Il calcio è diventato un affare di Stato

Nemmeno il tempo di chiudere la stagione che il calciomercato ha già registrato il suo caso più clamoroso. La stella del Psg e della nazionale francese Kylian Mbappé, in predicato di trasferirsi al Real Madrid, è tornato sui suoi passi e ha firmato il rinnovo con la società. Ora, non ci sarebbe niente di strano se non si trattasse del fatto che Mbappé guadagnerà una somma pari a circa 100 milioni di euro l’anno e, soprattutto, se nella vicenda non avesse giocato un ruolo anche il presidente francese Emmanuel Macron.

È stato lo stesso Mbappé a rivelarlo, confermando le indiscrezioni che già correvano da giorni. Sì, il Capo dello Stato – seppur nel pieno di una crisi mondiale senza precedenti, tra guerra e penuria di materie prime – avrebbe trovato il tempo per parlare al calciatore simbolo del Psg degli Al Thani e lo avrebbe convinto a restare in Francia. Non avrebbero parlato di soldi ma Mbappé ha riferito, durante una conferenza stampa, di sentirsi la responsabilità di essere un campione.

Certo, il pallone è un serbatoio di consensi per la politica. C’è poi la questione del soft power. In Francia, la nazionale (come accaduto nell’ultima vittoria mondiale in Russia quattro anni fa) è tema che da sportivo ci mette pochissimo a diventare politico, con tutti gli addentellati relativi a integrazione e cittadinanza. Ma la questione qui sembra ancora un’altra. Non lo dice nessuno ma Mbappé, a 23 anni, è l’unico autentico fuoriclasse con alte prospettive di ulteriore crescita, non solo sportiva ma soprattutto economiche. L’unico erede possibile, insieme al norvegese Haaland, dei top player Messi e Cr7 ormai avviati sul viale del tramonto. Con tutto quanto ne consegue. In pratica Kylian Mbappé è un asset importante, all’interno di quell’album di figurine ultra miliardarie che si chiama Paris Saint Germain. Insomma, Macron se si è mobilitato è stato (anche) per difendere gli interessi economici francesi. A scorno dei madridisti e della Liga spagnola che già pregustava il campionissimo da esibire per far sottoscrivere nuovi contratti televisivi in giro per il mondo.

Eppure Macron non sembrerebbe l’unico premier a prendere sul serio, forse fin troppo, il pallone. Il Guardian ha rivelato che nel giugno del 2020 il governo britannico avrebbe incoraggiato la Premier League, presieduta all’epoca da Gary Hoffman ad approvare l’acquisto del Newcastle da parte del fondo Pif, riferibile al principe saudita Mohamed bin Salman. Non proprio una novità: la “voce” correva ormai da quasi un anno ma adesso il giornale inglese avrebbe riferito del ruolo tenuto nella vicenda dall’ufficio del ministro agli investimenti esteri lord Gerry Grimstone. Che avrebbe voluto facilitare l’ingresso di nuovi capitali in Gran Bretagna, a onta delle proteste sui diritti civili che pure erano montate quando la notizia dell’interesse saudita al club era diventata di pubblico dominio.

Boris Johnson, che proprio in queste ore ha pure ammesso le sue responsabilità in merito al famigerato “Partygate”, ha però rigettato le ricostruzioni della stampa britannica, smentendo tutto. Comunque sia andata, la verità è che il calcio, prima che uno sport, è oggi un affare internazionale. E gli Stati iniziano a prenderlo davvero sul serio.

Nemmeno il tempo di chiudere la stagione che il calciomercato ha già registrato il suo caso più clamoroso. La stella del Psg e della nazionale francese Kylian Mbappé, in predicato di trasferirsi al Real Madrid, è tornato sui suoi passi e ha firmato il rinnovo con la società. Ora, non ci sarebbe niente di strano se non si trattasse del fatto che Mbappé guadagnerà una somma pari a circa 100 milioni di euro l’anno e, soprattutto, se nella vicenda non avesse giocato un ruolo anche il presidente francese Emmanuel Macron.

È stato lo stesso Mbappé a rivelarlo, confermando le indiscrezioni che già correvano da giorni. Sì, il Capo dello Stato – seppur nel pieno di una crisi mondiale senza precedenti, tra guerra e penuria di materie prime – avrebbe trovato il tempo per parlare al calciatore simbolo del Psg degli Al Thani e lo avrebbe convinto a restare in Francia. Non avrebbero parlato di soldi ma Mbappé ha riferito, durante una conferenza stampa, di sentirsi la responsabilità di essere un campione.

Certo, il pallone è un serbatoio di consensi per la politica. C’è poi la questione del soft power. In Francia, la nazionale (come accaduto nell’ultima vittoria mondiale in Russia quattro anni fa) è tema che da sportivo ci mette pochissimo a diventare politico, con tutti gli addentellati relativi a integrazione e cittadinanza. Ma la questione qui sembra ancora un’altra. Non lo dice nessuno ma Mbappé, a 23 anni, è l’unico autentico fuoriclasse con alte prospettive di ulteriore crescita, non solo sportiva ma soprattutto economiche. L’unico erede possibile, insieme al norvegese Haaland, dei top player Messi e Cr7 ormai avviati sul viale del tramonto. Con tutto quanto ne consegue. In pratica Kylian Mbappé è un asset importante, all’interno di quell’album di figurine ultra miliardarie che si chiama Paris Saint Germain. Insomma, Macron se si è mobilitato è stato (anche) per difendere gli interessi economici francesi. A scorno dei madridisti e della Liga spagnola che già pregustava il campionissimo da esibire per far sottoscrivere nuovi contratti televisivi in giro per il mondo.

Eppure Macron non sembrerebbe l’unico premier a prendere sul serio, forse fin troppo, il pallone. Il Guardian ha rivelato che nel giugno del 2020 il governo britannico avrebbe incoraggiato la Premier League, presieduta all’epoca da Gary Hoffman ad approvare l’acquisto del Newcastle da parte del fondo Pif, riferibile al principe saudita Mohamed bin Salman. Non proprio una novità: la “voce” correva ormai da quasi un anno ma adesso il giornale inglese avrebbe riferito del ruolo tenuto nella vicenda dall’ufficio del ministro agli investimenti esteri lord Gerry Grimstone. Che avrebbe voluto facilitare l’ingresso di nuovi capitali in Gran Bretagna, a onta delle proteste sui diritti civili che pure erano montate quando la notizia dell’interesse saudita al club era diventata di pubblico dominio.

Boris Johnson, che proprio in queste ore ha pure ammesso le sue responsabilità in merito al famigerato “Partygate”, ha però rigettato le ricostruzioni della stampa britannica, smentendo tutto. Comunque sia andata, la verità è che il calcio, prima che uno sport, è oggi un affare internazionale. E gli Stati iniziano a prenderlo davvero sul serio.

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