Il continente nero e la rissa elettorale

Cadute una dopo l’altra, come le tessere di un Domino, le ossessioni della campagna elettorale, tessere che disegnavano un arabesco piuttosto nostalgico e rivolto all’interno dei confini nazionali, il Pos, il contante, i ragazzi e i rave, la tassa piatta, il premier prova a cambiare gioco.

È stata lei, questo è fuori discussione, la migliore giocatrice fino a qui, incassando come un pugile addestrato i colpi che venivano sia dai suoi alleati, sia dall’opposizione. Anzi, dalle innumerevoli opposizioni che ancora non trovano un disegno comune e un’idea alternativa del paese. È stata sempre lei che ha virato, finché la prua della nave aveva ancora un po’ d’acqua, dalla cantilena neo sovranista della campagna elettorale a un nuovo disco, ancora non perfettamente accordato, dove la parola destra e la parola Europa provano a modellare un progetto politico che le contenga entrambe. E mentre diventava piuttosto monotona sia l’accusa alla Meloni di avere stravolto la natura del suo programma e dimenticato le promesse fatte in campagna elettorale, sia la difesa della maggioranza che ripeteva ormai da mesi che la colpa è di tutti tranne che la loro, perché al governo c’erano appena arrivati – una mezza palla visto che Salvini e Berlusconi ci stavano dentro tanto quanto Pd e 5 stelle – forse viene proprio dal mondo reale, ben più grande del nostro cortile, la sfida che potrebbe mutare la percezione di un governo che non decolla. Viene da un luogo che sta nel futuro, l’Africa, continente che rappresenta non certo i prossimi mesi, quelli in cui ancora Meloni sarà costretta a vivacchiare, ma i prossimi secoli.

La visita in Algeria, guidata da una dittatura militare, che da un lato dialoga con l’Italia ma dall’altro ha smesso di farlo con l’Europa, tiene insieme tre delle grandi problematiche planetarie che stanno devastando i progetti europei, l’economia occidentale, la sensazione di avere in mano le chiavi del proprio futuro per milioni di cittadini italiani. Perché l’Algeria significa gas, come fino a pochi mesi fa, e nemmeno pochi a contare bene, significava la Russia. La luce di Putin, con cui noi abbiamo smesso ogni relazione dopo l’invasione in Ucraina del febbraio scorso, e che invece mantiene un rapporto solido proprio con l’Africa e l’Algeria. Algeria significa migranti, l’emergenza delle emergenze. In un mondo che sta per sfiorare i dieci miliardi di abitanti e dove, mentre scriviamo, 250 milioni di persone sono in viaggio senza una meta precisa verso quello che un tempo era il paradiso capace di risolvere ogni male e di promettere a tutti un futuro, l’Occidente che oggi vive una delle crisi più profonde della sua storia.

Algeria significa anche un legame con i paesi in via di sviluppo, quelli che noi avevamo chiamato con un acronimo abbastanza orrendo i Brics, quei paesi che nel progetto globale di un mondo a un’unica polarità, dove dollaro ed euro facevano il bello e il cattivo tempo fingendo di non vedere i primi sintomi di una crisi che avrebbe potuto diventare una malattia terminale in pochi anni, sarebbero dovuti emergere appunto secondo un piano che aveva come protagonisti gli Stati Uniti d’America e l’Europa. E invece stanno cambiando direzione, anche in merito allo scenario mondiale che, piaccia o no ai teorici del “Putin è un pazzo e con i pazzi non si parla”, vede invece dal Brasile di Lula alla Cina interlocutori che si stanno lentamente spostando verso un modello planetario a due polarità, che l’Europa fatica ad ammettere, e soprattutto stenta a contrastare con politiche e visioni convincenti, bensì rifugiandosi in una retorica del mondo migliore che, visti i milioni di persone lasciate a loro stesse, e lentamente escluse dalla redistribuzione del reddito e dai benefici delle nostre politiche, lascia un po’ il tempo che trova.

In questo quadro la premier italiana, stigmatizzata fino a pochi mesi fa come la cappa di una destra pericolosa e fascista, antieuropeista, populista, è di fatto da ieri in missione per conto di Bruxelles, in virtù non della sua metamorfosi a migliori e miti consigli democratici, quanto per le proprie sfumature culturali che ha saputo mantenere nel binario della fiducia reciproca con l’Unione e per capire se qualcuno in questo vecchio e strampalato continente autoreferenziale potrà riuscire di nuovo a aprire un dialogo con paesi che non hanno intenzione di sposare in toto il nostro modello, ma al tempo stesso sono indispensabili. Perché il nostro modello non muoia di stenti e di mancanza di nutrimento prima di muovere i primi passi nel nuovo pianeta a due polarità. Staremo a vedere ma certamente la mossa di Meloni è la prima del nuovo orizzonte politico che sta cercando, finora abbastanza sola, di costruire.

Cadute una dopo l’altra, come le tessere di un Domino, le ossessioni della campagna elettorale, tessere che disegnavano un arabesco piuttosto nostalgico e rivolto all’interno dei confini nazionali, il Pos, il contante, i ragazzi e i rave, la tassa piatta, il premier prova a cambiare gioco.

È stata lei, questo è fuori discussione, la migliore giocatrice fino a qui, incassando come un pugile addestrato i colpi che venivano sia dai suoi alleati, sia dall’opposizione. Anzi, dalle innumerevoli opposizioni che ancora non trovano un disegno comune e un’idea alternativa del paese. È stata sempre lei che ha virato, finché la prua della nave aveva ancora un po’ d’acqua, dalla cantilena neo sovranista della campagna elettorale a un nuovo disco, ancora non perfettamente accordato, dove la parola destra e la parola Europa provano a modellare un progetto politico che le contenga entrambe. E mentre diventava piuttosto monotona sia l’accusa alla Meloni di avere stravolto la natura del suo programma e dimenticato le promesse fatte in campagna elettorale, sia la difesa della maggioranza che ripeteva ormai da mesi che la colpa è di tutti tranne che la loro, perché al governo c’erano appena arrivati – una mezza palla visto che Salvini e Berlusconi ci stavano dentro tanto quanto Pd e 5 stelle – forse viene proprio dal mondo reale, ben più grande del nostro cortile, la sfida che potrebbe mutare la percezione di un governo che non decolla. Viene da un luogo che sta nel futuro, l’Africa, continente che rappresenta non certo i prossimi mesi, quelli in cui ancora Meloni sarà costretta a vivacchiare, ma i prossimi secoli.

La visita in Algeria, guidata da una dittatura militare, che da un lato dialoga con l’Italia ma dall’altro ha smesso di farlo con l’Europa, tiene insieme tre delle grandi problematiche planetarie che stanno devastando i progetti europei, l’economia occidentale, la sensazione di avere in mano le chiavi del proprio futuro per milioni di cittadini italiani. Perché l’Algeria significa gas, come fino a pochi mesi fa, e nemmeno pochi a contare bene, significava la Russia. La luce di Putin, con cui noi abbiamo smesso ogni relazione dopo l’invasione in Ucraina del febbraio scorso, e che invece mantiene un rapporto solido proprio con l’Africa e l’Algeria. Algeria significa migranti, l’emergenza delle emergenze. In un mondo che sta per sfiorare i dieci miliardi di abitanti e dove, mentre scriviamo, 250 milioni di persone sono in viaggio senza una meta precisa verso quello che un tempo era il paradiso capace di risolvere ogni male e di promettere a tutti un futuro, l’Occidente che oggi vive una delle crisi più profonde della sua storia.

Algeria significa anche un legame con i paesi in via di sviluppo, quelli che noi avevamo chiamato con un acronimo abbastanza orrendo i Brics, quei paesi che nel progetto globale di un mondo a un’unica polarità, dove dollaro ed euro facevano il bello e il cattivo tempo fingendo di non vedere i primi sintomi di una crisi che avrebbe potuto diventare una malattia terminale in pochi anni, sarebbero dovuti emergere appunto secondo un piano che aveva come protagonisti gli Stati Uniti d’America e l’Europa. E invece stanno cambiando direzione, anche in merito allo scenario mondiale che, piaccia o no ai teorici del “Putin è un pazzo e con i pazzi non si parla”, vede invece dal Brasile di Lula alla Cina interlocutori che si stanno lentamente spostando verso un modello planetario a due polarità, che l’Europa fatica ad ammettere, e soprattutto stenta a contrastare con politiche e visioni convincenti, bensì rifugiandosi in una retorica del mondo migliore che, visti i milioni di persone lasciate a loro stesse, e lentamente escluse dalla redistribuzione del reddito e dai benefici delle nostre politiche, lascia un po’ il tempo che trova.

In questo quadro la premier italiana, stigmatizzata fino a pochi mesi fa come la cappa di una destra pericolosa e fascista, antieuropeista, populista, è di fatto da ieri in missione per conto di Bruxelles, in virtù non della sua metamorfosi a migliori e miti consigli democratici, quanto per le proprie sfumature culturali che ha saputo mantenere nel binario della fiducia reciproca con l’Unione e per capire se qualcuno in questo vecchio e strampalato continente autoreferenziale potrà riuscire di nuovo a aprire un dialogo con paesi che non hanno intenzione di sposare in toto il nostro modello, ma al tempo stesso sono indispensabili. Perché il nostro modello non muoia di stenti e di mancanza di nutrimento prima di muovere i primi passi nel nuovo pianeta a due polarità. Staremo a vedere ma certamente la mossa di Meloni è la prima del nuovo orizzonte politico che sta cercando, finora abbastanza sola, di costruire.

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