Il dramma di Kabul e dell’Afghanistan dagli occhi di un funzionario di una Ong

Alla fine Jorge è di nuovo a Kabul. Ci è tornato sfidando quella che noi chiameremmo logica. E’ tornato nonostante i consigli di chi gli sta vicino da sempre. In fondo il richiamo di una terra affascinante e martoriata come quella afghana ha prevalso. Così Jorge, nome di fantasia di un funzionario europeo di una ong, ha preso l’aereo ed è volato indietro nel tempo. “Settimana scorsa – racconta al telefono a Tgcom24 – sono tornato a Kabul, di nuovo. ‘Non ti preoccupare, è tutto tranquillo, non c’è traffico” mi avevano assicurato i colleghi sul posto. Lo facevano con un sorriso”. Una frase colma d’ironia visto che il traffico è l’ultimo dei mille problemi di chi è rimasto da quelle parti. Sono passati meno di cinque mesi dalla presa del potere da parte dei talebani. Erano i giorni di Ferragosto quando gli integralisti entravano trionfanti a Kabul e gli occidentali uscivano di corsa dall’Afghanistan. Via gli stranieri, via il personale diplomatico e via chiunque riuscisse a mettere piede su un qualsiasi aereo in decollo da Kabul. Qualcuno il piede l’ha messo addirittura sulla carlinga dell’aereo. Qualche mamma ha letteralmente lanciato il proprio figlio in braccio a un qualsiasi marine al di là del muro di un’ambasciata. Eppure Jorge non ce l’ha fatta a non tornare a Kabul. Aveva e ha ancora una missione da compiere e qualche giorno fa ha fatto ritorno in Afghanistan. Per essere più precisi dovremmo dire in quello che è diventato l’Afghanistan. Ma la descrizione di chi è rimasto non combacia con la realtà. “Non mi avevano detto che, per strada, avrei visto ben altro rispetto a quanto conoscevo. Ad esempio ci sono un’infinità di bambine che fanno lavori pesanti. Le ho viste trasportare sulle loro teste travi oppure grosse pietre. Non ci sono più donne in giro. Tantissime persone bivaccano ai bordi della strada impegnate a vendere tappeti e stoviglie. Appoggiano la mercanzia su tavoli traballanti e aspettano i clienti per poter sfamare la loro famiglia. Vendono anche scarpe, tutte rigorosamente spaiate”. Ma in un Paese nel baratro così assoluto chi può pensare a tappeti o stoviglie?. Il racconto del funzionario non si ferma: “Secondo molti qua è tutto tranquillo. La povertà e tutto il resto sembrano non esistere nemmeno nelle loro descrizioni”. Quasi Jorge non crede ai propri occhi ma il futuro non gli fa paura. Ha vissuto anni durissimi qua (ha lavorato per altre due organizzazioni nella capitale afghana) e si sforza di guardare avanti. “Non sono certo nuovo a Kabul – prosegue – ma non ero preparato a quanto ho trovato al mio ritorno. Ci sono disperazione, incertezza e, forse più di tutto, rassegnazione. Sono rimasto in contatto con amici e colleghi afghani rimasti qua durante la mia assenza. Molti mi dicono che sono abituati alle difficoltà, e che supereranno anche questa, in qualche modo. Altri, si sarebbero già disperati. Loro no: “noi siamo Afghani” dicono. E questa risposta deve bastare”.

(Fonte tgcom24)

Alla fine Jorge è di nuovo a Kabul. Ci è tornato sfidando quella che noi chiameremmo logica. E’ tornato nonostante i consigli di chi gli sta vicino da sempre. In fondo il richiamo di una terra affascinante e martoriata come quella afghana ha prevalso. Così Jorge, nome di fantasia di un funzionario europeo di una ong, ha preso l’aereo ed è volato indietro nel tempo. “Settimana scorsa – racconta al telefono a Tgcom24 – sono tornato a Kabul, di nuovo. ‘Non ti preoccupare, è tutto tranquillo, non c’è traffico” mi avevano assicurato i colleghi sul posto. Lo facevano con un sorriso”. Una frase colma d’ironia visto che il traffico è l’ultimo dei mille problemi di chi è rimasto da quelle parti. Sono passati meno di cinque mesi dalla presa del potere da parte dei talebani. Erano i giorni di Ferragosto quando gli integralisti entravano trionfanti a Kabul e gli occidentali uscivano di corsa dall’Afghanistan. Via gli stranieri, via il personale diplomatico e via chiunque riuscisse a mettere piede su un qualsiasi aereo in decollo da Kabul. Qualcuno il piede l’ha messo addirittura sulla carlinga dell’aereo. Qualche mamma ha letteralmente lanciato il proprio figlio in braccio a un qualsiasi marine al di là del muro di un’ambasciata. Eppure Jorge non ce l’ha fatta a non tornare a Kabul. Aveva e ha ancora una missione da compiere e qualche giorno fa ha fatto ritorno in Afghanistan. Per essere più precisi dovremmo dire in quello che è diventato l’Afghanistan. Ma la descrizione di chi è rimasto non combacia con la realtà. “Non mi avevano detto che, per strada, avrei visto ben altro rispetto a quanto conoscevo. Ad esempio ci sono un’infinità di bambine che fanno lavori pesanti. Le ho viste trasportare sulle loro teste travi oppure grosse pietre. Non ci sono più donne in giro. Tantissime persone bivaccano ai bordi della strada impegnate a vendere tappeti e stoviglie. Appoggiano la mercanzia su tavoli traballanti e aspettano i clienti per poter sfamare la loro famiglia. Vendono anche scarpe, tutte rigorosamente spaiate”. Ma in un Paese nel baratro così assoluto chi può pensare a tappeti o stoviglie?. Il racconto del funzionario non si ferma: “Secondo molti qua è tutto tranquillo. La povertà e tutto il resto sembrano non esistere nemmeno nelle loro descrizioni”. Quasi Jorge non crede ai propri occhi ma il futuro non gli fa paura. Ha vissuto anni durissimi qua (ha lavorato per altre due organizzazioni nella capitale afghana) e si sforza di guardare avanti. “Non sono certo nuovo a Kabul – prosegue – ma non ero preparato a quanto ho trovato al mio ritorno. Ci sono disperazione, incertezza e, forse più di tutto, rassegnazione. Sono rimasto in contatto con amici e colleghi afghani rimasti qua durante la mia assenza. Molti mi dicono che sono abituati alle difficoltà, e che supereranno anche questa, in qualche modo. Altri, si sarebbero già disperati. Loro no: “noi siamo Afghani” dicono. E questa risposta deve bastare”.

(Fonte tgcom24)

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