Il bla bla bla di Lega e Fi su tutti i temi poi a Palazzo Chigi ormai decide solo lei

Chi la conosce, magari dai tempi (ormai antichi) di Viterbo, quando divenne presidente di Azione Giovani, la “giovanile” di Alleanza Nazionale, con un sorriso sornione sussurra. “È una vita che studia per questo momento”. Se c’è una cosa chiara che emerge dalla manovra di governo è che Giorgia Meloni non solo manovra ma vuole che si sappia che è lei, e solo lei, che decide le priorità dell’esecutivo.
La conferenza stampa sulla manovra lo dimostra: è lei che introduce la conferenza, è lei che dà la parola agli altri ma è a lei che i giornalisti chiedono conto di tutto, anche delle mattane (o presunte tali) dei suoi alleati. Sa che deve sgomitare, tra due maschi alfa come Salvini e Berlusconi. Ed è perfettamente a suo agio nel metterli a posto. Gli dà la parola, lascia che si sbizzarriscano in richieste, specialmente prima che la manovra divenisse un documento scritto nero su bianco, subito rilanciate dalle agenzie ma poi le decisioni le prende lei. Se deve fare i conti con qualcosa, preferisce farlo con i tempi fin troppo ristretti per l’approvazione della manovra e con le risorse che, a fronte delle emergenze detonate a causa della crisi energetica, sono sempre poche.
Meloni conosce i suoi punti di forza e pure quelli di debolezza. Ma li gira a suo favore. Draghi, per esempio, “ha presentato la manovra il 20 novembre ma la teneva ferma da febbraio, lo so perché ero all’opposizione”. Lei rivendica di aver fatto in trenta giorni una manovra intera. Sa che dalla sala stampa non le arriveranno domande compiacenti e quando arriva il quesito che avverte ostile, eccola rivangare gli applausi dei giornalisti ai tempi di Draghi. Ai cronisti chiede di essere “meno assertivi”, ma chi pensa che sia caduta nella provocazione sbaglia. È perfettamente consapevole di quanto il suo consenso dipenda dall’opposizione del cosiddetto “mainstream” che, se non cerca lo scontro, di sicuro non tira la gamba indietro.
È un leader moderno, nel senso che conosce bene le dinamiche della comunicazione. E sa quello che vuole il “suo” popolo. C’è una parola chiave che ridonda dal discorso della premier. “Coerenza”. In nome della coerenza rispedisce al mittente le critiche del Pd, pronto a scendere in piazza per il reddito di cittadinanza: “La prima volta che fu presentato in Parlamento, ricordo che votarono contro”. Ma la coerenza riecheggia nel “cappello” che Giorgia Meloni fa indossare alla sua prima manovra da presidente del consiglio. “Una manovra coerente e con una visione: non c’è spazio per bonus né micro questioni o piccoli interessi ma per scelte politiche di cui assumiamo la piena responsabilità”. Coerenza, dunque. Ma anche visione, scelta politica e, soprattutto “responsabilità”. Chi se l’assume, fa la più efficace professione di comando. È l’onere per eccellenza del “potere”, che così si rivendica. Questa parola, cioè “responsabilità”, è l’unica che possa competere con “coerenza” per numero di volte in cui è stata pronunciata. Giorgia Meloni ci ha messo la faccia sulla manovra, di cui si assume l’onere della responsabilità, appunto, non solo politica. E lo fa, tra le altre cose, aprendo (o perdonando?) ai suoi stessi (turbolenti) alleati e condividendo con loro i meriti: “Ringrazio per la grande responsabilità tutto il consiglio dei ministri, il clima che si respirava ieri, durante l’approvazione della manovra, era un clima che non si respira solitamente quando si approva la legge di bilancio”. E dunque: “E’ una manovra che dà una visione, io non ho visto egoismi. Di questo va ringraziato tutto il Cdm, a partire dai leader delle forze politiche”. Di responsabilità ha parlato in materia di pensioni (“ce la assumiamo tutta”) e sull’approccio stesso alla manovra (“l’abbiamo pensata come un bilancio familiare e allora non fai i conti con il consenso ma di cosa sia giusto per farla crescere e te ne assumi le responsabilità”).
Svicolare è negare la politica, altra parola chiave perdutasi tra qualche decennio di governi tecnici o tecnicizzati. Giorgia Meloni è arrivata a Palazzo Chigi per restarci. E lo farà da sola. Senza eminenze grige, quelle che non mancano mai di attorniare gli outsider che arrivano al governo.
Chi la conosce, fin dai tempi (ormai antichi) di Viterbo lo sa. Giorgia Meloni è donna che ascolta, che studia, che sa dare il peso alle parole che sente ma che non si lascia mettere in nessun angolo (figuriamoci nel sacco) da nessuno. Berlusconi e Salvini (ma non soltanto loro, anzi!) sono avvisati.

Chi la conosce, magari dai tempi (ormai antichi) di Viterbo, quando divenne presidente di Azione Giovani, la “giovanile” di Alleanza Nazionale, con un sorriso sornione sussurra. “È una vita che studia per questo momento”. Se c’è una cosa chiara che emerge dalla manovra di governo è che Giorgia Meloni non solo manovra ma vuole che si sappia che è lei, e solo lei, che decide le priorità dell’esecutivo.
La conferenza stampa sulla manovra lo dimostra: è lei che introduce la conferenza, è lei che dà la parola agli altri ma è a lei che i giornalisti chiedono conto di tutto, anche delle mattane (o presunte tali) dei suoi alleati. Sa che deve sgomitare, tra due maschi alfa come Salvini e Berlusconi. Ed è perfettamente a suo agio nel metterli a posto. Gli dà la parola, lascia che si sbizzarriscano in richieste, specialmente prima che la manovra divenisse un documento scritto nero su bianco, subito rilanciate dalle agenzie ma poi le decisioni le prende lei. Se deve fare i conti con qualcosa, preferisce farlo con i tempi fin troppo ristretti per l’approvazione della manovra e con le risorse che, a fronte delle emergenze detonate a causa della crisi energetica, sono sempre poche.
Meloni conosce i suoi punti di forza e pure quelli di debolezza. Ma li gira a suo favore. Draghi, per esempio, “ha presentato la manovra il 20 novembre ma la teneva ferma da febbraio, lo so perché ero all’opposizione”. Lei rivendica di aver fatto in trenta giorni una manovra intera. Sa che dalla sala stampa non le arriveranno domande compiacenti e quando arriva il quesito che avverte ostile, eccola rivangare gli applausi dei giornalisti ai tempi di Draghi. Ai cronisti chiede di essere “meno assertivi”, ma chi pensa che sia caduta nella provocazione sbaglia. È perfettamente consapevole di quanto il suo consenso dipenda dall’opposizione del cosiddetto “mainstream” che, se non cerca lo scontro, di sicuro non tira la gamba indietro.
È un leader moderno, nel senso che conosce bene le dinamiche della comunicazione. E sa quello che vuole il “suo” popolo. C’è una parola chiave che ridonda dal discorso della premier. “Coerenza”. In nome della coerenza rispedisce al mittente le critiche del Pd, pronto a scendere in piazza per il reddito di cittadinanza: “La prima volta che fu presentato in Parlamento, ricordo che votarono contro”. Ma la coerenza riecheggia nel “cappello” che Giorgia Meloni fa indossare alla sua prima manovra da presidente del consiglio. “Una manovra coerente e con una visione: non c’è spazio per bonus né micro questioni o piccoli interessi ma per scelte politiche di cui assumiamo la piena responsabilità”. Coerenza, dunque. Ma anche visione, scelta politica e, soprattutto “responsabilità”. Chi se l’assume, fa la più efficace professione di comando. È l’onere per eccellenza del “potere”, che così si rivendica. Questa parola, cioè “responsabilità”, è l’unica che possa competere con “coerenza” per numero di volte in cui è stata pronunciata. Giorgia Meloni ci ha messo la faccia sulla manovra, di cui si assume l’onere della responsabilità, appunto, non solo politica. E lo fa, tra le altre cose, aprendo (o perdonando?) ai suoi stessi (turbolenti) alleati e condividendo con loro i meriti: “Ringrazio per la grande responsabilità tutto il consiglio dei ministri, il clima che si respirava ieri, durante l’approvazione della manovra, era un clima che non si respira solitamente quando si approva la legge di bilancio”. E dunque: “E’ una manovra che dà una visione, io non ho visto egoismi. Di questo va ringraziato tutto il Cdm, a partire dai leader delle forze politiche”. Di responsabilità ha parlato in materia di pensioni (“ce la assumiamo tutta”) e sull’approccio stesso alla manovra (“l’abbiamo pensata come un bilancio familiare e allora non fai i conti con il consenso ma di cosa sia giusto per farla crescere e te ne assumi le responsabilità”).
Svicolare è negare la politica, altra parola chiave perdutasi tra qualche decennio di governi tecnici o tecnicizzati. Giorgia Meloni è arrivata a Palazzo Chigi per restarci. E lo farà da sola. Senza eminenze grige, quelle che non mancano mai di attorniare gli outsider che arrivano al governo.
Chi la conosce, fin dai tempi (ormai antichi) di Viterbo lo sa. Giorgia Meloni è donna che ascolta, che studia, che sa dare il peso alle parole che sente ma che non si lascia mettere in nessun angolo (figuriamoci nel sacco) da nessuno. Berlusconi e Salvini (ma non soltanto loro, anzi!) sono avvisati.

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