Il business dei rifugiati e il silenzio dell’Europa

Nel paese dei mondiali i rifugiati diventano un business. Gli schiavi che innalzano gli stadi sono le stesse persone che scappano dalle guerre. Non è un caso che tra chi costruisce le cattedrali nel deserto ci siano soprattutto afghani, siriani, indiani e africani. Questi, al posto di ricevere gli aiuti promessi dalle Ong, finiscono in circolo vizioso, dove le parole all’ordine del giorno sono punizioni, vessazioni e orari massacranti di lavoro. Si tratta di un vero e proprio mercato, gestito da un’associazione, che solo sulla carta si occupa di diritti umani.

I manager dello sfruttamento

In un grattacielo lussuoso, c’è una donna vestita in “abaya”, che seguendo il modello del peggiore ufficio di collocamento, decide le sorti di padri di famiglia, madri e bambini. A questa signora, circondata da collaboratori in “thobe”, tocca appunto coordinare gli arrivi, nonché tenere i rapporti con le ambasciate. Sarà molto probabilmente un caso, ma quasi tutti i diplomatici europei di Kabul, compresi quelli italiani, dopo il ritorno dei talebani, vivono nei palazzi dorati di Doha. Non sono, comunque, i soli a visitare quella che sulla carta dovrebbe essere una onlus. Quest’ultima assume professionisti in tutto il pianeta. Nella squadra, un ruolo fondamentale, ad esempio, è svolto dai “reclutatori”, i quali solo a parole hanno il compito di dare accoglienza a chi ne ha bisogno. Nei fatti, come riferisce più di qualcuno, individuano quei profili che possono rivelarsi utili alla causa dell’edilizia. La squadra del cosiddetto ministero dei rifugiati, però, va oltre quello che qualcuno chiama quarto mondo.

La complicità dell’Occidente

Sia nell’Ue che oltreoceano, il Qatar ha preziosi collaboratori. Questi professionisti, perlopiù quote rosa, hanno il compito di divulgare al pianeta un modello virtuoso di ospitalità, dove si va oltre le diversità e si integra nel migliore dei modi chi lascia la propria patria. A loro tocca organizzare quelle delegazioni parlamentari, che hanno il compito di certificare che tutto sia ok. A tale scopo vengono organizzati viaggi di lusso in hotel a cinque stelle, gite nel deserto e giornate all’insegna dello shopping. Bisogna comunicare le cose buone e le tutele da parte dei datori. Il resto viene prontamente censurato, compresi i dubbi, manifestati da qualche deputato o senatore. Per svolgere questo delicatissimo compito, non vengono scelti esperti della comunicazione, conoscitori delle lingue, professori di diritto, ma semplicemente chi è specializzato nel tenere relazioni o meglio ancora nel corrompere. L’unica priorità è che tutti parlino bene e niente esca fuori dal coro. Ci sono, d’altronde dei veri e propri controllori governativi, che scortano, nei giorni delle visite, chi dovrebbe verificare che muratori, idraulici, imbianchini, camerieri abbiano gli stessi diritti di chi è in Europa, negli Usa o in Canada. L’obiettivo è uno soltanto: far passare la perla dei mondiali come modello di umanità e non di sfruttamento, cancellare le cittadelle del lavoro (di cui abbiamo parlato nella precedente puntata) e farle passare come paradisi di valori e principi. Basta assistere a uno dei tavoli organizzati dall’associazione specializzata in migranti per sentire la solita favoletta dei sindacati all’avanguardia, dei bonus famiglia, delle misure previdenziali e di tutto ciò possa far trasparire la massima civiltà.

Onlus o Minculpop?

La domanda naturale, però, è la seguente: come può parlare di diritti umani chi ancora nel 2022 ha non pochi pregiudizi nei confronti degli omossessuali, chi non accetta qualsiasi tipo di diversità? Qui arriva la seconda mission del gotha dei rifugiati, ovvero quella di nuovo Minculpop. Tutto il pianeta deve sapere che l’emiro e il figlio sono dei generosi benefattori e non dei nuovi “faraoni”, che dai loro palazzi intendono dare lezioni di civiltà. L’unica speranza per i nuovi rifugiati, quindi, è che almeno nelle notti della coppa del mondo possano lasciare per qualche ora il cemento, indossando panni puliti. In questo senso diciamo che una possibilità c’è, considerando che per riempire le tribune di curve di una nazione che non ama il calcio, sarebbero stati costruiti spettatori di legno. Non è da escludere, pertanto, che gli sceicchi chiamino, ancora una volta, la medesima no-profit (per modo di dire) per fare in modo che i soliti afghani, al posto di costruire palazzi si adoperino per battere le mani ai fenomeni del pallone. Alcuni di loro, quelli che chiamano i Kapò, d’altronde, sono dei perfetti attori. A riferirlo chi visita le cittadelle del lavoro. Per aspirare a quel compito bisogna imparare, a dir poco, un copione a memoria: raccontare la favoletta delle palestre vicino ai cantieri, delle attività ricreative per i piccini e via dicendo. Chi parla male dell’ospitalità ricevuta o peggio ancora tenta di parlare col diplomatico occidentale di turno viene messo da parte o, come riferisce qualche esperto conoscitore del luogo, messo sotto tortura.

Nel paese dei mondiali i rifugiati diventano un business. Gli schiavi che innalzano gli stadi sono le stesse persone che scappano dalle guerre. Non è un caso che tra chi costruisce le cattedrali nel deserto ci siano soprattutto afghani, siriani, indiani e africani. Questi, al posto di ricevere gli aiuti promessi dalle Ong, finiscono in circolo vizioso, dove le parole all’ordine del giorno sono punizioni, vessazioni e orari massacranti di lavoro. Si tratta di un vero e proprio mercato, gestito da un’associazione, che solo sulla carta si occupa di diritti umani.

I manager dello sfruttamento

In un grattacielo lussuoso, c’è una donna vestita in “abaya”, che seguendo il modello del peggiore ufficio di collocamento, decide le sorti di padri di famiglia, madri e bambini. A questa signora, circondata da collaboratori in “thobe”, tocca appunto coordinare gli arrivi, nonché tenere i rapporti con le ambasciate. Sarà molto probabilmente un caso, ma quasi tutti i diplomatici europei di Kabul, compresi quelli italiani, dopo il ritorno dei talebani, vivono nei palazzi dorati di Doha. Non sono, comunque, i soli a visitare quella che sulla carta dovrebbe essere una onlus. Quest’ultima assume professionisti in tutto il pianeta. Nella squadra, un ruolo fondamentale, ad esempio, è svolto dai “reclutatori”, i quali solo a parole hanno il compito di dare accoglienza a chi ne ha bisogno. Nei fatti, come riferisce più di qualcuno, individuano quei profili che possono rivelarsi utili alla causa dell’edilizia. La squadra del cosiddetto ministero dei rifugiati, però, va oltre quello che qualcuno chiama quarto mondo.

La complicità dell’Occidente

Sia nell’Ue che oltreoceano, il Qatar ha preziosi collaboratori. Questi professionisti, perlopiù quote rosa, hanno il compito di divulgare al pianeta un modello virtuoso di ospitalità, dove si va oltre le diversità e si integra nel migliore dei modi chi lascia la propria patria. A loro tocca organizzare quelle delegazioni parlamentari, che hanno il compito di certificare che tutto sia ok. A tale scopo vengono organizzati viaggi di lusso in hotel a cinque stelle, gite nel deserto e giornate all’insegna dello shopping. Bisogna comunicare le cose buone e le tutele da parte dei datori. Il resto viene prontamente censurato, compresi i dubbi, manifestati da qualche deputato o senatore. Per svolgere questo delicatissimo compito, non vengono scelti esperti della comunicazione, conoscitori delle lingue, professori di diritto, ma semplicemente chi è specializzato nel tenere relazioni o meglio ancora nel corrompere. L’unica priorità è che tutti parlino bene e niente esca fuori dal coro. Ci sono, d’altronde dei veri e propri controllori governativi, che scortano, nei giorni delle visite, chi dovrebbe verificare che muratori, idraulici, imbianchini, camerieri abbiano gli stessi diritti di chi è in Europa, negli Usa o in Canada. L’obiettivo è uno soltanto: far passare la perla dei mondiali come modello di umanità e non di sfruttamento, cancellare le cittadelle del lavoro (di cui abbiamo parlato nella precedente puntata) e farle passare come paradisi di valori e principi. Basta assistere a uno dei tavoli organizzati dall’associazione specializzata in migranti per sentire la solita favoletta dei sindacati all’avanguardia, dei bonus famiglia, delle misure previdenziali e di tutto ciò possa far trasparire la massima civiltà.

Onlus o Minculpop?

La domanda naturale, però, è la seguente: come può parlare di diritti umani chi ancora nel 2022 ha non pochi pregiudizi nei confronti degli omossessuali, chi non accetta qualsiasi tipo di diversità? Qui arriva la seconda mission del gotha dei rifugiati, ovvero quella di nuovo Minculpop. Tutto il pianeta deve sapere che l’emiro e il figlio sono dei generosi benefattori e non dei nuovi “faraoni”, che dai loro palazzi intendono dare lezioni di civiltà. L’unica speranza per i nuovi rifugiati, quindi, è che almeno nelle notti della coppa del mondo possano lasciare per qualche ora il cemento, indossando panni puliti. In questo senso diciamo che una possibilità c’è, considerando che per riempire le tribune di curve di una nazione che non ama il calcio, sarebbero stati costruiti spettatori di legno. Non è da escludere, pertanto, che gli sceicchi chiamino, ancora una volta, la medesima no-profit (per modo di dire) per fare in modo che i soliti afghani, al posto di costruire palazzi si adoperino per battere le mani ai fenomeni del pallone. Alcuni di loro, quelli che chiamano i Kapò, d’altronde, sono dei perfetti attori. A riferirlo chi visita le cittadelle del lavoro. Per aspirare a quel compito bisogna imparare, a dir poco, un copione a memoria: raccontare la favoletta delle palestre vicino ai cantieri, delle attività ricreative per i piccini e via dicendo. Chi parla male dell’ospitalità ricevuta o peggio ancora tenta di parlare col diplomatico occidentale di turno viene messo da parte o, come riferisce qualche esperto conoscitore del luogo, messo sotto tortura.

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