Il diario del caro estinto

Il medico rianimatore Paolo Demo è consapevole dell’atroce fine verso cui si sta lentamente avviando. La causa è il batterio killer chimaera che l’ha aggredito in sala operatoria durante la sostituzione di una valvola aortica e che purtroppo non gli dà più scampo. Egli con scrupolo professionale tiene un puntuale diario clinico che si trasformerà nel potente capo d’accusa contro le lacune e le inadempienze dell’Azienda sanitaria Ulss 8 Berica e della multinazionale Livanova-Sorin. Quest’ultima è la produttrice del macchinario in cui si era insinuato il batterio che ha provocato l’infezione fatale. Dopo due anni di processo civile il tribunale di Vicenza giunge alla conclusione che c’è piena responsabilità, al 50% ciascuno dei due principali convenuti, appunto l’Ulss e l’azienda che costruisce i sofisticati dispositivi, per il decesso di Demo e li condanna a risarcire alla moglie e alle due figlie del 66enne professionista vicentino 1,2 milioni di euro e 60 mila euro di spese legali.
EMERGENZA
Il caso chimaera si trasforma in una sorta di emergenza sanitaria in più regioni e spinge il ministero della Salute a predisporre una procedura standardizzata per segnalare i casi che piovono da diverse parti d’Italia, grazie alle osservazioni di Demo (nella foto) che purtroppo aveva fatto da cavia. Quando egli comincia a stare male inizia a studiare la letteratura scientifica sull’organismo unicellulare microscopico che lo sta uccidendo un po’ alla volta e consegna al suo avvocato Pier Carlo Scarlassara un dossier alla base della citazione. Il medico rianimatore viene operato in cardiochirurgia a Vicenza il 7 gennaio 2016. Gli viene sostituita la valvola aortica e durante l’intervento, che sotto il profilo clinico riesce perfettamente, per regolare la temperatura del sangue in circolazione extracorporea i cardiochirughi utilizzano dei serbatoi d’acqua che fanno parte dei dispositivi per il raffreddamento e riscaldamento realizzati da Livanova-Sorin. Il problema è che questi macchinari vengono infettati dal mycobacterium chimaera che sviluppa una pellicola che contagia il sangue. La difesa della ditta costruttrice afferma che fin dal 2014 aveva informato l’Azienda ospedaliera di Vicenza del problema. Dunque era “importante assicurarsi che il personale fosse consapevole del rischio associato ai microbatteri, nonché revisionare le procedure igieniche e chirurgiche in sala operatoria cardiochirurgica”. Anche l’Ulss contestava la propria responsabilità affermando che Demo si era recato in ospedale il 12 dicembre 2017, cioè a quasi due anni dall’intervento, lamentandosi per una tumefazione a livello dello sterno. Tuttavia, dopo un’approfondita analisi svolta dai periti incaricati dal giudice Eloisa Pesenti, quest’ultima ha concluso che “il decesso del dott. Paolo Demo è stato causato dalla con corrente responsabilità dell’azienda Livanova-Sorin produttrice dei macchinari e della convenuta Ulss 8 per carente disinfezione dei macchinari e dell’ambiente operatorio”. L’ospedale, sottolinea la sentenza, non aveva “documentato di avere provveduto nemmeno ai campionamenti bisettimanali raccomandati dalla produttrice”. Inoltre, per il giudice la multinazionale è corresponsabile perché in atti non è emersa la prova che anche con la disinfezione sarebbe stato prevenuto il rischio contagio.
NAZIONALE
La questione di fondo è che quella di Demo non è l’unica tragedia legata al batterio chimaera che ha coinvolto i cadiopatici. Tanto è vero che l’Osservatorio delle malattie rare in un proprio documento spiegava che “a 10 ottobre 2019 sono stati segnalati al ministero della Salute 36 casi confermati di mycobacterium chimaera, e due possibili di infezione invasiva, inclusi 21 decessi in Calabria, Emila-Romagna, Piemonte e Veneto”. Proprio in Veneto dopo la morte di Demo la Regione aveva richiamato migliaia di pazienti che erano stati operati tra il 2014 e il 2018 e che erano stati sottoposti alla circolazione extracorporea mediante i dispositivi della Livanova-Sorin. Anche successivamente il ministero ha diramato circolari per sensibilizzare i cardiochirurghi a segnalare tutti i casi di infezione da mycobacterium chimaera in “soggetti precedentemente sottoposti a intervento chirurgico con impiego dei dispositivi” di Livanova-Sorin. Si chiedeva anche la costituzione di un “registro con valenza prospettica”, laddove non fosse stato ancora predisposto, per delineare una rete che “faccia capo a un riferimento clinico-specialistico regionale/interregionale”per proteggere i pazienti asintomatici che avrebbero potuto essere colpiti dal batterio che si propaga lentamente. Addirittura si invitavano le aziende ospedaliere italiane che utilizzavano i dispositivi di Livanova-Sorin per gli interventi a torace aperto a informare tutti i pazienti che si erano sottoposti dal 2010 in poi alle operazioni a mettersi in contatto subito “con il medico di medicina generale o il centro di riferimento clinico-specialistico in caso di comparsa di disturbi compatibili con l’infezione”.
Il medico rianimatore Paolo Demo è consapevole dell’atroce fine verso cui si sta lentamente avviando. La causa è il batterio killer chimaera che l’ha aggredito in sala operatoria durante la sostituzione di una valvola aortica e che purtroppo non gli dà più scampo. Egli con scrupolo professionale tiene un puntuale diario clinico che si trasformerà nel potente capo d’accusa contro le lacune e le inadempienze dell’Azienda sanitaria Ulss 8 Berica e della multinazionale Livanova-Sorin. Quest’ultima è la produttrice del macchinario in cui si era insinuato il batterio che ha provocato l’infezione fatale. Dopo due anni di processo civile il tribunale di Vicenza giunge alla conclusione che c’è piena responsabilità, al 50% ciascuno dei due principali convenuti, appunto l’Ulss e l’azienda che costruisce i sofisticati dispositivi, per il decesso di Demo e li condanna a risarcire alla moglie e alle due figlie del 66enne professionista vicentino 1,2 milioni di euro e 60 mila euro di spese legali.
EMERGENZA
Il caso chimaera si trasforma in una sorta di emergenza sanitaria in più regioni e spinge il ministero della Salute a predisporre una procedura standardizzata per segnalare i casi che piovono da diverse parti d’Italia, grazie alle osservazioni di Demo (nella foto) che purtroppo aveva fatto da cavia. Quando egli comincia a stare male inizia a studiare la letteratura scientifica sull’organismo unicellulare microscopico che lo sta uccidendo un po’ alla volta e consegna al suo avvocato Pier Carlo Scarlassara un dossier alla base della citazione. Il medico rianimatore viene operato in cardiochirurgia a Vicenza il 7 gennaio 2016. Gli viene sostituita la valvola aortica e durante l’intervento, che sotto il profilo clinico riesce perfettamente, per regolare la temperatura del sangue in circolazione extracorporea i cardiochirughi utilizzano dei serbatoi d’acqua che fanno parte dei dispositivi per il raffreddamento e riscaldamento realizzati da Livanova-Sorin. Il problema è che questi macchinari vengono infettati dal mycobacterium chimaera che sviluppa una pellicola che contagia il sangue. La difesa della ditta costruttrice afferma che fin dal 2014 aveva informato l’Azienda ospedaliera di Vicenza del problema. Dunque era “importante assicurarsi che il personale fosse consapevole del rischio associato ai microbatteri, nonché revisionare le procedure igieniche e chirurgiche in sala operatoria cardiochirurgica”. Anche l’Ulss contestava la propria responsabilità affermando che Demo si era recato in ospedale il 12 dicembre 2017, cioè a quasi due anni dall’intervento, lamentandosi per una tumefazione a livello dello sterno. Tuttavia, dopo un’approfondita analisi svolta dai periti incaricati dal giudice Eloisa Pesenti, quest’ultima ha concluso che “il decesso del dott. Paolo Demo è stato causato dalla con corrente responsabilità dell’azienda Livanova-Sorin produttrice dei macchinari e della convenuta Ulss 8 per carente disinfezione dei macchinari e dell’ambiente operatorio”. L’ospedale, sottolinea la sentenza, non aveva “documentato di avere provveduto nemmeno ai campionamenti bisettimanali raccomandati dalla produttrice”. Inoltre, per il giudice la multinazionale è corresponsabile perché in atti non è emersa la prova che anche con la disinfezione sarebbe stato prevenuto il rischio contagio.
NAZIONALE
La questione di fondo è che quella di Demo non è l’unica tragedia legata al batterio chimaera che ha coinvolto i cadiopatici. Tanto è vero che l’Osservatorio delle malattie rare in un proprio documento spiegava che “a 10 ottobre 2019 sono stati segnalati al ministero della Salute 36 casi confermati di mycobacterium chimaera, e due possibili di infezione invasiva, inclusi 21 decessi in Calabria, Emila-Romagna, Piemonte e Veneto”. Proprio in Veneto dopo la morte di Demo la Regione aveva richiamato migliaia di pazienti che erano stati operati tra il 2014 e il 2018 e che erano stati sottoposti alla circolazione extracorporea mediante i dispositivi della Livanova-Sorin. Anche successivamente il ministero ha diramato circolari per sensibilizzare i cardiochirurghi a segnalare tutti i casi di infezione da mycobacterium chimaera in “soggetti precedentemente sottoposti a intervento chirurgico con impiego dei dispositivi” di Livanova-Sorin. Si chiedeva anche la costituzione di un “registro con valenza prospettica”, laddove non fosse stato ancora predisposto, per delineare una rete che “faccia capo a un riferimento clinico-specialistico regionale/interregionale”per proteggere i pazienti asintomatici che avrebbero potuto essere colpiti dal batterio che si propaga lentamente. Addirittura si invitavano le aziende ospedaliere italiane che utilizzavano i dispositivi di Livanova-Sorin per gli interventi a torace aperto a informare tutti i pazienti che si erano sottoposti dal 2010 in poi alle operazioni a mettersi in contatto subito “con il medico di medicina generale o il centro di riferimento clinico-specialistico in caso di comparsa di disturbi compatibili con l’infezione”.
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