IL DIO PERDUTO

 

 Ogni volta che entravo in una delle tantissime meravigliose chiese sparse in lungo e in largo nella nostra penisola, oltre alla meraviglia che mi invadeva nel trovarmi in un luogo ricco di capolavori d’ogni genere, una domanda mi assaliva: perché l’uomo non è più capace di esprimere il suo genio artistico in questo modo? Perché non si progettano e realizzano opere, monumenti, chiese, capaci di rispecchiare un momento storico contingente, con i suoi più diversi caratteri, con i suoi ideali, con i suoi sentimenti? Ho cercato spesso dentro di me una risposta. Ho pensato alla crisi del pensiero che ci attraversa, all’incapacità di esprimere la meraviglia, perché al pensiero e alla meraviglia abbiamo da tempo rinunciato per non saper sostare e guardarci intorno, scoprire ciò che la natura ci regala costantemente, o guardare negli occhi chi abbiamo di fronte, per cogliere quel lampo d’umanità che tutti sfiora e ci rende simili nell’espressione della nostra essenza. O ancora, il non saper scrutare quanto alberga nell’animo e dargli senso ed espressione. Ho detto a me stesso che è inconciliabile esprimere la bellezza con la fretta, con la frenesia del fare continuo, con la voglia di apparire, di individualismo, di possesso, con la mancanza di attenzione, dell’accorgersi, che ci attanagliano. Con l’incapacità di saper ascoltare, indagare, capire, considerare, attendere, credere e sperare. Ero convinto che questi fossero i soli caratteri che individuassero l’incapacità di saper costruire opere così invase di bellezza e di maestosità. Finché un giorno, entrato in una basilica, mentre come un bambino mi trovavo immerso nello stupore che tanta espressione di creatività mi procurava, si è avvicinato un frate cappuccino, un po’ trafelato per la fretta di arrivare prima della chiusura della chiesa, il quale vedendomi così assorto, mi ha domandato: “è rimasto incantato davanti a tanto splendore?”. “E come non si potrebbe?”, gli risposi. E lui, di getto: “Succedeva anche a me… Sempre!”

Nel suo sguardo aleggiava un senso di soddisfazione evidente e di appagamento. Quell’espressione mi diede il coraggio di domandargli se anche lui, di fronte a tanta arte e sensibilità, non si fosse, come me, domandato perché non si è più capaci di riproporre opere simili. E se una risposta se la fosse data. Lui, non si fece pregare, e, con un leggero sorriso e muovendo la testa in segno d’assenso, mi disse: “Certo, anch’io me lo sono chiesto tante volte… e tante risposte mi sono dato. Ma solo una alla fine ho trovato valida”. A questo punto fece una pausa, respirò profondamente e poi aggiunse, con uno sguardo che abbracciava quanto c’era di fronte a noi: “perché abbiamo perso Dio!”. Più e più volte ho pensato a quella risposta, e più e più volte l’ho sempre trovata coerente con quanto sta accadendo all’uomo d’oggi. E’ vero abbiamo smarrito il contatto con il sovraumano, con il trascendente, con quella parte di noi, della nostra espressione, della nostra umanità, che non trova spiegazioni nella ragione, che va oltre la materia e confina con il mistero, che non solo noi avvolge, ma anche quanto accanto a noi vive e palpita. E abbiamo perduto il contatto con la finitezza. Quel sentimento che ci fa pensare che tutto è nel limite. Concetto che dovrebbe spingerci a guardare la vita come un dono meraviglioso al quale offrire il meglio di noi stessi, godendo e rispettando quanto abbiamo ricevuto, domandandoci da dove viene tutto ciò. E con la finitezza s’è smarrito il senso d’umiltà. Quell’atteggiamento che dispone alla comprensione e alla ricerca costante dei perché che governano la vita. Siamo troppo presi e sottomessi al nostro ego che ci spinge a farci apprezzare dagli altri non per i nostri contenuti etici, d’umanità o culturali, ma per quelli che nascono dalla capacità di convincimento, di carriera, di successo, per dare senso al sovraumano, alla bellezza, alla finitezza, all’umiltà.

Noi siamo diventati la nostra divinità! Siamo la nostra religione! Salvo poi scoprire d’essere invece la nostra solitudine, la nostra vacuità, il nostro nulla. Solitudine, vacuità e nulla che tornano prepotenti ad albergare nelle menti e a chiederci il conto, che sfoga nella fobia, nella depressione, nell’incapacità di trovare in qualcosa o in qualcuno la bussola per accedere al giusto orientamento. Di fronte a tutto ciò dovremmo fermarci a riflettere, a capire chi siamo diventati e perché, e dove stiamo andando. Ma non ci riusciamo. Siamo troppo lontani da noi stessi per avere il coraggio di rivoluzionare il nostro vissuto e tornare a ritrovare il senso e la ragione della vita, sapendo anche sporgere lo sguardo oltre il tangibile e il visibile. Quelle chiese meravigliose, ricche di pensiero e d’arte, colme di riproduzioni di scene divine e umane, dove si evidenziano e si mescolano, come nella vita, la miseria e la bellezza, verità e misura dell’uomo, avevano una logica: quella di donare al Padre del mondo un segno tangibile di ringraziamento e di devozione. Ma anche l’essere un luogo con cui idealmente con Lui dialogare per trovare e ricevere quella scintilla di luce, che sola può squarciare le tenebre nelle quali ogni umanità rischia, continuamente, di precipitare. Quelle opere d’arte erano e sono l’espressione dell’intelligenza, della creatività, della sensibilità, dell’umiltà e del sentimento umani. Le sole qualità che riescono a elevare l’essere in una dimensione che oltrepassa la materia, fino a ricercare e sfiorare il contatto con il trascendente.Platone ha detto: “soltanto la dimensione divina, implicando il Bene assoluto, consente all’umano di raggiungere pienamente la propria misura. A condizione, s’intende, che l’umano non si creda divino”.

Romolo Paradiso

 

 Ogni volta che entravo in una delle tantissime meravigliose chiese sparse in lungo e in largo nella nostra penisola, oltre alla meraviglia che mi invadeva nel trovarmi in un luogo ricco di capolavori d’ogni genere, una domanda mi assaliva: perché l’uomo non è più capace di esprimere il suo genio artistico in questo modo? Perché non si progettano e realizzano opere, monumenti, chiese, capaci di rispecchiare un momento storico contingente, con i suoi più diversi caratteri, con i suoi ideali, con i suoi sentimenti? Ho cercato spesso dentro di me una risposta. Ho pensato alla crisi del pensiero che ci attraversa, all’incapacità di esprimere la meraviglia, perché al pensiero e alla meraviglia abbiamo da tempo rinunciato per non saper sostare e guardarci intorno, scoprire ciò che la natura ci regala costantemente, o guardare negli occhi chi abbiamo di fronte, per cogliere quel lampo d’umanità che tutti sfiora e ci rende simili nell’espressione della nostra essenza. O ancora, il non saper scrutare quanto alberga nell’animo e dargli senso ed espressione. Ho detto a me stesso che è inconciliabile esprimere la bellezza con la fretta, con la frenesia del fare continuo, con la voglia di apparire, di individualismo, di possesso, con la mancanza di attenzione, dell’accorgersi, che ci attanagliano. Con l’incapacità di saper ascoltare, indagare, capire, considerare, attendere, credere e sperare. Ero convinto che questi fossero i soli caratteri che individuassero l’incapacità di saper costruire opere così invase di bellezza e di maestosità. Finché un giorno, entrato in una basilica, mentre come un bambino mi trovavo immerso nello stupore che tanta espressione di creatività mi procurava, si è avvicinato un frate cappuccino, un po’ trafelato per la fretta di arrivare prima della chiusura della chiesa, il quale vedendomi così assorto, mi ha domandato: “è rimasto incantato davanti a tanto splendore?”. “E come non si potrebbe?”, gli risposi. E lui, di getto: “Succedeva anche a me… Sempre!”

Nel suo sguardo aleggiava un senso di soddisfazione evidente e di appagamento. Quell’espressione mi diede il coraggio di domandargli se anche lui, di fronte a tanta arte e sensibilità, non si fosse, come me, domandato perché non si è più capaci di riproporre opere simili. E se una risposta se la fosse data. Lui, non si fece pregare, e, con un leggero sorriso e muovendo la testa in segno d’assenso, mi disse: “Certo, anch’io me lo sono chiesto tante volte… e tante risposte mi sono dato. Ma solo una alla fine ho trovato valida”. A questo punto fece una pausa, respirò profondamente e poi aggiunse, con uno sguardo che abbracciava quanto c’era di fronte a noi: “perché abbiamo perso Dio!”. Più e più volte ho pensato a quella risposta, e più e più volte l’ho sempre trovata coerente con quanto sta accadendo all’uomo d’oggi. E’ vero abbiamo smarrito il contatto con il sovraumano, con il trascendente, con quella parte di noi, della nostra espressione, della nostra umanità, che non trova spiegazioni nella ragione, che va oltre la materia e confina con il mistero, che non solo noi avvolge, ma anche quanto accanto a noi vive e palpita. E abbiamo perduto il contatto con la finitezza. Quel sentimento che ci fa pensare che tutto è nel limite. Concetto che dovrebbe spingerci a guardare la vita come un dono meraviglioso al quale offrire il meglio di noi stessi, godendo e rispettando quanto abbiamo ricevuto, domandandoci da dove viene tutto ciò. E con la finitezza s’è smarrito il senso d’umiltà. Quell’atteggiamento che dispone alla comprensione e alla ricerca costante dei perché che governano la vita. Siamo troppo presi e sottomessi al nostro ego che ci spinge a farci apprezzare dagli altri non per i nostri contenuti etici, d’umanità o culturali, ma per quelli che nascono dalla capacità di convincimento, di carriera, di successo, per dare senso al sovraumano, alla bellezza, alla finitezza, all’umiltà.

Noi siamo diventati la nostra divinità! Siamo la nostra religione! Salvo poi scoprire d’essere invece la nostra solitudine, la nostra vacuità, il nostro nulla. Solitudine, vacuità e nulla che tornano prepotenti ad albergare nelle menti e a chiederci il conto, che sfoga nella fobia, nella depressione, nell’incapacità di trovare in qualcosa o in qualcuno la bussola per accedere al giusto orientamento. Di fronte a tutto ciò dovremmo fermarci a riflettere, a capire chi siamo diventati e perché, e dove stiamo andando. Ma non ci riusciamo. Siamo troppo lontani da noi stessi per avere il coraggio di rivoluzionare il nostro vissuto e tornare a ritrovare il senso e la ragione della vita, sapendo anche sporgere lo sguardo oltre il tangibile e il visibile. Quelle chiese meravigliose, ricche di pensiero e d’arte, colme di riproduzioni di scene divine e umane, dove si evidenziano e si mescolano, come nella vita, la miseria e la bellezza, verità e misura dell’uomo, avevano una logica: quella di donare al Padre del mondo un segno tangibile di ringraziamento e di devozione. Ma anche l’essere un luogo con cui idealmente con Lui dialogare per trovare e ricevere quella scintilla di luce, che sola può squarciare le tenebre nelle quali ogni umanità rischia, continuamente, di precipitare. Quelle opere d’arte erano e sono l’espressione dell’intelligenza, della creatività, della sensibilità, dell’umiltà e del sentimento umani. Le sole qualità che riescono a elevare l’essere in una dimensione che oltrepassa la materia, fino a ricercare e sfiorare il contatto con il trascendente.Platone ha detto: “soltanto la dimensione divina, implicando il Bene assoluto, consente all’umano di raggiungere pienamente la propria misura. A condizione, s’intende, che l’umano non si creda divino”.

Romolo Paradiso

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