Il machete di Crosetto

Il ministro della difesa Crosetto ha dichiarato recentemente: “c’è una classe dirigente nei ministeri e in ogni settore della macchina burocratica che va cambiata in profondità… bisogna intervenire col machete”. Questa immagine del machete, a ben vedere, rende evidente uno dei tanti paradossi della politica italiana, la quale sa essere forte e debole al contempo: debole coi forti e forte coi deboli. Nei confronti dell’inerme cittadino, lo Stato italiano mostra la sua faccia dura; è autoritario e invasivo, ostile e repressivo. Regolamenta anche le minuzie del vivere quotidiano e sanziona pesantemente tutte le vere o presunte violazioni; paga i suoi debiti col suo comodo, ma esige immediatamente i suoi crediti, non ammettendone peraltro la compensazione; nelle controversie coi cittadini gode di una posizione di superiorità e presume la colpa di controparte. Ma questo insieme di apparati burocratici che chiamiamo Stato da chi è guidato? In verità, come dice Crosetto, gli apparati si mostrano recalcitranti; il ministro non riesce a guidare il suo ministero; ha le sembianze, ma non è il vero capo della macchina burocratica. Per certi versi, tuttavia, la problematica non è solo italiana. Non a caso si diffonde sempre più il termine deep state, per significare quel potere poco trasparente che guida di fatto l’attività dello Stato. La questione italiana ha comunque una sua specificità: il “primato” della politica, proclamato a gran voce in tutti i consessi intellettuali, arretra di fronte ai “tecnici” e si dispiega solo in veste di autoritarismo-dirigismo negli affari privati. Basta pensare che l’Italia ha avuto il privilegio di una pluralità di governi “tecnici”, guidati da personalità ritenute super partes per investitura divina; e non solo in periodo “balneare”, ma anche in “collezione autunno-inverno”. Basta pensare che la decisione, eminentemente politica, di porre in detenzione domiciliare 60 milioni di italiani è stata affidata a un “comitato tecnico-scientifico”, sulla base di presunte “evidenze” scientifiche, evidenti solo ai componenti del medesimo. E se l’Italia ha avuto, più o meno, 70 governi in 70 anni, è chiaro che il ministro è rimasto seduto sulla sua poltrona un anno circa, mentre il direttore del ministero “vita natural durante”. Nell’arco di un anno, il primo fa appena in tempo a capire i meccanismi della macchina; il secondo li conosce a menadito e sa come farne strumento dei suoi fini. Questa intrinseca debolezza del capo politico dell’apparato, alla mercé dei “consigli” del suo “sottoposto”, si risolve in quella paralizzante condizione della burocrazia ben conosciuta da tutti gli italiani, per la semplice ragione che il direttore tecnico, per sua stessa natura, può espletare solo l’ordinaria amministrazione, senza alcuna lungimiranza politica. Inoltre, il capo politico risulta esposto, molto più che il direttore tecnico, alle censure dei funzionari di Stato appartenenti all’ordine giudiziario; il che lo indebolisce ulteriormente, di fronte al suo “sottoposto”. Nel mondo anglosassone, l’organo politico subisce minori condizionamenti ab intrinseco, non foss’altro perché dura in carica per tutta la durata del mandato (quin-quennale) e perché può contare su un apparato di fiducia, in virtù dello spoil system; ovviamente, subisce non minori condizionamenti ab extrinseco, da parte delle lobbies di potere. Mentre il deep state italiano è assiso dentro gli apparati, nel mondo anglosassone, ne vive al di fuori. La somma dei condizionamenti interni ed esterni rende la politica italiana molto più debole e vulnerabile, di quanto faccia supporre il “primato” ufficialmente proclamato. Per un meccanismo di ritorsione, che la scienza psicologica spiega benissimo, la politica italiana ritrova la sua forza nei confronti del cittadino inerme, cui indirizza il suo machete. È stato così finora; speriamo che l’auspicio di Croset-to serva, in futuro, a indirizzare diversamente l’uso del machete.
Il ministro della difesa Crosetto ha dichiarato recentemente: “c’è una classe dirigente nei ministeri e in ogni settore della macchina burocratica che va cambiata in profondità… bisogna intervenire col machete”. Questa immagine del machete, a ben vedere, rende evidente uno dei tanti paradossi della politica italiana, la quale sa essere forte e debole al contempo: debole coi forti e forte coi deboli. Nei confronti dell’inerme cittadino, lo Stato italiano mostra la sua faccia dura; è autoritario e invasivo, ostile e repressivo. Regolamenta anche le minuzie del vivere quotidiano e sanziona pesantemente tutte le vere o presunte violazioni; paga i suoi debiti col suo comodo, ma esige immediatamente i suoi crediti, non ammettendone peraltro la compensazione; nelle controversie coi cittadini gode di una posizione di superiorità e presume la colpa di controparte. Ma questo insieme di apparati burocratici che chiamiamo Stato da chi è guidato? In verità, come dice Crosetto, gli apparati si mostrano recalcitranti; il ministro non riesce a guidare il suo ministero; ha le sembianze, ma non è il vero capo della macchina burocratica. Per certi versi, tuttavia, la problematica non è solo italiana. Non a caso si diffonde sempre più il termine deep state, per significare quel potere poco trasparente che guida di fatto l’attività dello Stato. La questione italiana ha comunque una sua specificità: il “primato” della politica, proclamato a gran voce in tutti i consessi intellettuali, arretra di fronte ai “tecnici” e si dispiega solo in veste di autoritarismo-dirigismo negli affari privati. Basta pensare che l’Italia ha avuto il privilegio di una pluralità di governi “tecnici”, guidati da personalità ritenute super partes per investitura divina; e non solo in periodo “balneare”, ma anche in “collezione autunno-inverno”. Basta pensare che la decisione, eminentemente politica, di porre in detenzione domiciliare 60 milioni di italiani è stata affidata a un “comitato tecnico-scientifico”, sulla base di presunte “evidenze” scientifiche, evidenti solo ai componenti del medesimo. E se l’Italia ha avuto, più o meno, 70 governi in 70 anni, è chiaro che il ministro è rimasto seduto sulla sua poltrona un anno circa, mentre il direttore del ministero “vita natural durante”. Nell’arco di un anno, il primo fa appena in tempo a capire i meccanismi della macchina; il secondo li conosce a menadito e sa come farne strumento dei suoi fini. Questa intrinseca debolezza del capo politico dell’apparato, alla mercé dei “consigli” del suo “sottoposto”, si risolve in quella paralizzante condizione della burocrazia ben conosciuta da tutti gli italiani, per la semplice ragione che il direttore tecnico, per sua stessa natura, può espletare solo l’ordinaria amministrazione, senza alcuna lungimiranza politica. Inoltre, il capo politico risulta esposto, molto più che il direttore tecnico, alle censure dei funzionari di Stato appartenenti all’ordine giudiziario; il che lo indebolisce ulteriormente, di fronte al suo “sottoposto”. Nel mondo anglosassone, l’organo politico subisce minori condizionamenti ab intrinseco, non foss’altro perché dura in carica per tutta la durata del mandato (quin-quennale) e perché può contare su un apparato di fiducia, in virtù dello spoil system; ovviamente, subisce non minori condizionamenti ab extrinseco, da parte delle lobbies di potere. Mentre il deep state italiano è assiso dentro gli apparati, nel mondo anglosassone, ne vive al di fuori. La somma dei condizionamenti interni ed esterni rende la politica italiana molto più debole e vulnerabile, di quanto faccia supporre il “primato” ufficialmente proclamato. Per un meccanismo di ritorsione, che la scienza psicologica spiega benissimo, la politica italiana ritrova la sua forza nei confronti del cittadino inerme, cui indirizza il suo machete. È stato così finora; speriamo che l’auspicio di Croset-to serva, in futuro, a indirizzare diversamente l’uso del machete.
Pubblicitàspot_img
Pubblicitàspot_img

Ultimi articoli