Il giudice Bobbio: “Separazione delle carriere e terzietà del giudice come garanzie costituzionali”
Intervista al giudice Luigi Bobbio sul referendum: separazione delle carriere e terzietà del giudice come garanzie costituzionali
Lei sostiene il Sì al referendum. Quali interventi potrebbero rafforzare l’indipendenza della magistratura e accrescere la fiducia dei cittadini nel sistema giudiziario?
“La Riforma, nella misura stessa in cui punta a rendere finalmente il pm ’estraneo’ al giudice, come lo è l’avvocato, punta a realizzare pienamente un giudice terzo, cioè del tutto estraneo rispetto ad entrambe le parti. Oggi non è così, in quanto pm e giudice sono colleghi, ossia non solo sono entrambi magistrati ma provengono dallo stesso concorso e svolgono, in parte, addirittura lo stesso tirocinio. Avere un giudice finalmente estraneo non potrà che riportare nei cittadini la fiducia nella imparzialità del giudizio penale che avevano del tutto smarrito.
Inoltre, la separazione produce vera e piena indipendenza del giudice rispetto al pm e ciò accadrà non solo dal punto di vista della estetica costituzionale ma anche da un punto di vista sostanziale. È bene ricordare che autonomia e indipendenza di tutti i magistrati non sono diritti degli stessi ma sono diritti dei cittadini. Per i magistrati, autonomia e indipendenza sono un dovere e un limite invalicabile. Con la Riforma l’indipendenza sarà anche interna alla magistratura perché, creando due Csm, cui peraltro verranno sottratti i poteri disciplinari, i giudici non potranno più essere valutati e giudicati – sia per la carriera che per la disciplina – da pubblici ministeri che va ricordato, grazie alla loro maggiore visibilità e notorietà, sono da sempre la maggioranza tra i membri togati eletti nel Consiglio.
Infine, anche il sorteggio dei componenti dei due Csm rafforzerà l’indipendenza dei giudici perché i sorteggiati non saranno ovviamente più indicati dalle correnti che, pertanto, non avranno più potere su di essi”.
Ha espresso critiche sul passaggio tra i ruoli di giudice e pm, parlando di un possibile “inquinamento” delle professionalità. Il referendum può contribuire a correggere questa dinamica?
“La separazione delle carriere è di per sé fattore di ritrovata professionalità dei due corpi, giudicante e requirente. Perché il giudice, non subendo più il condizionamento della colleganza con il pm e non avendo mai avuto esperienza da pm, acquisirà un criterio di valutazione e un concetto stesso di prova rigoroso e più formale. Il pm invece sarà un vero ’professionista dell’accusa’ che, sapendo di aver davanti a sé un vero giudice, a lui del tutto estraneo, farà il suo lavoro con criteri meno approssimativi e più ispirati alla ricerca di una prova rigorosa e non evanescente o imprecisa”.
Definisce il processo penale indiziario una “barbarie”. Quali effetti potrebbero derivare con il referendum sulla tutela dei diritti degli imputati e sulla trasparenza delle decisioni giudiziarie?
“Questa Riforma non è nata per risolvere tutti i problemi concreti della giustizia i quali necessitano di ulteriori e diverse modifiche in materia di procedura penale. Certo, il concetto stesso di processo indiziario va cancellato. Il processo e la condanna penale devono tornare a fondarsi solo su prove, possibilmente legali cioè dal valore certificato.
Il concetto stesso di indizio deve sparire: cento indizi non fanno mezza prova e nessuno deve poter essere più condannato in assenza di prove. Gli indizi sono solo il regno dell’arbitrio giudiziario della soggettività del giudice. Il libero convincimento del giudice deve formarsi all’interno di un chiaro recinto probatorio e giammai in assenza di esso. Confido che con la separazione avremo comunque dei giudici che per condannare vorranno dal pm delle prove e non dei meri ragionamenti”.
Riguardo agli avvocati “genuflessi davanti alla corporazione giudiziaria”. Quale impatto può avere il referendum nel riequilibrare le relazioni tra magistratura e professione forense, senza comprometterne l’autonomia?
“Purtroppo una parte rilevante dell’avvocatura soffre oggi di un complesso di sudditanza e collateralismo verso la sinistra politica e verso la corporazione giudiziaria. Questa parte oggi avversa la Riforma, mostrando di non essere degna della toga che indossa. Questa parte di avvocatura mostra di non curarsi della vitale importanza per i cittadini di avere davanti a sé un giudice estraneo non solo all’avvocato ma anche al pm. La Riforma non solo rafforza l’autonomia dell’avvocato rispetto al pm ma, introducendo la vera parità tra loro, riequilibra il ruolo e il peso delle parti davanti al giudice”.
Quali benefici invece sia sul piano della credibilità istituzionale sia sul piano della tutela dei cittadini?
Oltre a quanto detto in precedenza, aggiungo che la separazione, oltre a non comportare alcuna sottomissione o controllo, attuali o potenziali, né del pm e tantomeno del giudice al potere esecutivo (come invece affermano con una sporca menzogna i fautori del no), rafforzerà l’autonomia e l’indipendenza di entrambi. Invero, il nuovo testo dell’articolo 104 della Costituzione ribadisce nettamente che pm e giudici continueranno ad essere tenuti ai doveri di autonomia e imparzialità che quindi restano garanzie e diritti dei cittadini.
Ciò, peraltro, stronca l’altra menzogna intimidatoria del fautori del non. Il nuovo pm, infatti, non sarà e non potrà essere né un super poliziotto né uno spietato accusatore (cosa che invece proprio oggi è!). E non lo sarà perché, per un verso, non potrà più inventarsi le prove o basarsi sugli indizi perché il nuovo giudice lo stroncherebbe, mentre, per altro verso sarà gravato dagli obblighi di imparzialità, connessi alla autonomia e indipendenza, sui quali il nuovo giudice vigilera’ e sarà, quindi finalmente, una vera parte imparziale”.
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