Il fallimento della laicità

Una riflessione dello scrittore Sandro Veronesi imputa alla laicità l’incapacità di offrire all’uomo 

i giusti valori per affrontare, moralmente e attivamente, il delicato momento che l’umanità sta vivendo. Perché? Cosa è mancato? Quali i motivi, in questo frangente, 

dell’impatto positivo nelle persone dei valori tradizionali etici e religiosi? 

E come poter coniugare modernità e progresso con il vero senso di civiltà?

Lo scrittore Sandro Veronesi, in un articolo sul Corriere della Sera, apparso qualche giorno fa, relativamente a questo periodo di quarantena forzata, denuncia la caduta dei valori della cultura laica a favore di quelli religiosi. 

“In Italia”, afferma, “il mondo laico boccheggia, mentre quello cattolico è pieno di vita”. Una denuncia dalla quale traspare con evidenza la delusione per l’incapacità del mondo laico di offrire all’uomo gli strumenti necessari per far fronte, psicologicamente e umanamente, alle difficoltà create dalla situazione contingente. E da laico convinto, Veronesi se la prende anche con quella che, proprio in un contesto culturale non religioso era, da secoli, il vero baluardo: la scienza, non in grado di fornire risposte certe sul virus che sta devastando uomini ed economie del mondo. “Un fallimento”, sottolinea Veronesi, “condito da un’arroganza insopportabile”.

Come dargli torto. Ma nello steso tempo, come non pensare a quanto fatto dalla cultura laica da almeno un secolo a questa parte. Essa ha scelto un cammino che nel tempo l’ha portata a erigersi a paladina della libertà, cercando di affievolire prima, e cancellare poi, i valori etici e religiosi appartenenti a una cultura contadina, ritenuta superata a tutto tondo, senza neppure rifletterci su un momento.

La famiglia, il sentimento per la Patria, il senso del divino, sono stati spazzati via perché ritenuti valori arcaici e limitativi per una società che voleva esser laica fino in fondo, nella quale ognuno potesse esprimere liberamente il proprio sentire, la propria eticità. Tutto favorito da campagne stampa e di orientamento culturale ben congeniate, orchestrate e finanziate. Negli anni sessanta del secolo scorso, teorie psicoanalitiche chiedevano di “uccidere” il padre, ritenuto colpevole di un malsano indottrinamento culturale e psichico dei figli. Una figura dalla quale staccarsi, pena una dipendenza che avrebbe mortificato, condizionandola negativamente, la vita dei suoi discendenti. Anche la madre veniva criticata per essere quell’”angelo del focolare” melenso e tronfio di romanticismo, sottomessa alla volontà del coniuge e incapace di districarsi autonomamente nei meandri della vita. La Patria, poi, era vista come un retaggio di culture nazional-fasciste, portatrici solo di conflittualità, avamposti di pericolosi focolai di xenofobismo e di conflitto tra gli stati. 

E Dio? Era l’Entità castrante dei popoli. Perché le religioni frenavano lo sviluppo cognitivo degli uomini e li distaccavano dalla partecipazione sentita per le cose della società. E mentre tali valori appassivano, ne trionfavano di nuovi: la scienza, la tecnica, l’economia e la finanza. A questi l’uomo laico delegava totalmente la sua vita, convinto, dalle culture dominanti, che attraverso esse avrebbe conquistato quel paradiso terreno a cui da sempre ha aspirato. Due scrittori di diverso orientamento politico, Giovannino Guareschi e Pier Paolo Pasolini, in un film della metà degli anni sessanta: “La Rabbia”, e in molti loro scritti, denunciavano invece la pericolosità di una cultura che voleva abolire i valori tradizionali, pena, dicevano, una laicizzazione capillare che avrebbe lasciato l’umanità senza quelle bussole d’orientamento capaci di offrirle un percorso di senso per districarsi nei meandri tortuosi dell’esistenza. Non furono ascoltati. La laicizzazione della società è proseguita nel tempo con incisività e vigore divenendo la cultura della modernità, in nome di un sentimento ideologizzato di libertà. Una libertà che oggi appare malintesa nella sua essenza, perché concepita senza barriere alcune. Attraverso la quale ognuno si sente in diritto di fare ciò che più ritiene opportuno, disconoscendo che la libertà del singolo deve confrontarsi e rispettare la libertà dell’altro.  Una libertà che ha accentuato un pensare e agire fin troppo individualistico ed egoistico, espresso in tutti i contesti societari. Allontanando le persone dal senso del bene comune, da quello di Comunità e di partecipazione alle cose che la riguardano e affievolendo quello di mutualità. A questo contribuivano facilmente, come abbiamo già accennato, le logiche legate al mercato, alla tecnica, alla scienza, che, dietro le sirene offerte dalle loro potenzialità, creavano dipendenza nell’uomo moderno, al punto da renderlo un automa capace solo di godere del consumare, del possesso, dell’utilitarismo, della ricerca del successo a tutti i costi. Di credere solo nel tangibile, nel potenziale e nell’infallibilità di quanto scienza e tecnica proponevano. Incapace di trovare soddisfazione e piacere in loro assenza. Ma erano e sono soddisfazioni effimere, dalle quali non nascono elementi per indirizzare le persone verso mete in grado di procurare sentimenti duraturi e coinvolgenti, e, soprattutto, gioie. L’uomo così fortemente laicizzato, è un uomo solo, sbandato, spesso triste e ansioso. Impaurito per il suo futuro, sempre alla ricerca di rassicurazioni. Un rabdomante di sprazzi di felicità e serenità irraggiungibili. Non abbiamo compreso che senza valori importanti, come la famiglia, il sentimento per le proprie origini, per i propri cari, per la propria terra, per le proprie tradizioni, per la propria storia, per la propria lingua, per le cose comuni, per il proprio ambiente, per la natura, per un valore metafisico coniugabile con un Dio, o con una laicità etica, non si possono fondere modernità e progresso con civiltà. Che senza una cultura che a tali valori faccia riferimento sin dai primi anni di vita di un cittadino, tutto rimane vacuo e qualsiasi concetto di società, ma più ancora di Comunità, si perde nel nulla, e a trionfare nell’uomo sono solo il senso di solitudine e di precarietà, e nessun ostacolo che ci coinvolge, fosse una guerra o un vigliacco virus come il Covid-19, potrà mai essere affrontato con determinazione e, soprattutto, con la convinzione della speranza. Ma questi valori hanno bisogno di uomini che sappiano concimare il terreno dell’essere e renderlo fertile. Persone il cui scopo è dar linfa a una nuova “rivolta culturale”, una sorta di “ecologia dell’essere”, dove a trionfare sia il senso e il valore dell’uomo e il sentimento d’umanità. Bussole che devono orientare qualsiasi altra logica la modernità tenti di introdurre, modellandola a esse. Non vorremmo che dietro l’incapacità della laicità di offrire all’uomo gli strumenti morali e etici per affrontare momenti così coinvolgenti e duri cui fa riferimento Sandro Veronesi, e senza una risposta critica e fattiva a tale crisi, possa trovare ragione la previsione di Martin Heidegger, secondo il quale l’uomo del 2000 sarebbe stato confinato a essere “il guardiano del nulla”.

Romolo Paradiso

 

Una riflessione dello scrittore Sandro Veronesi imputa alla laicità l’incapacità di offrire all’uomo 

i giusti valori per affrontare, moralmente e attivamente, il delicato momento che l’umanità sta vivendo. Perché? Cosa è mancato? Quali i motivi, in questo frangente, 

dell’impatto positivo nelle persone dei valori tradizionali etici e religiosi? 

E come poter coniugare modernità e progresso con il vero senso di civiltà?

Lo scrittore Sandro Veronesi, in un articolo sul Corriere della Sera, apparso qualche giorno fa, relativamente a questo periodo di quarantena forzata, denuncia la caduta dei valori della cultura laica a favore di quelli religiosi. 

“In Italia”, afferma, “il mondo laico boccheggia, mentre quello cattolico è pieno di vita”. Una denuncia dalla quale traspare con evidenza la delusione per l’incapacità del mondo laico di offrire all’uomo gli strumenti necessari per far fronte, psicologicamente e umanamente, alle difficoltà create dalla situazione contingente. E da laico convinto, Veronesi se la prende anche con quella che, proprio in un contesto culturale non religioso era, da secoli, il vero baluardo: la scienza, non in grado di fornire risposte certe sul virus che sta devastando uomini ed economie del mondo. “Un fallimento”, sottolinea Veronesi, “condito da un’arroganza insopportabile”.

Come dargli torto. Ma nello steso tempo, come non pensare a quanto fatto dalla cultura laica da almeno un secolo a questa parte. Essa ha scelto un cammino che nel tempo l’ha portata a erigersi a paladina della libertà, cercando di affievolire prima, e cancellare poi, i valori etici e religiosi appartenenti a una cultura contadina, ritenuta superata a tutto tondo, senza neppure rifletterci su un momento.

La famiglia, il sentimento per la Patria, il senso del divino, sono stati spazzati via perché ritenuti valori arcaici e limitativi per una società che voleva esser laica fino in fondo, nella quale ognuno potesse esprimere liberamente il proprio sentire, la propria eticità. Tutto favorito da campagne stampa e di orientamento culturale ben congeniate, orchestrate e finanziate. Negli anni sessanta del secolo scorso, teorie psicoanalitiche chiedevano di “uccidere” il padre, ritenuto colpevole di un malsano indottrinamento culturale e psichico dei figli. Una figura dalla quale staccarsi, pena una dipendenza che avrebbe mortificato, condizionandola negativamente, la vita dei suoi discendenti. Anche la madre veniva criticata per essere quell’”angelo del focolare” melenso e tronfio di romanticismo, sottomessa alla volontà del coniuge e incapace di districarsi autonomamente nei meandri della vita. La Patria, poi, era vista come un retaggio di culture nazional-fasciste, portatrici solo di conflittualità, avamposti di pericolosi focolai di xenofobismo e di conflitto tra gli stati. 

E Dio? Era l’Entità castrante dei popoli. Perché le religioni frenavano lo sviluppo cognitivo degli uomini e li distaccavano dalla partecipazione sentita per le cose della società. E mentre tali valori appassivano, ne trionfavano di nuovi: la scienza, la tecnica, l’economia e la finanza. A questi l’uomo laico delegava totalmente la sua vita, convinto, dalle culture dominanti, che attraverso esse avrebbe conquistato quel paradiso terreno a cui da sempre ha aspirato. Due scrittori di diverso orientamento politico, Giovannino Guareschi e Pier Paolo Pasolini, in un film della metà degli anni sessanta: “La Rabbia”, e in molti loro scritti, denunciavano invece la pericolosità di una cultura che voleva abolire i valori tradizionali, pena, dicevano, una laicizzazione capillare che avrebbe lasciato l’umanità senza quelle bussole d’orientamento capaci di offrirle un percorso di senso per districarsi nei meandri tortuosi dell’esistenza. Non furono ascoltati. La laicizzazione della società è proseguita nel tempo con incisività e vigore divenendo la cultura della modernità, in nome di un sentimento ideologizzato di libertà. Una libertà che oggi appare malintesa nella sua essenza, perché concepita senza barriere alcune. Attraverso la quale ognuno si sente in diritto di fare ciò che più ritiene opportuno, disconoscendo che la libertà del singolo deve confrontarsi e rispettare la libertà dell’altro.  Una libertà che ha accentuato un pensare e agire fin troppo individualistico ed egoistico, espresso in tutti i contesti societari. Allontanando le persone dal senso del bene comune, da quello di Comunità e di partecipazione alle cose che la riguardano e affievolendo quello di mutualità. A questo contribuivano facilmente, come abbiamo già accennato, le logiche legate al mercato, alla tecnica, alla scienza, che, dietro le sirene offerte dalle loro potenzialità, creavano dipendenza nell’uomo moderno, al punto da renderlo un automa capace solo di godere del consumare, del possesso, dell’utilitarismo, della ricerca del successo a tutti i costi. Di credere solo nel tangibile, nel potenziale e nell’infallibilità di quanto scienza e tecnica proponevano. Incapace di trovare soddisfazione e piacere in loro assenza. Ma erano e sono soddisfazioni effimere, dalle quali non nascono elementi per indirizzare le persone verso mete in grado di procurare sentimenti duraturi e coinvolgenti, e, soprattutto, gioie. L’uomo così fortemente laicizzato, è un uomo solo, sbandato, spesso triste e ansioso. Impaurito per il suo futuro, sempre alla ricerca di rassicurazioni. Un rabdomante di sprazzi di felicità e serenità irraggiungibili. Non abbiamo compreso che senza valori importanti, come la famiglia, il sentimento per le proprie origini, per i propri cari, per la propria terra, per le proprie tradizioni, per la propria storia, per la propria lingua, per le cose comuni, per il proprio ambiente, per la natura, per un valore metafisico coniugabile con un Dio, o con una laicità etica, non si possono fondere modernità e progresso con civiltà. Che senza una cultura che a tali valori faccia riferimento sin dai primi anni di vita di un cittadino, tutto rimane vacuo e qualsiasi concetto di società, ma più ancora di Comunità, si perde nel nulla, e a trionfare nell’uomo sono solo il senso di solitudine e di precarietà, e nessun ostacolo che ci coinvolge, fosse una guerra o un vigliacco virus come il Covid-19, potrà mai essere affrontato con determinazione e, soprattutto, con la convinzione della speranza. Ma questi valori hanno bisogno di uomini che sappiano concimare il terreno dell’essere e renderlo fertile. Persone il cui scopo è dar linfa a una nuova “rivolta culturale”, una sorta di “ecologia dell’essere”, dove a trionfare sia il senso e il valore dell’uomo e il sentimento d’umanità. Bussole che devono orientare qualsiasi altra logica la modernità tenti di introdurre, modellandola a esse. Non vorremmo che dietro l’incapacità della laicità di offrire all’uomo gli strumenti morali e etici per affrontare momenti così coinvolgenti e duri cui fa riferimento Sandro Veronesi, e senza una risposta critica e fattiva a tale crisi, possa trovare ragione la previsione di Martin Heidegger, secondo il quale l’uomo del 2000 sarebbe stato confinato a essere “il guardiano del nulla”.

Romolo Paradiso

 

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