Il Conte e i baroni

Le ultime vicende del centrosinistra ricordano e non poco le fiabe dei fratelli Grimm. Ci sono i buoni e ovviamente i cattivi. Il principe azzurro è, senza ombra di dubbio, il “Conte del Movimento”. Stiamo parlando, infatti, del professore che sveste i panni da nobile accademico e indossa quelli da condottiero del popolo, della povera gente che non riesce a pagare le bollette e arrivare a fine mese. Ci sono, poi, i “baroni”, ovvero quei signorotti, che arroccati nelle loro roccaforti democratiche, in un periodo in cui l’oro non abbonda per i progressisti, vogliono tenere tutto per sé.

Il monito del saggio

Come nelle migliori delle favole, c’è sempre un saggio a raccontare la realtà, a utilizzare il classico “c’era una volta”. Il giudizioso, questa volta, è Carlo De Benedetti, la famosa tessera numero uno del Pd di Veltroni, che non ha mai fatto mancare il suo sostegno ai dem, ma nemmeno le sue critiche. Critiche che oggi servono per tracciare un ritratto del partito di Letta, che forse per la prima volta vede l’Ingegnere scettico per davvero. “L’attuale segreteria del Nazareno – racconta ai taccuini del Corsera – è stata un disastro perché non ha saputo indicare una sola ragione per cui si dovesse votare il Pd”. Viene raccontato, quindi, quel mondo fantastico, dove appunto sopravvivono vassalli, valvassini e valvassori. Gli unici a vivere bene sono quei figli del feudalesimo, che ubbidiscono a un re fantoccio. Un quadro che fa pensare e non poco al mondo universitario, dove ci sono i professoroni, che consentono solo ai figli di succedergli e a nessuno di emergere.

Il congresso dei baroni

La rappresentazione di tutto ciò sono i protagonisti di quello che dovrebbe essere il congresso della svolta. La prima a scendere in campo Paola De Micheli è l’ultima trovata di un redivivo Pierluigi Bersani. Dario Nardella è il figlio non riconosciuto del vecchio re di Firenze. Stefano Bonaccini, definito da qualcuno la novità, rappresenta la continuità di quel mondo delle cooperative, che non riesce a ritagliarsi uno spazio. Elly Schlein è lo strumento utilizzato da Franceschini per mettere il cappello sulla bandiera dei diritti. Cambiano gli addendi, però, il risultato non cambia. A dominare incontrastati nel momento più triste del centrosinistra , sono i soliti, quelli che De Benedetti definisce “baroni”.

La scossa

Nelle migliori storie, però, c’è sempre un momento in cui accade qualcosa. A dare la scossa, stavolta, sono le dichiarazioni dell’ultimo erede di quell’imprenditoria che tanto piace ai progressisti. De Benedetti , dopo mesi di silenzio, chiede ai “potenti del regno democratico” di farsi da parte, scoprendo così il coperchio del vaso di Pandora o meglio ancora di quella “setta” che impedisce ai propri adepti di esprimersi. Un messaggio, troppo forte, che non può essere ignorato da chi oggi ha le redini della creatura pensata da Veltroni. Ecco perché basta una sola nota per far annunciare le dimissioni del segretario Enrico Letta. Tutti sanno che si tratta di un semplice sfogo. Non ci sarà alcun passo indietro dopo l’assemblea di sabato. Si tratta, comunque, di un chiaro messaggio a quei nobili padri, che intendono sacrificarlo per i propri interessi. L’irritazione contro chi non vuole accelerare la data delle operazioni congressuali è solo una scusa per nascondere la paura di un uomo, ormai sempre più solo e il cui destino è legato esclusivamente ai piani di un “gotha”, che lo costringe a prendere scelte impopolari, in vista delle prossime regionali, pur di sopravvivere nei cari manieri.

La furbizia del forestiero

Quando c’è un malcontento, in ogni storia, c’è sempre qualcuno che cerca di approfittare delle disgrazie altrui. In questo caso, il forestiero arriva da Italia Viva e si chiama Matteo Renzi. Il giglio, sfruttando la mancanza di classe dirigente, le faide interne, impone la linea o meglio ancora quei candidati che preferisce e che gli riconoscono un’indiscussa leadership. Nel Lazio, quindi, costringe Zingaretti ad accettare l’assessore uscente D’Amato, che i sondaggi già danno per sconfitto. In Lombardia, invece, mette i lettiani all’angolo, costringendoli ad imboccare un vicolo cieco chiamato primarie. Tutti sanno, compresi i compagni della prima ora come Zanda, che l’unica che può battere Fontana è la sola Moratti. Ecco perché i dem se vogliono vincere devono per forza sedersi al tavolo del terzo polo, l’unica strada per fermare la marcia di Salvini e di conseguenza il governo. Tutti sanno che una batosta della Lega al Nord, metterebbe in serie difficoltà quella Giorgia che è riuscita ad accattivarsi le simpatie dei grandi del pianeta.

La rivoluzione del compagno Conte

Arriviamo, dunque, alla fine della fiaba, quella in cui c’è bisogno dell’eroe che salva i poveri oppressi. In questo caso, il Robin Hood arriva dal foggiano o più precisamente Volturara Appula. Il nuovo compagno Giuseppe Conte, non solo riapre le vecchie stanze chiuse delle sezioni Pc, ma dimostra ai compagni, che c’è ancora spazio per la rivolta, per scendere in piazza. A capirlo sono gli stessi strateghi dei baroni, i cortigiani più illustri. Non è un caso che il primo a sposare la causa è un tale Goffredo Bettini, che toglie i panni da borghese e si rimette quelli da portavoce dei deboli. Solo così può mettersi al seguito del nuovo “paladino”, che pure con un Fassina qualunque, può far cadere il regno distrutto di Enrico. Udire Bella Ciao, d’altronde, affascina quei giovani democratici in cerca di riscatto. Lo sa bene il capo degli Scientologist a Bruxelles Brando Benifei, il quale non rinuncia a esternare il proprio odio verso i padroni e soprattutto a proferire la verità, ovvero che l’unica strada per salvarsi si chiama “sinistra”. Solo così la storia potrebbe avere un lieto fine e il centrosinistra uscire da quell’incubo chiamato Meloni. Il popolo è stanco delle battaglie femministe della Boldrini, delle esternazioni di Zan e di capi, che pensano solo ai propri fini e non a quelli della loro gente.

Le ultime vicende del centrosinistra ricordano e non poco le fiabe dei fratelli Grimm. Ci sono i buoni e ovviamente i cattivi. Il principe azzurro è, senza ombra di dubbio, il “Conte del Movimento”. Stiamo parlando, infatti, del professore che sveste i panni da nobile accademico e indossa quelli da condottiero del popolo, della povera gente che non riesce a pagare le bollette e arrivare a fine mese. Ci sono, poi, i “baroni”, ovvero quei signorotti, che arroccati nelle loro roccaforti democratiche, in un periodo in cui l’oro non abbonda per i progressisti, vogliono tenere tutto per sé.

Il monito del saggio

Come nelle migliori delle favole, c’è sempre un saggio a raccontare la realtà, a utilizzare il classico “c’era una volta”. Il giudizioso, questa volta, è Carlo De Benedetti, la famosa tessera numero uno del Pd di Veltroni, che non ha mai fatto mancare il suo sostegno ai dem, ma nemmeno le sue critiche. Critiche che oggi servono per tracciare un ritratto del partito di Letta, che forse per la prima volta vede l’Ingegnere scettico per davvero. “L’attuale segreteria del Nazareno – racconta ai taccuini del Corsera – è stata un disastro perché non ha saputo indicare una sola ragione per cui si dovesse votare il Pd”. Viene raccontato, quindi, quel mondo fantastico, dove appunto sopravvivono vassalli, valvassini e valvassori. Gli unici a vivere bene sono quei figli del feudalesimo, che ubbidiscono a un re fantoccio. Un quadro che fa pensare e non poco al mondo universitario, dove ci sono i professoroni, che consentono solo ai figli di succedergli e a nessuno di emergere.

Il congresso dei baroni

La rappresentazione di tutto ciò sono i protagonisti di quello che dovrebbe essere il congresso della svolta. La prima a scendere in campo Paola De Micheli è l’ultima trovata di un redivivo Pierluigi Bersani. Dario Nardella è il figlio non riconosciuto del vecchio re di Firenze. Stefano Bonaccini, definito da qualcuno la novità, rappresenta la continuità di quel mondo delle cooperative, che non riesce a ritagliarsi uno spazio. Elly Schlein è lo strumento utilizzato da Franceschini per mettere il cappello sulla bandiera dei diritti. Cambiano gli addendi, però, il risultato non cambia. A dominare incontrastati nel momento più triste del centrosinistra , sono i soliti, quelli che De Benedetti definisce “baroni”.

La scossa

Nelle migliori storie, però, c’è sempre un momento in cui accade qualcosa. A dare la scossa, stavolta, sono le dichiarazioni dell’ultimo erede di quell’imprenditoria che tanto piace ai progressisti. De Benedetti , dopo mesi di silenzio, chiede ai “potenti del regno democratico” di farsi da parte, scoprendo così il coperchio del vaso di Pandora o meglio ancora di quella “setta” che impedisce ai propri adepti di esprimersi. Un messaggio, troppo forte, che non può essere ignorato da chi oggi ha le redini della creatura pensata da Veltroni. Ecco perché basta una sola nota per far annunciare le dimissioni del segretario Enrico Letta. Tutti sanno che si tratta di un semplice sfogo. Non ci sarà alcun passo indietro dopo l’assemblea di sabato. Si tratta, comunque, di un chiaro messaggio a quei nobili padri, che intendono sacrificarlo per i propri interessi. L’irritazione contro chi non vuole accelerare la data delle operazioni congressuali è solo una scusa per nascondere la paura di un uomo, ormai sempre più solo e il cui destino è legato esclusivamente ai piani di un “gotha”, che lo costringe a prendere scelte impopolari, in vista delle prossime regionali, pur di sopravvivere nei cari manieri.

La furbizia del forestiero

Quando c’è un malcontento, in ogni storia, c’è sempre qualcuno che cerca di approfittare delle disgrazie altrui. In questo caso, il forestiero arriva da Italia Viva e si chiama Matteo Renzi. Il giglio, sfruttando la mancanza di classe dirigente, le faide interne, impone la linea o meglio ancora quei candidati che preferisce e che gli riconoscono un’indiscussa leadership. Nel Lazio, quindi, costringe Zingaretti ad accettare l’assessore uscente D’Amato, che i sondaggi già danno per sconfitto. In Lombardia, invece, mette i lettiani all’angolo, costringendoli ad imboccare un vicolo cieco chiamato primarie. Tutti sanno, compresi i compagni della prima ora come Zanda, che l’unica che può battere Fontana è la sola Moratti. Ecco perché i dem se vogliono vincere devono per forza sedersi al tavolo del terzo polo, l’unica strada per fermare la marcia di Salvini e di conseguenza il governo. Tutti sanno che una batosta della Lega al Nord, metterebbe in serie difficoltà quella Giorgia che è riuscita ad accattivarsi le simpatie dei grandi del pianeta.

La rivoluzione del compagno Conte

Arriviamo, dunque, alla fine della fiaba, quella in cui c’è bisogno dell’eroe che salva i poveri oppressi. In questo caso, il Robin Hood arriva dal foggiano o più precisamente Volturara Appula. Il nuovo compagno Giuseppe Conte, non solo riapre le vecchie stanze chiuse delle sezioni Pc, ma dimostra ai compagni, che c’è ancora spazio per la rivolta, per scendere in piazza. A capirlo sono gli stessi strateghi dei baroni, i cortigiani più illustri. Non è un caso che il primo a sposare la causa è un tale Goffredo Bettini, che toglie i panni da borghese e si rimette quelli da portavoce dei deboli. Solo così può mettersi al seguito del nuovo “paladino”, che pure con un Fassina qualunque, può far cadere il regno distrutto di Enrico. Udire Bella Ciao, d’altronde, affascina quei giovani democratici in cerca di riscatto. Lo sa bene il capo degli Scientologist a Bruxelles Brando Benifei, il quale non rinuncia a esternare il proprio odio verso i padroni e soprattutto a proferire la verità, ovvero che l’unica strada per salvarsi si chiama “sinistra”. Solo così la storia potrebbe avere un lieto fine e il centrosinistra uscire da quell’incubo chiamato Meloni. Il popolo è stanco delle battaglie femministe della Boldrini, delle esternazioni di Zan e di capi, che pensano solo ai propri fini e non a quelli della loro gente.

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