Il generale Rapetto: ”L’Ue svuota i depositi così è guerra d’attacco e potrà durare a lungo”

“Fornire armi d’attacco e non per difendere significa schierarsi. Qualcuno pensa solo a svuotare i magazzini. La Nato, però, non dovrebbe giustificare la sua esistenza attraverso la guerra”. A dirlo è Umberto Rapetto, generale (r) della GdF e già docente alla NATO School di Oberammergau e ai corsi del Centro Alti Studi Difesa.

Il premier Meloni sostiene che allargare l’Ue ai Balcani è una priorità. È d’accordo?
Può essere un qualcosa di importante. Dobbiamo, però, andare oltre le contiguità territoriali e nelle carte geografiche preferire politiche, che segnano confini storici e che riportano alla memoria differenze culturali, di tradizioni, principi, punti di riferimento. Da sempre abbiamo guardato verso Est con diffidenza, dimenticando che realtà come la Romania che sono europee a tutti gli effetti. Basta, invece, guardare a poca distanza da Trieste per trovare diversità etniche, sociali e culturali non semplici da superare. La stessa ex Jugoslavia era composta da una serie di micro-nazioni, tenute insieme con la forza. Diventa, quindi, difficile fare un percorso a ritroso, ovvero fare in modo che chi ha lottato per dividersi ora si ritrovi.

Un problema, ad esempio, è quello tra Serbia e Kosovo…
Nei Balcani possiamo parlare di rigidi “campanilismi”, impossibili da superare. A distanza di cento chilometri, esistono nazioni con interessi divergenti. Il ragionamento, in molti casi, è addirittura tribale. C’è ancora chi vuole vendicare torti che risalgono a due o tre generazioni prima. Pensare, quindi, di portare all’interno dell’Unione Europea popolazioni che storicamente non vanno d’accordo, nè vogliono avere a che fare nemmeno col vicino di casa, mi sembra una strada difficile da praticare.

Avere una linea comune sui tank Leopard può dare una svolta al conflitto in Ucraina?
Fornire armi significa schierarsi, anche solo logisticamente, con una delle parti. Forse dovremmo trovare soluzioni di pace e non regalare carri armati. Finora la fornitura di sistemi di difesa antiaerea è stata cosa diversa dal mettere a disposizione strumenti di offesa.

Non si rischia, inoltre, che la stessa Europa resti senza artiglieria pesante?
Non è questo il problema. Stiamo parlando di tecnologie che possono essere riprodotte senza grossi sacrifici di invenzione. Viviamo, d’altronde, in un’epoca in cui la guerra non si fa attraverso reparti di fanteria e cavalleria, ma con l’aereonautica, i satelliti e molto banalmente con i computer.

L’Europa probabilmente non riesce a dire no alla Nato?
La Nato sta dando la sensazione di aver bisogno di qualche guerra per giustificare la propria esistenza. Siamo lontani dai tempi della firma del Patto Atlantico. La compattezza è fondamentale e deve essere riscoperto (e fatto valere) quel potere di deterrenza che invece non sembra essere preso in considerazione da Mosca. La Nato avrebbe dovuto mettere a disposizione l’intelligence che, se avesse lavorato compiutamente, avrebbe messo l’Ucraina in condizioni di trovarsi preparata all’attacco e magari evitare o ammortizzare lo scontro. Le diverse compagini di ricerca informativa avrebbero potuto allertare le Nazioni Unite e e pretendere un loro intervento preventivo.

Perché l’Ue non riesce a dire no agli Usa?
Difficile contrastare un alleato, specie se è il più forte. Ma un punto ha trovato tutti d’accordo: la vendita di armi. Da troppi anni non ci sono conflitti in giro per il pianeta. Chi produce armi sfrutta l’invasione in Ucraina per svuotare i magazzini e trarre profitto. Nessuno escluso. Si ripete quanto già accaduto in Iraq. L’industria bellica ha sempre bisogno di business, qualunque ne sia il costo di vite umane e di distruzione. E anche quando arrivano armi tecnologicamente evolute, ci si dimentica che le istruzioni sono magari in inglese e chi le deve impiegare potrebbe non capire neanche da dove cominciare per servirsene.

A proposito di guerra, quando finirà il conflitto tra Kiev e Mosca?
La Russia ha un precedente negativo, cioè non è riuscita a espugnare l’Afghanistan. Non si fermerà. Non vuole che nessuno dica che non sa combattere e ancor meno vincere. Non c’è più la grande Armata Rossa, ma truppe di gente strappata dai campi o dalle fabbriche, portata a forza sul fronte. La mia paura è che possa esserci un nuovo Vietnam. Ci potrebbe essere un ristagno della conflittualità, che, a mio parere, potrebbe durare ancora a lungo in una sorta di “conflitto cronico”. Un’acquisizione di consapevolezza dell’infinità temporale e spaziale della guerra, al momento, non c’è da nessuna delle parti.

Chi è in vantaggio?
Le guerre non conoscono vincitori. C’è solo chi perde un po’ meno. Il prezzo è insostenibile anche per chi crede di aver trionfato. Perchè non si va più al fronte, ma si combatte nelle città. Sono finite le battaglie del Medioevo. A soffrire sono tutti proporzionalmente alla distanza dal baricentro dello scontro: l’apice della tragedia è dove cadono le bombe e si respira l’odore del sangue, ma l’impatto arriva degradando fino a migliaia di chilometri dove aumenta il costo del carburante o si soffre la mancanza di grano.

C’è il rischio di arrivare all’escalation nucleare?
Non si può escludere, ma la considero un’ipotesi remota. Spero ci sia un minimo di coscienza anche in un uomo senza scrupoli come Putin, per non arrivare all’olocausto nucleare.

 

Sul piano della guerra cibernetica si combatte un altro scontro. Quali i rischi per l’Italia?
Qualche mese tranquillo non ci consente di adagiarci. Possiamo, anzi, dire che siamo (non me ne voglia Leopardi se lo contraddico) di fronte alla quiete prima della tempesta. Basti pensare ai sistemi informatici del gruppo Benetton che in questi giorni sono stati messi ko da pirati che sembrerebbero avere matrice russa. Il Cremlino subappalta la guerra digitale al crimine organizzato. Siamo di fronte a veri e propri corsari pagati da Mosca per bucare le reti dell’Occidente. Sono a rischio servizi essenziali come la rete elettrica, le telecomiunicazioni, le banche, i trasporti, la stessa sanità.

“Fornire armi d’attacco e non per difendere significa schierarsi. Qualcuno pensa solo a svuotare i magazzini. La Nato, però, non dovrebbe giustificare la sua esistenza attraverso la guerra”. A dirlo è Umberto Rapetto, generale (r) della GdF e già docente alla NATO School di Oberammergau e ai corsi del Centro Alti Studi Difesa.

Il premier Meloni sostiene che allargare l’Ue ai Balcani è una priorità. È d’accordo?
Può essere un qualcosa di importante. Dobbiamo, però, andare oltre le contiguità territoriali e nelle carte geografiche preferire politiche, che segnano confini storici e che riportano alla memoria differenze culturali, di tradizioni, principi, punti di riferimento. Da sempre abbiamo guardato verso Est con diffidenza, dimenticando che realtà come la Romania che sono europee a tutti gli effetti. Basta, invece, guardare a poca distanza da Trieste per trovare diversità etniche, sociali e culturali non semplici da superare. La stessa ex Jugoslavia era composta da una serie di micro-nazioni, tenute insieme con la forza. Diventa, quindi, difficile fare un percorso a ritroso, ovvero fare in modo che chi ha lottato per dividersi ora si ritrovi.

Un problema, ad esempio, è quello tra Serbia e Kosovo…
Nei Balcani possiamo parlare di rigidi “campanilismi”, impossibili da superare. A distanza di cento chilometri, esistono nazioni con interessi divergenti. Il ragionamento, in molti casi, è addirittura tribale. C’è ancora chi vuole vendicare torti che risalgono a due o tre generazioni prima. Pensare, quindi, di portare all’interno dell’Unione Europea popolazioni che storicamente non vanno d’accordo, nè vogliono avere a che fare nemmeno col vicino di casa, mi sembra una strada difficile da praticare.

Avere una linea comune sui tank Leopard può dare una svolta al conflitto in Ucraina?
Fornire armi significa schierarsi, anche solo logisticamente, con una delle parti. Forse dovremmo trovare soluzioni di pace e non regalare carri armati. Finora la fornitura di sistemi di difesa antiaerea è stata cosa diversa dal mettere a disposizione strumenti di offesa.

Non si rischia, inoltre, che la stessa Europa resti senza artiglieria pesante?
Non è questo il problema. Stiamo parlando di tecnologie che possono essere riprodotte senza grossi sacrifici di invenzione. Viviamo, d’altronde, in un’epoca in cui la guerra non si fa attraverso reparti di fanteria e cavalleria, ma con l’aereonautica, i satelliti e molto banalmente con i computer.

L’Europa probabilmente non riesce a dire no alla Nato?
La Nato sta dando la sensazione di aver bisogno di qualche guerra per giustificare la propria esistenza. Siamo lontani dai tempi della firma del Patto Atlantico. La compattezza è fondamentale e deve essere riscoperto (e fatto valere) quel potere di deterrenza che invece non sembra essere preso in considerazione da Mosca. La Nato avrebbe dovuto mettere a disposizione l’intelligence che, se avesse lavorato compiutamente, avrebbe messo l’Ucraina in condizioni di trovarsi preparata all’attacco e magari evitare o ammortizzare lo scontro. Le diverse compagini di ricerca informativa avrebbero potuto allertare le Nazioni Unite e e pretendere un loro intervento preventivo.

Perché l’Ue non riesce a dire no agli Usa?
Difficile contrastare un alleato, specie se è il più forte. Ma un punto ha trovato tutti d’accordo: la vendita di armi. Da troppi anni non ci sono conflitti in giro per il pianeta. Chi produce armi sfrutta l’invasione in Ucraina per svuotare i magazzini e trarre profitto. Nessuno escluso. Si ripete quanto già accaduto in Iraq. L’industria bellica ha sempre bisogno di business, qualunque ne sia il costo di vite umane e di distruzione. E anche quando arrivano armi tecnologicamente evolute, ci si dimentica che le istruzioni sono magari in inglese e chi le deve impiegare potrebbe non capire neanche da dove cominciare per servirsene.

A proposito di guerra, quando finirà il conflitto tra Kiev e Mosca?
La Russia ha un precedente negativo, cioè non è riuscita a espugnare l’Afghanistan. Non si fermerà. Non vuole che nessuno dica che non sa combattere e ancor meno vincere. Non c’è più la grande Armata Rossa, ma truppe di gente strappata dai campi o dalle fabbriche, portata a forza sul fronte. La mia paura è che possa esserci un nuovo Vietnam. Ci potrebbe essere un ristagno della conflittualità, che, a mio parere, potrebbe durare ancora a lungo in una sorta di “conflitto cronico”. Un’acquisizione di consapevolezza dell’infinità temporale e spaziale della guerra, al momento, non c’è da nessuna delle parti.

Chi è in vantaggio?
Le guerre non conoscono vincitori. C’è solo chi perde un po’ meno. Il prezzo è insostenibile anche per chi crede di aver trionfato. Perchè non si va più al fronte, ma si combatte nelle città. Sono finite le battaglie del Medioevo. A soffrire sono tutti proporzionalmente alla distanza dal baricentro dello scontro: l’apice della tragedia è dove cadono le bombe e si respira l’odore del sangue, ma l’impatto arriva degradando fino a migliaia di chilometri dove aumenta il costo del carburante o si soffre la mancanza di grano.

C’è il rischio di arrivare all’escalation nucleare?
Non si può escludere, ma la considero un’ipotesi remota. Spero ci sia un minimo di coscienza anche in un uomo senza scrupoli come Putin, per non arrivare all’olocausto nucleare.

 

Sul piano della guerra cibernetica si combatte un altro scontro. Quali i rischi per l’Italia?
Qualche mese tranquillo non ci consente di adagiarci. Possiamo, anzi, dire che siamo (non me ne voglia Leopardi se lo contraddico) di fronte alla quiete prima della tempesta. Basti pensare ai sistemi informatici del gruppo Benetton che in questi giorni sono stati messi ko da pirati che sembrerebbero avere matrice russa. Il Cremlino subappalta la guerra digitale al crimine organizzato. Siamo di fronte a veri e propri corsari pagati da Mosca per bucare le reti dell’Occidente. Sono a rischio servizi essenziali come la rete elettrica, le telecomiunicazioni, le banche, i trasporti, la stessa sanità.

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