IL CAVALLO DI TROJAN

 

Il caso intercettazioni tiene sempre banco: dentro e fuori la maggioranza. La premier Meloni difende il ministro Carlo Nordio dagli attacchi dell’opposizione e informa che a breve lo incontrerà per predisporre il cronoprogramma della riforma. Sarà la prova del nove della volontà riformatrice della leader di FdI. Ma quante sono le intercettazioni nel nostro Paese? Nel 2021 i gip hanno autorizzato 94.800 intercettazioni chieste dalle Procure. Il 32% in meno del picco raggiunto nel 2013 quando le autorizzazioni furono 141.169 costando centinaia di milioni di euro. Sempre nel 2021, ultimo dato noto, l’uso dei trojan, i captatori informatici inseriti nei telefonini e nei computer per ascoltare, monitorare e leggere i documenti degli indagati, è stato il 3% dei decreti firmati. Da allora c’è stato un utilizzo abnorme delle intercettazioni, oppure il dibattito tutto politico deve riguardare l’abuso delle intercettazioni e non già la loro essenzialità per contrastare la malavita, quella delle organizzazioni mafiose, dei colletti bianchi e del circuito comune ma ad alto tasso di pericolosità sociale che mina la sicurezza dei cittadini? In una nazione ad alto tasso criminogeno come l’Italia, dove sono presenti le quattro grandi mafie in ordine d’importanza per il loro fatturato (’ndrangheta, mafia, camorra e sacra corona unita), e dove c’è la più grande evasione delle imposte certificata da Bruxelles nella Ue, qual è il messaggio che si rischia di mandare all’opinione pubblica interna, ma anche a quella internazionale, qualora fosse modificato in senso restrittivo l’utilizzo delle captazioni da parte della magistratura? Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, osserva che “l’utilizzo delle intercettazioni non si discute per i reati di mafia, terrorismo e corruzione, quanto al resto andrà disciplinato meglio” ribadendo che l’obiettivo della sua riforma è quello di colpire lo sputtanamento urbis et orbi dei cittadini quando la divulgazione delle loro comunicazioni private non ha attinenza ai reati. Come il caso del governatore veneto Luca Zaia, quando di recente è stato intercettato nell’ambito dell’inchiesta sui tamponi in cui non è indagato e parlava con un dirigente sanitario regionale, lui sì sottoposto ad inchiesta. “Sul fatto che siano uno strumento utile alle indagini non ci piove – sottolinea lo stesso Zaia -, così come che deve essere sempre autorizzato dai gip, la questione nodale è l’uso che si fa delle intercettazioni. Come quando le telefonate personali che non hanno un contenuto investigativo, ma di altro tipo, vengono propalate sui media”. Il doge serenissimo, dunque, rimarca il suo “sì alle intercettazioni, ma vanno riviste le modalità con cui sono ottenute e bisogna impedire che qualcuno possa avere prima i contenuti”. Da parte sua il professor Gian Luigi Gatta, docente di diritto penale, già consigliere giuridico della ministra Cartabia, in audizione alla commissione Giustizia del Senato nell’indagine conoscitiva sulle intercettazioni, afferma che “bisogna evitare il rischio della tela di Penelope, cioè tornare su riforme normative senza tenere conto e misurare gli effetti di quelle precedenti, vale nella riforma delle intercettazioni entrata in vigore nel 2020, la riforma penale, l’abuso d’ufficio”. E se l’ex procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero De Rao, oggi parlamentare del M5S, in commissione Affari Costituzionali alla Camera spiega che “i collaboratori e le intercettazioni sono gli unici strumenti nelle mani degli inquirenti per contrastare mafia, corruzione e varie altre forme di malaffare, perciò è indispensabile assegnare alla nuova commissione Antimafia il compito di verificare se la nuova normativa provocherà effetti negativi e un arretramento dello Stato nel combattere il crimine organizzato”, Enrico Costa, deputato di Azione-Italia Viva e presidente della Giunta per le Autorizzazioni, replica che in vista dell’incontro Meloni-Nordio, il Terzo Polo ha depositato alla Camera proposte di legge sulla separazione delle carriere, il ripristino della prescrizione, la depenalizzazione dell’abuso d’ufficio, la modifica della Severino e il divieto di pubblicazione integrale di ordinanze cautelari (zeppe di intercettazioni), il giudice collegiale per custodia cautelare e la responsabilità civile dei magistrati. Da parte sua il Garante per la privacy, Pasquale Stanzione, in audizione al Senato analizza che “se attuata con rigore la disciplina del 2020 sulle intercettazioni contribuisce a limitare la circolazione di dati personali eccedenti. Il ruolo di vigilanza del pm è centrale sulla trascrivibilità di dati sensibili irrilevanti e di contenuti lesivi della reputazione. La conservazione in archivio dei contenuti stralciati e l’adozione di regole di sicurezza adeguate è la vera scommessa della riforma su come verrà garantita l’effettiva impermeabilità dell’archivio».

 

Il caso intercettazioni tiene sempre banco: dentro e fuori la maggioranza. La premier Meloni difende il ministro Carlo Nordio dagli attacchi dell’opposizione e informa che a breve lo incontrerà per predisporre il cronoprogramma della riforma. Sarà la prova del nove della volontà riformatrice della leader di FdI. Ma quante sono le intercettazioni nel nostro Paese? Nel 2021 i gip hanno autorizzato 94.800 intercettazioni chieste dalle Procure. Il 32% in meno del picco raggiunto nel 2013 quando le autorizzazioni furono 141.169 costando centinaia di milioni di euro. Sempre nel 2021, ultimo dato noto, l’uso dei trojan, i captatori informatici inseriti nei telefonini e nei computer per ascoltare, monitorare e leggere i documenti degli indagati, è stato il 3% dei decreti firmati. Da allora c’è stato un utilizzo abnorme delle intercettazioni, oppure il dibattito tutto politico deve riguardare l’abuso delle intercettazioni e non già la loro essenzialità per contrastare la malavita, quella delle organizzazioni mafiose, dei colletti bianchi e del circuito comune ma ad alto tasso di pericolosità sociale che mina la sicurezza dei cittadini? In una nazione ad alto tasso criminogeno come l’Italia, dove sono presenti le quattro grandi mafie in ordine d’importanza per il loro fatturato (’ndrangheta, mafia, camorra e sacra corona unita), e dove c’è la più grande evasione delle imposte certificata da Bruxelles nella Ue, qual è il messaggio che si rischia di mandare all’opinione pubblica interna, ma anche a quella internazionale, qualora fosse modificato in senso restrittivo l’utilizzo delle captazioni da parte della magistratura? Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, osserva che “l’utilizzo delle intercettazioni non si discute per i reati di mafia, terrorismo e corruzione, quanto al resto andrà disciplinato meglio” ribadendo che l’obiettivo della sua riforma è quello di colpire lo sputtanamento urbis et orbi dei cittadini quando la divulgazione delle loro comunicazioni private non ha attinenza ai reati. Come il caso del governatore veneto Luca Zaia, quando di recente è stato intercettato nell’ambito dell’inchiesta sui tamponi in cui non è indagato e parlava con un dirigente sanitario regionale, lui sì sottoposto ad inchiesta. “Sul fatto che siano uno strumento utile alle indagini non ci piove – sottolinea lo stesso Zaia -, così come che deve essere sempre autorizzato dai gip, la questione nodale è l’uso che si fa delle intercettazioni. Come quando le telefonate personali che non hanno un contenuto investigativo, ma di altro tipo, vengono propalate sui media”. Il doge serenissimo, dunque, rimarca il suo “sì alle intercettazioni, ma vanno riviste le modalità con cui sono ottenute e bisogna impedire che qualcuno possa avere prima i contenuti”. Da parte sua il professor Gian Luigi Gatta, docente di diritto penale, già consigliere giuridico della ministra Cartabia, in audizione alla commissione Giustizia del Senato nell’indagine conoscitiva sulle intercettazioni, afferma che “bisogna evitare il rischio della tela di Penelope, cioè tornare su riforme normative senza tenere conto e misurare gli effetti di quelle precedenti, vale nella riforma delle intercettazioni entrata in vigore nel 2020, la riforma penale, l’abuso d’ufficio”. E se l’ex procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero De Rao, oggi parlamentare del M5S, in commissione Affari Costituzionali alla Camera spiega che “i collaboratori e le intercettazioni sono gli unici strumenti nelle mani degli inquirenti per contrastare mafia, corruzione e varie altre forme di malaffare, perciò è indispensabile assegnare alla nuova commissione Antimafia il compito di verificare se la nuova normativa provocherà effetti negativi e un arretramento dello Stato nel combattere il crimine organizzato”, Enrico Costa, deputato di Azione-Italia Viva e presidente della Giunta per le Autorizzazioni, replica che in vista dell’incontro Meloni-Nordio, il Terzo Polo ha depositato alla Camera proposte di legge sulla separazione delle carriere, il ripristino della prescrizione, la depenalizzazione dell’abuso d’ufficio, la modifica della Severino e il divieto di pubblicazione integrale di ordinanze cautelari (zeppe di intercettazioni), il giudice collegiale per custodia cautelare e la responsabilità civile dei magistrati. Da parte sua il Garante per la privacy, Pasquale Stanzione, in audizione al Senato analizza che “se attuata con rigore la disciplina del 2020 sulle intercettazioni contribuisce a limitare la circolazione di dati personali eccedenti. Il ruolo di vigilanza del pm è centrale sulla trascrivibilità di dati sensibili irrilevanti e di contenuti lesivi della reputazione. La conservazione in archivio dei contenuti stralciati e l’adozione di regole di sicurezza adeguate è la vera scommessa della riforma su come verrà garantita l’effettiva impermeabilità dell’archivio».
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