Il gas americano ci salverà? A chi servono le sanzioni?

E, soprattutto, recidere il legame energetico fra settore manifatturiero europeo e una democratura aggressiva. Bene, ma a quali costi? Dai minimi toccati nel maggio 2020, il prezzo spot dell’energia elettrica in Italia è balzato da 22 euro/MWh agli attuali 170 euro/MWh. Non solo per la guerra in Ucraina, certo, ma il dato è che oggi, se il gas europeo fosse petrolio, costerebbe 340 dollari al barile, contro il vero costo del petrolio, pari a 110$. Il prezzo che pagano i consumatori è completamente falsato. Inoltre, l’intera Ue vive una condizione di insicurezza energetica, perché la speculazione sul gas ha reso poco profittevole accumulare le riserve. Per questo, se Mosca chiudesse i rubinetti, sarebbe un problema. Biden è intenzionato a sostituire la Russia con il gas liquefatto americano, eppure Clifford Krauss, sul New York Times, ha recentemente notato che “la costruzione di un numero sufficiente di terminali su entrambe le sponde dell’Atlantico per espandere in modo significativo le esportazioni statunitensi di gas naturale liquefatto in Europa potrebbe richiedere dai due ai cinque anni”. Il dato è che gli Usa sono diventati un esportatore netto di gas liquefatto dal 2016 e, da allora, sono sempre più interessati a questo settore. Il paradosso è che la domanda di GNL in America cala, perché le energie rinnovabili sostituiscono il gas, e la stessa sostenibilità di questa risorsa è fortemente criticata, dato i tempi per costruire e ammortizzare nuovi impianti, che rischiano di rallentare la transizione verso l’economia circolare. La catena del valore del GNL è complessa, anche per l’intensità di energia (e carbonio) che serve alla liquefazione del gas e alla necessità di rimuovere qualsiasi CO2 contaminante, secondo un report di Wood Mackenzie. D’altronde, il GNL è sempre costato circa un 40% in più rispetto a quello russo. Ma quello che non può il mercato, può la geopolitica. L’embargo contro la Russia rimette al centro il gas americano, dando una mano a Washington a vendere all’estero una risorsa in declino in casa. D’altronde è importante mettere nell’angolo la Russia, no? Non proprio. Le esportazioni di gas contribuiscono solo per circa il 13% alle entrate del bilancio russo, “il che significa che le sanzioni sulle riserve di valuta estera della banca centrale sono una misura molto più drastica rispetto al taglio delle forniture di petrolio e gas”, ha dichiarato Maria Pastukhova, consulente politico per la diplomazia energetica presso il think tank internazionale E3G, all’Energy Monitor. “I ricavi del gas sono una piccola parte del saldo estero russo”, aggiunge allo stesso giornale Nikos Tsafos, ricercatore presso il Center for Strategic and International Studies. “Anche se colpisci tutte le esportazioni di energia, la Russia ha abbastanza esportazioni non energetiche per coprire la maggior parte del suo fabbisogno di importazione, prima di attingere alle riserve”.

E, soprattutto, recidere il legame energetico fra settore manifatturiero europeo e una democratura aggressiva. Bene, ma a quali costi? Dai minimi toccati nel maggio 2020, il prezzo spot dell’energia elettrica in Italia è balzato da 22 euro/MWh agli attuali 170 euro/MWh. Non solo per la guerra in Ucraina, certo, ma il dato è che oggi, se il gas europeo fosse petrolio, costerebbe 340 dollari al barile, contro il vero costo del petrolio, pari a 110$. Il prezzo che pagano i consumatori è completamente falsato. Inoltre, l’intera Ue vive una condizione di insicurezza energetica, perché la speculazione sul gas ha reso poco profittevole accumulare le riserve. Per questo, se Mosca chiudesse i rubinetti, sarebbe un problema. Biden è intenzionato a sostituire la Russia con il gas liquefatto americano, eppure Clifford Krauss, sul New York Times, ha recentemente notato che “la costruzione di un numero sufficiente di terminali su entrambe le sponde dell’Atlantico per espandere in modo significativo le esportazioni statunitensi di gas naturale liquefatto in Europa potrebbe richiedere dai due ai cinque anni”. Il dato è che gli Usa sono diventati un esportatore netto di gas liquefatto dal 2016 e, da allora, sono sempre più interessati a questo settore. Il paradosso è che la domanda di GNL in America cala, perché le energie rinnovabili sostituiscono il gas, e la stessa sostenibilità di questa risorsa è fortemente criticata, dato i tempi per costruire e ammortizzare nuovi impianti, che rischiano di rallentare la transizione verso l’economia circolare. La catena del valore del GNL è complessa, anche per l’intensità di energia (e carbonio) che serve alla liquefazione del gas e alla necessità di rimuovere qualsiasi CO2 contaminante, secondo un report di Wood Mackenzie. D’altronde, il GNL è sempre costato circa un 40% in più rispetto a quello russo. Ma quello che non può il mercato, può la geopolitica. L’embargo contro la Russia rimette al centro il gas americano, dando una mano a Washington a vendere all’estero una risorsa in declino in casa. D’altronde è importante mettere nell’angolo la Russia, no? Non proprio. Le esportazioni di gas contribuiscono solo per circa il 13% alle entrate del bilancio russo, “il che significa che le sanzioni sulle riserve di valuta estera della banca centrale sono una misura molto più drastica rispetto al taglio delle forniture di petrolio e gas”, ha dichiarato Maria Pastukhova, consulente politico per la diplomazia energetica presso il think tank internazionale E3G, all’Energy Monitor. “I ricavi del gas sono una piccola parte del saldo estero russo”, aggiunge allo stesso giornale Nikos Tsafos, ricercatore presso il Center for Strategic and International Studies. “Anche se colpisci tutte le esportazioni di energia, la Russia ha abbastanza esportazioni non energetiche per coprire la maggior parte del suo fabbisogno di importazione, prima di attingere alle riserve”.

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