Il golpe mancato e i troppi dubbi del Brasile di Lula

 

I dubbi (legittimi), gli omissis (numerosi) dell’Intelligence, le domande (tante) che si rincorrono ancora senza risposte. E gli interrogativi (molteplici) sulla tenuta della democrazia in Brasile. Di certo, per adesso, c’è soltanto il dato che la macchina repressiva del governo-Lula si è messa in moto immediatamente dopo il tentato golpe. Ieri si parlava già di oltre 1.500 arresti. La polizia federale ha già individuato in 10 stati del Paese persone sospettate di avere legami economici con gli organizzatori del tentato golpe. Del resto, era stato lo stesso presidente della repubblica ad affermare a caldo che gli autori delle violenze – “fanatici fascisti” – saranno individuati e puniti. Lula aveva anche criticato la mancanza di vigilanza e protezione nella capitale. Non a caso la Corte suprema ha deciso la destituzione immediata del governatore di Brasilia che si era scusato così: “Monitoravo i movimenti ma sono stato sorpreso”. La Camera dei deputati ha infatti approvato il decreto che ha determinato l’intervento federale a Brasilia per “omissione” della polizia. Il presidente dell’aula, Arthur Lira, ha commentato che “votiamo con urgenza per chiarire che questo piccolo gruppo di radicali non rappresenta il popolo brasiliano, la democrazia e dovranno essere puniti in modio esemplare”.
Nonostante il mea culpa del governatore di Brasilia, l’assalto dei seguaci dell’ex presidente Bolsonaro pare tutto fuorché improvvisato. Troppe, infatti, le analogie con quanto messo in atto dai seguaci di Trump esattamente due anni fa. Anche a Brasilia sono stati assaltati i tre luoghi istituzionali che rappresentano gli altrettanti poteri: politico, legislativo ed esecutivo. Ma rispetto a quanto avvenuto negli States, quella del Brasile appare come un’azione eversiva più organizzata e con un seguito maggiore. Lula teme infatti che uno degli obiettivi fosse quello di spingere le Forze armate invocando un golpe che lo avrebbe eliminato. Tuttavia, per adesso può tirare un sospiro di sollievo, sia perché gli osservatori geopolitici ritengono che quanto accaduto potrebbe rafforzare il suo potere, sia perché ha incassato la solidarietà internazionale di moltissimi Paesi.
Primi fra tutti – e per questo doppiamente gradita vista la distanza politica tra i due governi – proprio gli States, il cui presidente, Joe Biden, ha avuto un colloquio con Lula per manifestare preoccupazione e solidarietà. “Ho ricevuto la telefonata del presidente americano. Ringrazio per la preoccupazione e la sua solidarietà e per la sua volontà di dichiararsi intenzionato a costruire un dialogo permanente tra i nostri Paesi in nome della difesa della democrazia”, è stato il commento di Lula via Twitter. “Il presidente Biden ha espresso il sostegno incondizionato degli Stai uniti alla democrazia del Brasile e alla volontà del popolo brasiliano, espressa nelle ultime elezioni, vinte da Lula”, si legge infatti in una nota congiunta. Non soltanto, ma i due leader si sono “impegnati a lavorare insieme su problematiche comuni quali il cambiamento climatico, lo sviluppo economico, la pace e la sicurezza. Il presidente Biden – si conclude la nota – ha invitato il presidente Lula a visitare Washington all’inizio di febbraio per consultazioni approfondite su un’amia agenda comune il residente Lula ha accettato l’invito”. E proprio dagli Stati uniti, dove è ricoverato per forti dolori addominali, l’ex presidente Bolsonaro ha twettato una sua foto dall’ospedale. “Dopo essere stato accoltellato, ho subito 5 interventi chirurgici”, ha scritto. Bolsonaro era arrivato in Florida due giorni prima dell’insediamento di Lula alla presidenza del Brasile, avvenuto il 1 gennaio. Era circondato da fans e ammiratori in un sobborgo di Orlando, poco distante da Disney World. Le dure parole di condanna di Lula che ha accusato il predecessore di avere “incoraggiato” l’assalto sui social media “da Miami dove è andato a rilassarsi”, hanno indotto l’ex presidente ad affermare laconicamente che rispetta la democrazia e condanna l’accaduto.
Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha chiarito intanto che “Bolsonaro non ha mai chiesto la nostra cittadinanza. Ci soni leggi che autorizzano la cittadinanza, ci sono persone che hanno diritto di diventare cittadini se lo chiedono”, ricordando anche che “il governo ha condannato con grande fermezza ciò che è accaduto”. Ma la crisi brasiliani ha anche risvolti economici sui mercati. “Quanto accaduto aggraverà la polarizzazione politica ma è improbabile che scateni il caso sui mercati”, è l’opinione di Thierry Larose, secondo cui la “cautela è d’obbligo, ma ogni fase di estrema volatilità va vista come un’opportunità in quanto gli investitori saranno rassicurati dalla forza della democrazia brasiliana e dalla sua capacità di mantenere legge e ordine”.

 

I dubbi (legittimi), gli omissis (numerosi) dell’Intelligence, le domande (tante) che si rincorrono ancora senza risposte. E gli interrogativi (molteplici) sulla tenuta della democrazia in Brasile. Di certo, per adesso, c’è soltanto il dato che la macchina repressiva del governo-Lula si è messa in moto immediatamente dopo il tentato golpe. Ieri si parlava già di oltre 1.500 arresti. La polizia federale ha già individuato in 10 stati del Paese persone sospettate di avere legami economici con gli organizzatori del tentato golpe. Del resto, era stato lo stesso presidente della repubblica ad affermare a caldo che gli autori delle violenze – “fanatici fascisti” – saranno individuati e puniti. Lula aveva anche criticato la mancanza di vigilanza e protezione nella capitale. Non a caso la Corte suprema ha deciso la destituzione immediata del governatore di Brasilia che si era scusato così: “Monitoravo i movimenti ma sono stato sorpreso”. La Camera dei deputati ha infatti approvato il decreto che ha determinato l’intervento federale a Brasilia per “omissione” della polizia. Il presidente dell’aula, Arthur Lira, ha commentato che “votiamo con urgenza per chiarire che questo piccolo gruppo di radicali non rappresenta il popolo brasiliano, la democrazia e dovranno essere puniti in modio esemplare”.
Nonostante il mea culpa del governatore di Brasilia, l’assalto dei seguaci dell’ex presidente Bolsonaro pare tutto fuorché improvvisato. Troppe, infatti, le analogie con quanto messo in atto dai seguaci di Trump esattamente due anni fa. Anche a Brasilia sono stati assaltati i tre luoghi istituzionali che rappresentano gli altrettanti poteri: politico, legislativo ed esecutivo. Ma rispetto a quanto avvenuto negli States, quella del Brasile appare come un’azione eversiva più organizzata e con un seguito maggiore. Lula teme infatti che uno degli obiettivi fosse quello di spingere le Forze armate invocando un golpe che lo avrebbe eliminato. Tuttavia, per adesso può tirare un sospiro di sollievo, sia perché gli osservatori geopolitici ritengono che quanto accaduto potrebbe rafforzare il suo potere, sia perché ha incassato la solidarietà internazionale di moltissimi Paesi.
Primi fra tutti – e per questo doppiamente gradita vista la distanza politica tra i due governi – proprio gli States, il cui presidente, Joe Biden, ha avuto un colloquio con Lula per manifestare preoccupazione e solidarietà. “Ho ricevuto la telefonata del presidente americano. Ringrazio per la preoccupazione e la sua solidarietà e per la sua volontà di dichiararsi intenzionato a costruire un dialogo permanente tra i nostri Paesi in nome della difesa della democrazia”, è stato il commento di Lula via Twitter. “Il presidente Biden ha espresso il sostegno incondizionato degli Stai uniti alla democrazia del Brasile e alla volontà del popolo brasiliano, espressa nelle ultime elezioni, vinte da Lula”, si legge infatti in una nota congiunta. Non soltanto, ma i due leader si sono “impegnati a lavorare insieme su problematiche comuni quali il cambiamento climatico, lo sviluppo economico, la pace e la sicurezza. Il presidente Biden – si conclude la nota – ha invitato il presidente Lula a visitare Washington all’inizio di febbraio per consultazioni approfondite su un’amia agenda comune il residente Lula ha accettato l’invito”. E proprio dagli Stati uniti, dove è ricoverato per forti dolori addominali, l’ex presidente Bolsonaro ha twettato una sua foto dall’ospedale. “Dopo essere stato accoltellato, ho subito 5 interventi chirurgici”, ha scritto. Bolsonaro era arrivato in Florida due giorni prima dell’insediamento di Lula alla presidenza del Brasile, avvenuto il 1 gennaio. Era circondato da fans e ammiratori in un sobborgo di Orlando, poco distante da Disney World. Le dure parole di condanna di Lula che ha accusato il predecessore di avere “incoraggiato” l’assalto sui social media “da Miami dove è andato a rilassarsi”, hanno indotto l’ex presidente ad affermare laconicamente che rispetta la democrazia e condanna l’accaduto.
Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha chiarito intanto che “Bolsonaro non ha mai chiesto la nostra cittadinanza. Ci soni leggi che autorizzano la cittadinanza, ci sono persone che hanno diritto di diventare cittadini se lo chiedono”, ricordando anche che “il governo ha condannato con grande fermezza ciò che è accaduto”. Ma la crisi brasiliani ha anche risvolti economici sui mercati. “Quanto accaduto aggraverà la polarizzazione politica ma è improbabile che scateni il caso sui mercati”, è l’opinione di Thierry Larose, secondo cui la “cautela è d’obbligo, ma ogni fase di estrema volatilità va vista come un’opportunità in quanto gli investitori saranno rassicurati dalla forza della democrazia brasiliana e dalla sua capacità di mantenere legge e ordine”.
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