sulle azioni politiche di Meloni, specie all’inizio, si misureranno in Draghimetri.

Eppure in quella tana ci sono altri due Draghi che attendono Giorgia da qui ai prossimi mesi: i suoi alleati Silvio Berlusconi e Matteo Salvini. Il fuoco che sputano loro, come si è visto, è in grado di far ballare l’esecutivo e la maggioranza parlamentare in ogni momento. E sarà il fuoco più difficile da addomesticare. E se anche ieri la tregua formale nello studio della Vetrata è sembrata vera, pefino sul Colle sanno che durerà il tempo di un mattino. E che presto le acque si faranno di nuovo agitate.

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