Il crac vigilanza

Che cosa sarebbe successo nel crac da 5 miliardi di euro della Banca Popolare di Vicenza, fotografato nel 2015 dal tribunale, se nel 2012 la Banca d’Italia una volta scoperto il fenomeno delle “operazioni baciate”, che furono una delle concause del tracollo per avere minato il capitale di rischio, avesse preteso il cambio della governance dell’istituto?

A questa domanda finora nessuno ha mai risposto. Il film del dissesto di una delle più importanti banche italiane che ha danneggiato gravemente 116 mila soci risparmiatori in diverse regioni (Veneto, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Emilia Romagna, Toscana, Lazio, e Sicilia) sarebbe stato diverso. La stessa Corte d’Appello di Venezia, implicitamente, ne ha preso atto. Tanto che con il verdetto del 10 ottobre scorso che ha condannato l’ex presidente Gianni Zonin a 3 anni 11 mesi di reclusione per aggiotaggio e ostacolo all’attività vigilanza – pena quasi dimezzata rispetto al tribunale perché alcuni reati sono prescritti – , ha escluso che Banca d’Italia e Consob siano state vittime dei colletti bianchi che vestirono panni criminali.

Il dato più clamoroso del processo bis, oltre alle condanne di Zonin e di quattro manager – l’unico assolto è stato di nuovo il consigliere di amministrazione ed ex presidente di Confindustria Vicenza, Giuseppe Zigliotto –, è stata la revoca della confisca per equivalente a carico degli imputati dell’importo di 963 milioni di euro in favore dello Stato e la revoca della provvisionale in favore di Banca d’Italia e Consob. Appunto perché la Vigilanza, ma bisognerà leggere i motivi, secondo i giudici non ha agito con diligenza.

“Finalmente è stato riconosciuto quello che sosteniamo da anni – spiega Michele Vettore, avvocato di molte vittime – e cioè che Bankitalia già con l’ispezione del 2012 era stata informata dell’esistenza del fenomeno delle “baciate. Ma sorvolò. Il teste Claudio Ambrosini, funzionario di BpVi, in aula ha spiegato di avere “fornito all’ispettore Gennaro Sansone le posizioni di una ventina di “baciate”, ma la vigilanza non prese alcuna decisione. Una circostanza molto grave”. Così dopo quella ispezione nel biennio 2013-2014 BpVi eseguì ulteriori aumenti fittizi di capitale per centinaia di milioni di euro minando la solidità dell’istituto come certificarono nel 2015 agli ispettori della Bce per mancanza del rispetto dei requisiti patrimoniali.

Il punto non è secondario, nonostante la Procura della Repubblica di Vicenza, che ha peraltro perseguito con successo i principali responsabili della liquidazione amministrativa coatta della banca – in attesa del verdetto in tribunale previsto a novembre contro l’ad e dg Samuele Sorato, per il quale sono stati chiesti 11 anni di reclusione – abbia sempre sostenuto che gli ispettori di Bankitalia fossero stati fuorviati.

“Il teste Sansone si è contraddetto più volte”, afferma Vettore. In Corte d’Appello l’ispettore della vigilanza Sansone ha detto: “Nel 2016 e 2017 ho reso risposte ai magistrati che mi sentivano come testimone che non sono in grado di confermare». E all’avvocato di Sorato che gli chiedeva: «Lei capisce che è poco credibile che per due volte abbia sottoscritto verbali davanti ai pm che oggi smentisce?». «Sì», è la risposta dell’ispettore. Dunque, in Appello ci sono stati due passaggi chiave che hanno avuto peso sulla sentenza. Il pentimento del vicedirettore generale Emanuele Giustini che ha cambiato linea ottenendo un sensibile sconto di pena (2 anni 7 mesi rispetto agli oltre 6 anni del marzo 2021) e il ruolo di Bankitalia. Come chiedevano gli avvocati Renato Bertelle e Michele Vettore, a nome delle parti civili, che hanno ottenuto i sequestri sui beni di Zonin per oltre 20 milioni di euro. Ciò che l’ex presidente di BpVi, difeso dall’avv. Enrico Ambrosetti, non è riuscito a schermare sono il palazzo di Vicenza e la villa di Montebello Vicentino, sottoposte a sequestro. La titolarità delle azioni della Casa vinicola Zonin era già state trasferite ai figli da anni. L’altro sequestro conservativo è stato sul 2% delle quote della rinomata Tenuta Rocca di Montemassi intestate a Silvana Zuffellato, moglie dell’imprenditore banchiere.
Anche Giampaolo Scardone, capo degli ispettori di Bankitalia nell’ispezione del 2012, ai pm Salvadori e Pipeschi e ai finanzieri che indagavano sul crac, escluse categoricamente che “esponenti di BpVi abbiano comunicato l’esistenza del fenomeno dei finanziamenti correlati, appunto le “baciate”, durante l’ispezione 2012”.

È un dato in contraddizione con quanto riferito ai giudici dal funzionario Ambrosino. Del resto, come ebbe a dire il senatore Bruno Tabacci il 25 ottobre 2017 in Commissione parlamentare d’inchiesta sulle popolari venete – in Corte d’Appello è atteso nelle prossime settimane anche il verdetto contro Vincenzo Consoli già condannato in primo grado a 4 anni di reclusione per il crac di Veneto Banca -, il sistema Zonin prevedeva la “cattura dei controllori”, ovvero sia dirigenti e funzionari della Banca d’Italia, che dopo essere andati in pensione andavano a lavorare in BpVi. Tra di loro “anche ufficiali della guardia di finanza e magistrati” per influenzare le ispezioni grazie alla loro autorevolezza.

Che cosa sarebbe successo nel crac da 5 miliardi di euro della Banca Popolare di Vicenza, fotografato nel 2015 dal tribunale, se nel 2012 la Banca d’Italia una volta scoperto il fenomeno delle “operazioni baciate”, che furono una delle concause del tracollo per avere minato il capitale di rischio, avesse preteso il cambio della governance dell’istituto?

A questa domanda finora nessuno ha mai risposto. Il film del dissesto di una delle più importanti banche italiane che ha danneggiato gravemente 116 mila soci risparmiatori in diverse regioni (Veneto, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Emilia Romagna, Toscana, Lazio, e Sicilia) sarebbe stato diverso. La stessa Corte d’Appello di Venezia, implicitamente, ne ha preso atto. Tanto che con il verdetto del 10 ottobre scorso che ha condannato l’ex presidente Gianni Zonin a 3 anni 11 mesi di reclusione per aggiotaggio e ostacolo all’attività vigilanza – pena quasi dimezzata rispetto al tribunale perché alcuni reati sono prescritti – , ha escluso che Banca d’Italia e Consob siano state vittime dei colletti bianchi che vestirono panni criminali.

Il dato più clamoroso del processo bis, oltre alle condanne di Zonin e di quattro manager – l’unico assolto è stato di nuovo il consigliere di amministrazione ed ex presidente di Confindustria Vicenza, Giuseppe Zigliotto –, è stata la revoca della confisca per equivalente a carico degli imputati dell’importo di 963 milioni di euro in favore dello Stato e la revoca della provvisionale in favore di Banca d’Italia e Consob. Appunto perché la Vigilanza, ma bisognerà leggere i motivi, secondo i giudici non ha agito con diligenza.

“Finalmente è stato riconosciuto quello che sosteniamo da anni – spiega Michele Vettore, avvocato di molte vittime – e cioè che Bankitalia già con l’ispezione del 2012 era stata informata dell’esistenza del fenomeno delle “baciate. Ma sorvolò. Il teste Claudio Ambrosini, funzionario di BpVi, in aula ha spiegato di avere “fornito all’ispettore Gennaro Sansone le posizioni di una ventina di “baciate”, ma la vigilanza non prese alcuna decisione. Una circostanza molto grave”. Così dopo quella ispezione nel biennio 2013-2014 BpVi eseguì ulteriori aumenti fittizi di capitale per centinaia di milioni di euro minando la solidità dell’istituto come certificarono nel 2015 agli ispettori della Bce per mancanza del rispetto dei requisiti patrimoniali.

Il punto non è secondario, nonostante la Procura della Repubblica di Vicenza, che ha peraltro perseguito con successo i principali responsabili della liquidazione amministrativa coatta della banca – in attesa del verdetto in tribunale previsto a novembre contro l’ad e dg Samuele Sorato, per il quale sono stati chiesti 11 anni di reclusione – abbia sempre sostenuto che gli ispettori di Bankitalia fossero stati fuorviati.

“Il teste Sansone si è contraddetto più volte”, afferma Vettore. In Corte d’Appello l’ispettore della vigilanza Sansone ha detto: “Nel 2016 e 2017 ho reso risposte ai magistrati che mi sentivano come testimone che non sono in grado di confermare». E all’avvocato di Sorato che gli chiedeva: «Lei capisce che è poco credibile che per due volte abbia sottoscritto verbali davanti ai pm che oggi smentisce?». «Sì», è la risposta dell’ispettore. Dunque, in Appello ci sono stati due passaggi chiave che hanno avuto peso sulla sentenza. Il pentimento del vicedirettore generale Emanuele Giustini che ha cambiato linea ottenendo un sensibile sconto di pena (2 anni 7 mesi rispetto agli oltre 6 anni del marzo 2021) e il ruolo di Bankitalia. Come chiedevano gli avvocati Renato Bertelle e Michele Vettore, a nome delle parti civili, che hanno ottenuto i sequestri sui beni di Zonin per oltre 20 milioni di euro. Ciò che l’ex presidente di BpVi, difeso dall’avv. Enrico Ambrosetti, non è riuscito a schermare sono il palazzo di Vicenza e la villa di Montebello Vicentino, sottoposte a sequestro. La titolarità delle azioni della Casa vinicola Zonin era già state trasferite ai figli da anni. L’altro sequestro conservativo è stato sul 2% delle quote della rinomata Tenuta Rocca di Montemassi intestate a Silvana Zuffellato, moglie dell’imprenditore banchiere.
Anche Giampaolo Scardone, capo degli ispettori di Bankitalia nell’ispezione del 2012, ai pm Salvadori e Pipeschi e ai finanzieri che indagavano sul crac, escluse categoricamente che “esponenti di BpVi abbiano comunicato l’esistenza del fenomeno dei finanziamenti correlati, appunto le “baciate”, durante l’ispezione 2012”.

È un dato in contraddizione con quanto riferito ai giudici dal funzionario Ambrosino. Del resto, come ebbe a dire il senatore Bruno Tabacci il 25 ottobre 2017 in Commissione parlamentare d’inchiesta sulle popolari venete – in Corte d’Appello è atteso nelle prossime settimane anche il verdetto contro Vincenzo Consoli già condannato in primo grado a 4 anni di reclusione per il crac di Veneto Banca -, il sistema Zonin prevedeva la “cattura dei controllori”, ovvero sia dirigenti e funzionari della Banca d’Italia, che dopo essere andati in pensione andavano a lavorare in BpVi. Tra di loro “anche ufficiali della guardia di finanza e magistrati” per influenzare le ispezioni grazie alla loro autorevolezza.

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